«Io la terrò, messer Ghino, per la più alta cortesia con la quale mi abbiate onorato.»
«Là su le sponde dell'Arnia, ove Farinata degli Uberti, il magnanimo Cavaliere, vinse i suoi nemici, e la causa loro distinse dalla causa della patria,—che quelli amò morti, questa potente,—solleva le sue umili torricelle il mio castello di Torrita. Non lontano da noi giacciono i ricchi poderi e i superbi castelli dei Conti di Santa Fiora,—orgogliosi! che gonfii di umane ricchezze stimano non albergare virtù in povero stato, ed ogni loro potere dimostrano in far male, che questo reputano signoria,—essere gentile e cortese, debolezza. Tacco mio padre, l'uomo che giocolava con quell'asta là, tutto inteso a conseguire fama di virtuoso Cavaliere, quantunque assai minore in facoltà dei Conti di Santa Fiora, molto si studiava a soccorrere i miserelli del vicinato, riparare i torti, e ricondurre la pace laddove si era del tutto partita: quando gli veniva fatto passare pel borgo, udivasi gridare di bocca in bocca! accorrete a vedere il Cavaliere,—ed ecco un recarsi di donne alle finestre, di uomini su gli sporti delle botteghe con la testa scoperta, e di giovanetti che gli si affollavano intorno per baciargli la mano; egli, non che essere infastidito di quella scena, assai se ne compiaceva, e a quale di quei fanciulli batteva leggermente delle dita su le guance, e a quale altro spiegava sul capo la sua mano terribile, come branca di lione alla tutela dei proprii figli; spesso fu visto lagrimare di tenerezza, più spesso intesero dirgli:—Signori scudieri, perchè allontanate da me quella gente? avete voi a male che mi vogliano bene?—Talora sul tramontare del sole, vestito di un giustacore di pelle, sopra povero ronzino si metteva traverso la strada, e chiunque passava, a nome di Tacco da Torrita suo padrone, pregava ad accettare per quella notte albergo al castello; poi sè stesso per signore godeva manifestare, e l'ospite, se era povero, secondo il suo avere mandava contento.
Spesso avvenne che i Conti di Santa Fiora mettessero gran corte, e la facessero bandire all'intorno;—vituperio irreparabile! le tavole loro furono deserte, mentre in quei giorni medesimi non mancarono ospiti a Torrita; perchè dovete sapere, bel Cavaliere, che si vuole in donare arte finissima, che non può insegnarsi, ma viene dalla natura, come la bellezza del corpo; donando ad altri dimostri te più potente di lui,» e qui Ghino alzò il dito, onde Rogiero ponesse attenzione, «e gli uomini mal volentieri perdonano qualunque specie di superiorità; il dono il più delle volte si parte dalla superbia del donante, e si fonda su la umiltà del donato; quindi non fa maraviglia se così spesso tu odi parlare d'ingratitudine con non retto consiglio, che il presente del signore più che benefizio è obbrobrio per l'umile, e per avere più argento di lui stima comprargli l'anima a contanti: quella leggiadria, quell'affabilità di riso, per le quali la propria piccolezza non sentiamo, o non rammentiamo, che su quel subito persuadono che accettando fai piacere a cui offre, e ricusando gli daresti sconforto, onde per un senso gentile tu ti trovi costretto ad accettare l'altrui cortesia, sono cose, come io vi diceva, bel Cavaliere, da ammirarsi, ma non da insegnarsi. Queste furono le virtù civili del mio genitore; le militari….—voi avete tolto la sua lancia per quella del favoloso marito della Regina Ginevra; bastivi questo, che una volta correndo lancia in campo chiuso nel torneo del Natale, che suole tenersi in Siena, conquistò venti armature ed altrettanti cavalli, i quali non pure senza riscatto volle restituire ai cavalieri, ma gli menò seco a Torrita, dove magnificamente onorati gli mantenne più giorni, rimandandoli ai loro castelli stupefatti della virtù del Barone. I Conti di Santa Fiora, non potendo mai prevalere in quelli esercizii cavallereschi, molto si adoperarono presso il Comune di Siena, affinchè gli abolissero, ma sempre indarno, chè i Senesi sono prodi di mano, e troppo amanti di cotesti combattimenti. Nei tempi corrotti nei quali viviamo, la emulazione anzichè esser madre di virtù partorisce odio; nè mio padre, gentile con tutti gli altri, tenne modi assai soavi coi Conti di Santa Fiora; anzi ogni volta che poteva trovarsi a far di arme con loro, sempre si poneva nella battaglia contraria, e quivi di tali colpi li percuoteva, che spesso gli rimandò ai loro castelli versando sangue dalla bocca e dal naso. Sovente da più piccole cause derivarono ferocissime avventure: l'odio dei signori si trasfuse nei vassalli, i quali spesso incontrandosi pei campi vennero prima a parole di minaccia, poi alle ferite ed agli omicidii; i Baroni reputarono andarne dell'onore loro dove con le proprie armi non gli sostenessero, ed ecco come ruppero in manifesta guerra in seno di un paese che vanta libertà di stato e governo di repubblica. Mio padre, quantunque di uomini e di averi fosse molto di sotto, così bene con la sua virtù si andava schermendo, che i Conti considerando inutile la forza manifesta ricorsero al tradimento. Io non mi ricordo, che forse di quattro anni era nato, della notte terribile nella quale il perfido vassallo posto a guardia della porta del castello mise dentro la gente dei Conti di Santa Fiora; solo conservo rimembranza, confusa di donzelle scarmigliate accorrenti qua e là come ossesse, e di una donna che pallida pallida mi prese tra le sue braccia, e mi trasportò per molti sentieri tenebrosi alla presenza di un uomo tutto armato di ferro, che fece infinite carezze a me ed a lei. Povera madre mia! pensate con qual cuore una così grande gentildonna fuggisse scalza, in camicia, col figlio in collo, dalle case saccheggiate del suo nobile consorte, incerta s'egli vivesse, perchè al súbito rumore era corso ad armarsi, e a ferire! Mi hanno raccontato le mille volte i più vecchi dei miei vassalli, che mio padre in quella notte fece prove incredibili, da scomparire al confronto le imprese favolose dei Cavalieri della Tavola Rotonda; e che dove i nemici non fossero stati troppi, Dio sa dove sarebbe andata a finire: incalzato da tutte parti, non si ritrasse, se prima non seppe i figli, la moglie e i più fedeli vassalli suoi, giunti a salvamento in luogo sicuro. Ei fu l'uomo armato che mi raccolse alla campagna, e che io, sebbene uso a vederlo ogni giorno, non potei riconoscere, tanto compariva mutato pel travaglio del corpo e dello spirito. Mi hanno pur raccontato che quantunque non avesse piaghe mortali su la persona, tanti però erano i tagli e le scorticature, che lungo tempo stette senza potere vestire armatura. Qui nella mia mente occorre una lacuna, e mi ricordo soltanto di essere stato condotto in un castello da quella donna che mi aveva salvato, dove trovammo una bella signora vestita di nero, ed un cherico che conobbi in appresso pel cappellano del castello; essi ci accolsero cortesemente, e dopo che mia madre l'ebbe favellato in segreto, piansero tanto che non avrei mai creduto che creatura al mondo potesse piangere sì fattamente il danno di altra creatura. Mia madre tutte le sere mi conduceva in un luogo oscuro, ove ardeva una sola lampada innanzi alla immagine del Redentore, e quivi pregavamo assai con la signora del castello e col cappellano; poi mi menava al mio letto, e prima ch'io prendessi sonno molte cose mi diceva di cavalieri antichi operate con prodezza di mano e con pietà di consiglio. Certa sera non la vidi comparire, la seguente nemmeno; ne domandai alla signora, ed ella non mi rispose; senza sapere il perchè, io mi posi a piangere dirotto; il cappellano si asciugava le lacrime dietro la sedia di madonna, che pareva più crucciosa del mio pianto, che della morte di sua infelice cognata.—A cui appartiene quel bastone sì lungo?—domandai un giorno alla dama, vedendo appesa l'asta paterna nella sala del castello.—Ella è la lancia di vostro padre.—E quella camicia insanguinata?—È la camicia di vostro padre.—Perchè non viene a vedermi? gli sono forse mal gradito?—Orfano, ei vi amava più della sua vita, ma i suoi nemici lo hanno trucidato.—Oh Dio! dove sono eglino questi traditori? come si chiamano essi, signora?—Figlio del tradito, voi lo saprete quando potrete vendicarvi.—O mia bella signora, e quando lo potrò io?—Quando maneggerete quella asta, come la bacchetta che adesso tenete nelle mani.—Ecco come nel mio spirito entrarono le idee di vendetta e di morte, prima che sapessi come possa offendersi un uomo. Da quel punto in poi nessuno altro desiderio mi si avvolse per la mente, che farmi robusto per maneggiare quell'asta: l'alba mi trovava nel bosco, il sole mi lasciava là dentro; in breve diventai forte cacciatore: quando trafelante di fatica io giungeva al castello portando su le spalle il cinghiale morto per la mia lancia, la signora mi occorreva con lieto viso, e mi baciava; se privo di preda, il cammino era deserto, ed io mi nascondeva nella parte più remota a fremere su la mia rabbia. Spesso nella notte, allorchè tutto attorno taceva, me ne andava sospettoso, come ladro, al luogo dove stava appoggiata la lancia; e prendendola pel calcio, mi affaticava a sollevarla; incredibili erano gli sforzi che vi adoperava; poneva le mani in tutti i modi, stringeva, scuoteva, ma tutto questo era nulla, che ella con la sua immobilità pareva schernire la mia debolezza; finalmente tolta di equilibrio cadeva con alto fragore, ed io celerissimo mi confondeva nella tenebra per non essere côlto in quell'atto vergognoso: alla mattina mi si presentava nella medesima situazione, come se tornasse a sfidarmi. Venne il momento in cui contraendo i muscoli, coi denti stretti, gli occhi gonfiati, l'afferrai con ambe le mani, e giunsi a sollevarla.—L'hai sollevata!—gridò la voce della signora, che all'improvviso mi percosse la spalla;—orfano, tra un anno e un giorno saprai quello che si vuole da te. Fu imbandito uno splendido banchetto, le bandiere sventolarono sopra le torri del castello, e le trombe suonarono dalla mattina alla sera per celebrare la festa della lancia sollevata.—Passa il giorno,—si fa il mese,—l'anno si compie: a mezza notte sento toccare la porta della mia camera, ed una voce che grida:—Perchè dorme il figlio del tradito? l'ora della conoscenza è arrivata.—La signora del castello mi piglia per mano,—ella tremava come foglia,—e mi conduce alla cappella: su l'altare stava un libro aperto, e la camicia insanguinata; la lancia era nella mia destra.—Quella è la camicia che vestì tuo padre nel giorno della sua morte; quel sangue di cui va tinta è sangue di tuo padre, cavatogli dalle vene a tradimento dai suoi nemici: giura, figlio del tradito, sopra i santi Evangeli, che lo vendicherai.—Appoggiai l'asta all'altare, e battendo con ambe le mani sul libro urlai:—Lo giuro.—La signora mi si gittò al collo, e pianse, e rise, e mi baciò forsennata.—Anima sicura, vero figlio del mio tradito fratello, ascolta chi sei.—Qui mi narrava gran parte delle cose che già voi sapete, ed aggiunse:—La donna che ti menava la sera alla cappella, era tua madre; ella viveva meco, come può vivere la moglie del profugo di cui la testa è messa a prezzo: una sera un vassallo vestito a lutto giunse al mio castello, e domandò vedermi:—Che nuove, vassallo? gli richiesi, allorchè pose il piede nella sala.—Madonna, vi porto parole del vostro fratello, ma le ultime.—Dille.—Avanti di perder la testa sotto la scure, Monsignor Tacco, chiamatomi a sè, mi ordinava: quando sarò morto, fa di levarmi la camicia, e intingila più che potrai nel mio sangue; poi prendi la mia lancia, e va con queste cose a Radicofani da mia sorella madonna Gualdrada,—intendi bene,—mia sorella;—la mia sposa morirebbe all'annunzio;—e le dirai: Madonna, questo è il retaggio che vostro fratello manda al suo figliuolo Ghino, e vi raccomanda per quanto aveste caro il suo amore in vita, e amate la pace della sua anima in morte, che nulla facciate sapere al fanciullo dei suoi casi, finchè giunto a conveniente età possa maneggiare questa lancia; allora gli svelerete il suo lignaggio, e gli farete giurare su l'Evangelo di vendicarlo. Della sua moglie non vi parla;—questa speranza ha reso meno amara l'ora del suo assassinio.—L'annunzio non si potè tanto celare, che non giungesse alle orecchie di tua madre; venne nella mia camera per saperne la verità, io non negai nè affermai, ella cadde…. ora giace—sepolta—qui—sotto i tuoi piedi. Tuo padre bandito dal contado di Siena sì dette alla strada; incatenato nel sonno venne in mano dei Farisei: le sue parole commossero i cittadini, forse era salvo; ma il Benincasa di Arezzo giudice criminale di Siena ne vendè la vita, e i conti di Santa Fiora sborsarono il prezzo del sangue: egli è morto sul patibolo, dico—sul patibolo;—sia il tuo odio contro i Conti,—se hai nell'anima qualche cosa più dell'odio, pel Benincasa:—quegli erano antichi nemici, questi un codardo tremante che trafficò l'anima dell'innocente co' fiorini: ora egli tiene ufficio di Senatore a Roma; la fortuna ti offre luogo splendido per la vendetta; da questo momento non puoi più albergare nel mio castello; già di un'ora è trascorsa la mezza notte, il cielo stride tempestoso; ma armati, e vattene: il solo segno pel quale ti sia abbassato il ponte di Radicofani è la testa del Benincasa.—Muggi la procella, ma non la intesi; in compagnia dei miei pensieri cavalcai per le usurpate mie terre. Videro la camicia insanguinata, videro il figlio del buon Cavaliere, che trattava l'asta paterna, e tutti i vassalli mi proffersero aiuto: ne scelsi quattrocento; e veloci quanto la mia impazienza, giungemmo a Roma,—Roma il gran scheletro.—Siamo a piè del Campidoglio:—pareami udire da quelle magnifiche rovine gemere gli spettri romani;—per un momento dimenticai la mia vendetta,—per un momento.—Lasciai i miei compagni: e ascesi tutto solo le scale.—-Un uomo di bassa statura, di colore cadaverico, smunto, cresputo per la fronte e per le guance, sfogliava un grosso volume con mano paralitica: nel primo vederlo mi sentii preso dal ribrezzo, che produce la cosa schifosa dalla quale ti allontani per non imbrattarti il calzare: questo ribrezzo mi ha poi sempre accompagnato allorchè si offerse ai miei occhi gente di toga: infatti ella è schiuma dei vizii umani; venditori di parole senza senno, venali quanto l'anima di Giuda, fondano l'arte loro nelle discordie di uomo e uomo, spesso di fratello e fratello, o di padre e di figlio; impudenti senza paragone, scoprono con mani profane le vergogne della nostra schiatta, vi suscitano la rabbia di avere, e vi seminano, come i denti del serpente, la massima, non darsi al mondo gentile passione, che valga al confronto di un pezzo di oro coniato; tronfii per vano sapere, come l'ebbro pel vino ingoiato, gobbi pel travaglioso mestiere di svolgere libri, e di confondere lo intelletto che la natura aveva loro compartito ordinato, tre stoltezze d'ignoranti che hanno scritto innanzi di loro fanno per essi una ragione; chi più ha grassa la memoria di queste stoltezze, è più reputato; come la tignola, la quale più rode, più si approfonda: oh! avessero tutti una testa sola!… Mi accostai al banco di cotesto abiettissimo; egli alzò la faccia, e strinse gli occhi per meglio vedermi, che la lettura glieli aveva indeboliti.—Chi siete? che cosa volete?—mi disse con voce strillante:—spacciatevi, che ho da finire molte faccende questa mattina.—Magnifico Senatore,—risposi appressandomi sempre più al banco,—la mia è piccola cosa, e da sbrigarsi in un solo momento.—Non venite più oltre, ch'egli è difeso farsi tanto vicino al Senatore.—Io non gli badava, e continuando il passo, e il discorso:—Voi mi dovete un debito.—Qual debito? voi siete folle. Allontanate quel pazzo, spingetelo fuori, cacciatelo prigione!—Folle tu, che credesti essere salvo quando vendesti l'innocente; tu mi devi la vita di mio padre.—In questa, io me gli era avventato addosso, e lo aveva stretto alla gola con tale furore, che gli occhi gli scoppiavano dalla fronte, le sue labbra balbuzienti mormoravano:—Salvum fac spiritum meum;—ed io gli susurrava all'orecchio:—Dannazione! dannazione!—Poi trassi il coltello, e seguendo la impronta violetta delle mie dita gli segai il capo, e lo afferrai pe' radi capelli che avea su la fronte con la gioia dell'amante che stringe la mano della fanciulla desiata. Intanto era accorsa assai gente; senza sconfortarmi mi vôlto, stendo il braccio mostrando il pugno e il coltello insanguinati, e grido loro:—Cristiani, fo voto a Dio, che a quale si oppone al mio cammino, io do di questo coltello per mezzo del cuore.—Pare che il sembiante corrispondesse al detto, perchè si ritirarono chi qua, chi là, mormorando come, il mare quando il vento cessa. Mi accolsero i miei vassalli con alte strida di allegrezza, io conficcai la testa del Benincasa su la lancia di mio padre, e dato ordine che suonassero lietamente le trombe, me ne uscii di Roma, traversando immensa quantità di popolo atterrita per così grave ardimento.—Guardia! guardia! abbassa il ponte.—Chi è di là dal fosso che vuole entrare a questa ora?—Abbassa il ponte, che sono Ghino.—Messere, voi sapete l'ordine di Madonna: avete il segno?—Sciagurato! parti che vorrei comparirle avanti senza esso?—Passo il ponte, volo alle stanze di madonna Gualdrada,—non v'era; corro alla cappella, e già da lontano me l'annunzia la sua voce salmeggiante: entrai per una porticella allato dell'altare, e vidi madonna inginocchiata ai balaustri, intenta a leggere la sua orazione; il debole lume di una sola candeletta la illuminava, e a canto alla candela potei osservare una disciplina: al cigolio che fece la porta volgendosi su gli arpioni, al rumore dei miei passi, levò gli occhi, che assuefatti alla luce non poterono scorgere nella oscurità; io camminava lentamente senza proferire parola sporgendo il braccio con la testa del Benincasa: madonna a proporzione che mi avvicinava alla luce vide un oggetto indistinto,—una testa di uomo sospesa per l'aria.—Il volto del Benincasa!—allora esclamai:—il segno fu portato, il ponte fu abbassato.—Ben fu abbassato,—rispose la dama, e chiuse tranquillamente il libro, prese la candela, e fattala innanzi ai miei occhi si pose fissa fissa a guardarmi. Poichè si fu accertata ch'era il suo nepote, divenne a un tratto vermiglia, di lì a poco bianca; fece prova di sostenersi al balaustro, ma le forze le mancarono, e priva di conoscenza cadde nelle mie braccia.—Da quel giorno tutti mi hanno dichiarata la guerra, ed io assai lietamente mi difendo da tutti. La savia dama morì, e m'istituiva suo erede: ella teneva Radicofani dalla Chiesa, io non lo tengo da alcuno, e non corrispondo vassallaggio, nè omaggio;—che vengano a cacciarmi, se valgono. I Conti di Santa Fiora più di una volta hanno avuto le tempie rotte, i castelli arsi, i poderi guasti: alla fine, lasciata la campagna, si ripararono nelle mura di Siena, io ve gli ho chiusi in confino; se osassero romperlo, pena—la morte. Le mie imprese non sono da raccontarsi;—figuratevi che, cosa può fare un povero masnadiero! se però non furono illustri, non furono nè anco crudeli. Il bene mi è conteso, la gloria vietata; ciò che mi si concede sperare è di essere meno aborrito. Ora poi mi ha preso vaghezza di accostarmi al Regno, perchè amo Manfredi; e quantunque ei non lo sappia, ha in me un amico che lo sosterrà finchè l'anima gli basti.»
«Santa Maria! Voi amate Manfredi?»
«E perchè non dovrei amarlo? non sono i suoi costumi quali la stessa invidia non potrebbe emendare?»
«Male accorto che siete! egli è il più tristo che illumini il sole: uccisore del suo fratello, mortale nemico mio.» E in questo punto Rogiero gli narrò le cose avvenute, quelle che disegnava operare, e alla fine delle sue parole interrogò: «Che parvene? è egli uomo da amarsi costui?»
«Voi avete ragione di odiarlo, se le cose esposte sono ben vere. Io italiano vedo in Manfredi un mio fratello valoroso, e sapiente, che ama la Italia, e vuol farla grande; però non posso, nè devo odiarlo: quando anche non fosse tale, ma straniero avaro e rapace, ben io vorrei dare mano a cacciarlo con le nostre proprie armi, non già con le altrui: ci viene da tempi assai remoti la favola del cane, che carico di vespe stavasi immobile senza batter palpebra, perchè, come egli disse a cui lo interrogò, quelle ormai si trovassero sazie di sangue, nè gli dessero più fastidio, mentre se si fosse mosso sarebbero sopraggiunte altre assetate a suggere ciò che vi lasciavano le prime.»
«Dovrei dunque rinunziare alla mia vendetta, perchè i suoi interessi stanno uniti a quelli d'Italia? Intanto mora egli, all'armi straniere provvedemmo.»
«Distruggere gli stranieri non riesce così agevole come chiamarli; e voi con incerta speranza apportate al vostro paese danno certissimo.»
«Disperisi l'anima di mio padre! Lo avreste voi fatto?»