«Cavaliere, io non vo' dirmi più buono nè più tristo; non so quello che nel caso vostro avrei operato; ringrazio la ventura, che vendicandomi non ho nociuto che a pochi uomini.»
«Questa vostra risposta si rassomiglia alla spinta data al naufrago che cerca la riva.»
«Ma!» rispose Ghino celando la faccia «potrei darvi l'anima, non il consiglio.»
«Voi mi aborrite?»
«Io vi compiango. In ogni caso rammentatevi, ch'io vado lieto di dovervi la vita.»
Allora si levò, e andarono a riposare. Alla mattina Rogiero, tolto commiato dal suo ospite, che assai doloroso lo vide partire, proseguiva la via.
CAPITOLO DECIMOQUINTO.
LA FINE DEL TRADITORE.
Avea l'aurora già vermiglia e rancia
Scolorite le stelle, allor che lunge
Scoprimmo, e non ben chiari, i monti in prima,
Poscia i liti d'Italia. Italia! Acate
Gridò primieramente; Italia, Italia,
Da ciascun legno rintonando allegri,
Tutti la salutammo.
ENEIDE.
Ecco le Alpi.—Quanti sono i secoli che ne incoronano la cima?—Il tempo li confonde nei suoi misteri.—Di quelli che i popoli conoscono, alcuni appaiono luminosi quanto la gemma sul diadema del potente,—altri foschi di luce sanguigna, come l'ultimo raggio del sole che muore,—altri tenebrosi di terribile oscurità.—Da quelle rupi abbrustolate dal fulmine l'Aquila romana guardò le nazioni della terra, e spiccando il volo al corso fatale precorse con lo spavento di provincia in provincia, di parte di mondo in parte di mondo, la vittoria delle legioni immortali.—Gli alti destini di Annibale le apportarono la dolorosa conoscenza, che poteva essere vinta; pure, finchè le virtù patrie le composero il nido, stette coll'Alpi terrore dei popoli.—Quando consumato dagli anni e dai vizii l'Impero dei Cesari giacque sotto il peso della propria grandezza, abbandonò l'Aquila superba quel cadavere di gloria, lasciando allo stormo dei corvi settentrionali cibarsi di morte reliquie.—Venne Carlo Magno, ma l'Aquila era fuggita, il nido freddo, ed ei lo disperse.—Il genio di un fiero Capitano erra fremendo per quegli spaventosi dirupi. Sciagurato! a lui avevano concesso le sorti del mondo rilevare l'antica virtù di Roma, a lui fare manifesto, che gli eroi trapassati potevano ancora oggidì, non che imitarsi, superarsi in Italia: l'Aquila posava nel suo pugno sicura quanto su l'asta di Cesare:—chi mai glielo avrebbe voluto contendere, o volendo chi glielo avrebbe potuto? non vinse un tempo uomini, e cielo?—E sì che italiane furono le voci che gl'insegnarono le prime parole di amore, italiano l'aere che bevve in prima, italiano il sole che riscaldava le sue membra infantili!—pure nol fece; forse ha pagato in vita amara la pena di questa colpa, ma non è convenevole espiazione.—Allorchè le nostre istorie suoneranno nelle future generazioni, come il mormorio della cascata lontana, e le imprese parranno simili alle tracce dello spento vulcano, e le favelle oggetto di faticosa ricerca pe' sapienti, certo il suo nome starà sempre grande quanto il vertice del San Bernardo da lui superato, che sollevandosi portentoso si smarrisce nel profondo delle nuvole dell'orizzonte; ma la fama di questo errore, o delitto, vivrà eternamente congiunta al suo nome, perchè egli non è tale che per tempo possa essere obliato, nè per pentimento rimosso.—Ora le sue virtù, i suoi vizii, le sue ossa dormono nella tomba;¹—non aggraviamo la mano sul Grande, che giacque;—ma noi non possiamo finire i nostri pensieri su lui se non che sospirando: ahimè! potevi essere un Dio, e volesti rassomigliare a un flagello.—Chi potrà reggersi sopra la spada dopo di te?