«Io pensava, come un gentile Barone, qual voi mi sembrate, possa dilettarsi di tale mestiere, che la gente concorda a chiamare infame; e mi pareva che voi non foste nato per questo.»
«Voi avete indovinato giusto:—io non sono nato per questo; nè punto discordo con la gente a chiamare il mio mestiere infame, quantunque conosca, che se a questa gente fosse detto: chi senza peccato scagli la prima pietra,—nessuno tra lei sarebbe sì grande imprudente da osarlo: aborro i masnadieri che mi circondano, e mi trovo unito necessariamente con loro. La fortuna mi aveva dato larghezza di averi, e un nome illustre; le mie facoltà sono convenite in miseria, il mio nome in obbrobrio. Voi potete considerare in me uno scherzo della fortuna, o, meglio, uno avanzo della persecuzione, ch'io sono Ghino di Tacco dei Grandi di Siena.»¹ «Voi Ghino di Tacco, il famoso masnadiere!» esclamò Rogiero, levandosi in piedi.
¹ Ghino di Tacco non è una invenzione fantastica, ma un personaggio rigorosamente storico, come il lettore potrà conoscere, se gliene prenda vaghezza, dai Comenti di Benvenuto da Imola, e del Landino, al canto 6 del Purgatorio, dalla Novella II, Giornata decima, del Boccaccio, e dalla storia di Girolamo Gigli.
«Ghino di Tacco Monaceschi dei Pecorai da Torrita;» senza punto commuoversi rispose Ghino «voi avrete sentito favellare di me strane novelle: so che la plebe matta mi dipinge come gigante di terribile aspetto, di cuore senza pietà; so che le femmine adoperano il mio nome per ispaventare i fanciulli, e fargli star cheti, non altramente ch'io fossi la tregenda, o la versiera, perchè suona antico quel detto, che gli uomini quando perseguitano non si contentano di fare infelice il loro simile, ma lo vogliono infame: questo è il meno;—parvi ch'io sia tale da curarmi del biasimo, e della lode?»
«Io ho inteso rammentarvi sovente, come cavaliere valoroso nelle armi, e più d'uno si dolse in mia presenza della necessità, che vi ha spinto a cosa, che voi non amate di certo.»
«Sieno grazie a quei discreti. Nello stato di guerra in che io mi trovo contro la società, mi studio a seguitare più che mi riesce possibile il precetto di far del male meno che posso: se nel correr le strade incontro qualche valente uomo povero, lo soccorro; se scolaro, gli dono danari onde si compri libri, e gli raccomando a bene applicarsi, perchè amo il mio paese: ma il cherico dovizioso, il nobile superbo, devono pagare il riscatto; mi hanno tolto tutto, bisogna pure che qualcheduno mi mantenga: essi tentano uccidermi, e fanno il loro dovere; io non gli uccido, ma ne ricavo danaro, e faccio il mio; se vogliono la pace, io pel primo depositerò le armi: intanto, se è vero che la ricchezza dei pochi faccia la miseria dei molti, io giovo alla società quando anche la guerreggio.»
«Certo, molto perdè Siena quando la abbandonaste.»
«Non l'abbandonai, bel Cavaliere; ne fui cacciato.»
«Dunque non rimane speranza che voi possiate tornare buono e leale cittadino?»
«Nessuna. L'ingiuria è maggiore del perdono. Piacevi ascoltare la storia delle mie avventure? Ella non è lunga, sebbene terribile quanto altra mai accadesse nel mondo.»