«Questo potrete sapere da lui: non siete voi un Cavaliere napoletano? non avete lettere da consegnargli?»

«Certamente le ho.»

«Dunque venite, chè siete desiderato.»

Rogiero sebbene avesse per que' tempi una maniera di sentire particolare, nondimeno per la propria sua indole, e per le avventure che gli erano accadute, andava persuaso dovere esistere un destino che regolava tutte le sue operazioni, al quale poteva bene per qualche tempo contrastare, ma che in fine, o a buon grado o a mal grado, bisognava seguire. Convinto di questa opinione, si lasciò condurre senza resistenza da quei cavalieri; i quali cavalcando a bell'agio per non infastidirlo lo menarono a notte avanzata ad un castello, che, per quello si poteva vedere così al buio, sembrava fortissimo. Intorno al castello erano tese assai tende, e da queste usciva grande moltitudine di soldati dirigendosi a un punto determinato; una campanella martellava senza posa per riunirli, e a non molta distanza si udivano chiamare le insegne, assegnare i posti, e dare alcuni avvertimenti. Prevenuti alla porta, una sentinella, che con l'alabarda in ispalla vi passeggiava traverso, fermandosi repentinamente domandò: «Chi viva?»

«Vivano i Ghibellini!» rispose il capitano.

«Appressatevi pel segno.»

Il capitano si avanza, gli sussurra una parola all'orecchio, poi si volge alla masnada dicendo: «Fatevi oltre.»

Trapassando per una volta lunghissima, riuscirono in un antico cortile: qui, sotto i colonnati si vedevano molti Cavalieri sollazzarsi quali a giuocare a tavole, o zara, quali beversi dei grandi bicchieri di vino, e favellare e gestire in atto feroce; là tre o quattro si provavano ad accordarsi per cantare una canzone, ma alle prime parole alcuno tra loro non andava a dovere, ed essi da capo; qua diversi chiudevano gli occhi, e a poco a poco lasciavano cadersi la testa sul petto,—riscossi ad un tratto la rialzavano per lasciarla nuovamente cadere; tali altri, vinti affatto dal sonno, incrocicchiate le braccia su le tavole, nascondevano la faccia sopra di quelle, e russavano in modo che ben di lontano se ne sentiva il fragore; altri altra cosa, chè a dirle tutte verrebbero meno i moccoli; in somma quei volti mezzo illuminati da luce rossastra, quei gesti, quei sembianti minacciosi e diversi, avrebbero fornito materia al Fiammingo di pittura maravigliosa.

Appena il capitano fu veduto da quella gente, che s'intese per tutte le parti uno schiamazzo di voci confuse che dicevano: «Buona sera,—bene arrivato;—avete fatto caccia, Messere?—Lo hai tu preso il tuo uomo?—Piero, raccontateci.—Vieni qua, che ti cedo il posto.—Piero, sareste il quarto, senza voi non si comincia partita.—To', Piero, bevi un bicchiere di vino, chè ne avrai ben bisogno.»

«Grazie Malatolta, grazie Prendiparte, grazie, grazie, Messeri; or sono da voi,» gridava il condottiero del nostro eroe, distinguendo sul principio ognuno pel suo nome e soprannome, e all'ultimo salutando tutti alla rinfusa, quasi per dare una mentita a quel filosofo¹ che affermò, gli oggetti esterni rappresentarsi da prima nella mente umana indistinti, dipoi separati gradatamente, e comporsi così l'esame analitico che si trova agli antipodi del sintetico, con cento altre coserelle graziose che ci hanno incassato qui dentro il cervello nelle scuole, come gemme in anella.