Quæ ipse vidi …. et magna pars fui.
ÆNEID.

Era l'ultimo giorno di carnevale, ed io me ne stava sopra un monte altissimo, dove non saprei dire quante, ma da ore ben molte cadeva in fiocca neve fredda e copiosa quanto….. quanto un discorso accademico, o poco meno.—Ora come io segaligno e freddoloso lassù?—Noi altre povere creature, a guisa di pagliuzze in balía della procella balestrano i fati, adesso in cima ad un campanile, adesso in fondo di una cantina, senza conoscerne sovente, epperò senza poterne dire, la cagione. Per quanto aveva durato lungo quel giorno benedetto, io era andato leggendo gli Apoftegmi dei re e capitani famosi esposti dal Plutarco, sicchè gli occhi mi frizzavano forte, e la mia testa mi pareva ripiena di cotone; per la qual cosa, chiuso il libro, mi ripiegai sopra me stesso, e pensai,—commentai,—ampliai, e restrinsi quello che aveva letto, e quindi, dopo tanto vagare di cervello, d'induzione in induzione mi condussi a conchiudere: andiamo all'osteria!

Per li Dei immortali! ma non occorreva egli modo di passare più decentemente la serata? Oh non vi erano gentiluomini, non vi era clero lassù? Vi erano;—vi erano. Avrei potuto ridurmi a casa di certo canonico, uomo dabbene e amicissimo mio; ma, a vero dire, egli non rifiniva mai da mettere discorsi di benefizii, appuntature, prebende et reliqua, cosicchè me n'era venuta al cuore una grandissima sazietà.—Poteva ridurmi eziandio a visitare il vicario (che per vicario era fatto bene); ma quivi pure tanto io aveva udito favellare continuo di promozioni, pensioni, gratificazioni e simili, che me n'era venuta al cuore una grandissima sazietà.—Poteva infine avviarmi da qualche gentiluomo del paese, buona anch'essa e cappata gente, come direbbe messere Carlo Botta, ma quei dabbene gentiluomini mi riuscivano gravi più dei pesi che si pongono sopra la stadera dell'Elba, di cui la prima tacca è sul mille, e per di più così uniformi tra loro, che ritti uno accanto dell'altro mi parevano mattoni stesi su l'aia del fornaciaio. Di balli anche costassù non si pativa penuria, ma i balli si addicono ai felici;—quando il sangue giovanile concitato dai lumi, dalle musiche e dai giri violenti picchia forte nelle arterie, allora lo apparire e lo scomparire tramezzo cotesta agitazione di un capo biondo o di un capo nero, di due occhi protervamente scintillanti, o di due occhi mestamente languidi, rassembra una commozione di onde per entro un mare di voluttà;—allora lungo la mano che sente palpitare le membra della donna amata scorre una vampa elettrica che fa tremare l'anima, e i labbri anelanti prorompono fiati di fuoco; e se mai avvenga che in cotesto turbinío le guance si tocchino, corruscano faville… Oh godete, giovanetti, i vostri balli! Il tempo e la morte battono la misura di coteste vostre danze, e voi non ve ne accorgete: meglio così; e meglio ancora sarebbe se potendovene accorgere non ve ne importasse. Benedicavi la Fortuna coll'acqua lustrale dell'oblio. Appunto perchè la vita fugge, amate e godete. Io era giovane allora, ma felice non fui giammai: la felicità suona al mio pensiero come una terra sconosciuta che non avrà il suo Colombo; e poichè un senso arcano mi disse essere gentilezza astenerci dalle gioie che non possiamo partecipare, imperciocchè la sembianza trista in mezzo della lieta brigata, a modo di una stilla di latte di euforbie dentro un bicchiere di acqua, la guasta tutta, così da cotesti tripudi mi astenni sempre, e mi astengo.

All'osteria! Ma notate bene, pura e vera osteria; dacchè degli altri ritrovi di moderna invenzione non sia da farne caso, e non vi s'impari nulla. All'osteria tutto si presenta svariato, cominciando dalle vesti, perchè vesti del popolo. Queste vesti raccontano sempre la storia del tempo passato, di rado del presente, talora del futuro, avvegnadio nulla nascendo nuovo sotto il sole, e tornando ad essere quello che fu, le fogge degli abiti si trovino a godere più delle altre cose di privilegio siffatto. Idee, argomenti, favella, modi, tutto insomma singolare possiedono i poveri:—essi non conoscono educazione che li tosi, rispetto che li limi, riguardo che li scorci, convenienza che li curvi, finchè resi tutti di una misura e di un garbo, impiastrati della vernice di bugiarderia, vadano sciolti fra gli uomini, come le mummie di Egitto. Io non conosco per ora cosa più sincera, nel mondo, della povertà, se non fosse la miseria.

E poi l'osteria di questo paese non è mica fatta come l'osteria degli altri paesi; mai no. Qui gli artefici principali convengono; qui il dottore fisico, e qui il cerusico; qui il dottore legale, e qui il notaio, che di faccia alla legge equivale al cerusico di faccia alla medicina; qui il nobile uomo, e qui talora io vidi far capolino anche il prete;—perchè oltre al vino, in questa osteria danno a bere una cotale acqua tinta in nero, che per amichevole convenzione tra venditore e compratori è stabilito che non abbia a chiamarsi inchiostro, ma caffè;—e le menti nate a speculare in politica vi trovano la Gazzetta di Firenze, e qualche volta il Giornale di Foligno di un mese, o tutto al più di quindici giorni indietro, per non istarcene male informati sopra le vicende del mondo.—E neppure l'oste è fatto come l'oste degli altri paesi: in lui la etimologia del suo nome si trova in fallo: oste, dicono derivare dalla parola latina hostis, però che l'oste si comporti come da nemico contro i suoi avventori; ma questo mio oste, in primo luogo, non mescola mai acqua nel vino; in secondo luogo, non con voce, ma con lo esempio anima gli avventori a bere; primo all'assalto, ultimo alla ritirata, a modo dei re di Sparta, spesso ei si giace vittima del nobile ardimento, onde i conti si fanno il giorno di poi, e gli avventori gli danno ragione del bevuto, e pagano con probità religiosa. Biagio si onora essere cattolico, apostolico e romano, e dice che reputa miracoli tutti i miracoli, ma accerta quello di convertire l'acqua in vino alle nozze di Cana in Galilea doversi reputare miracolo miracoloso; e quando io gli narrai avere veduto nella cattedrale di Pisa un quadro di buon pennello rappresentante San Ranieri, il quale versatosi in grembo della veste il vino annacquato fece colarne il vino e restarvi l'acqua onde chiarire il tradimento dell'oste, e intanto il Diavolo in forma di gatto se ne stava sopra una botte; egli, pensato alquanto sopra quel caso, gravemente osservò: "Non poteva fare a meno, perchè costui era il Giuda degli osti, e la sua anima era diventata proprio cosa del Diavolo, che, se la guardava, e' faceva bene."

Biagio (ed io ti prego, amico lettore, ad essermi cortese di perdono se troppo vado per le lunghe) amano, reveriscono tutti, e tengono meritamente in pregio: lui persone di ogni maniera consultano, ed egli serio ascolta, e serio risponde; e il gentiluomo, il vicario e il canonico, quando ei ragiona, sorridono, e gli porgono la scatola, dove egli tuffa disperatamente le dita, perchè bisogna dire come sia grave vizio di Biagio questa rabies di tabacco; ed egli ha tentato più volte di guarirsene, ma, povero uomo! non ci è potuto proprio riuscire, perchè il naso forma una provincia a parte, e ribellata, starei per dire, come gli Stati-Uniti dalla Madre Patria, e per colpa sua egli ebbe a toccare delle sconce mortificazioni, di cui basti referire solo una.

Certo giorno un fattore dal contado di Perugia venne alla fiera del paese, e trasse di tasca la scatola piena stivata di tabacco, detto di Chiaravalle, sottilissimo e grato, offerendone a Biagio. Biagio, che già la guardava con occhio feroce, non se lo fece dire due volte: ed ecco avventa le dita come artiglio di aquila; ma tanto si presentava compressa la polvere, che appena gli veniva fatto sfiorarne la superficie. Allora per acquistare tempo e far lavoro, il subdolo Biagio prese a interrogare il fattore come stesse la moglie, e se i figli fossero costumati, e i bovi grassi,—e poi come si chiamasse suo padre, e se vivesse, e quanti anni correvano che il dabbene uomo aveva detto addio ai campi;—e intanto minava la scatola. Il fattore, come colui che di Biagio non era punto meno arguto, con un tal suo garbo romanesco gli disse:—"Compare, o che volete vedere s'io lo abbia sotterrato qui dentro?"—Biagio diventò rosso fino alla radice dei capelli, e tanta vergogna lo prese, che fece voto starsene tutta la sua vita senza tabacco:—e l'osservò per due ore.—Povero Biagio!

Ma che io vi abbia detto dell'oste è poca cosa, però che adesso mi faccia mestieri tenervi discorso di Lazzaro il tintore. Lazzaro è segaligno; e sembra composto di stinchi: porta calze turchine, turchini i calzoni; la veste, la sottoveste, la camicia turchine; turchine le mani, ed anche la faccia turchina: anzi dentro le crepature della pelle così tenace vi prese dominio per diritto di prescrizione il turchino, che sarebbe opera perduta e illegale volernelo spossessare, e credo che ei non lo tenti nemmeno. Insomma un droghiere potrebbe appiccare Lazzaro allo sporto della sua bottega per mostra d'indaco. Veramente la sua faccia qua e là comparisce chiazzata di vermiglio; ma siccome anche l'indaco presenta in parte rossa la sua superficie, così il paragone piuttosto che venire meno, rinforza. Io mi ricordo come se fosse adesso, che incontrando talora Lazzaro per la via, sul fare del vespro, imbacuccato fino agli occhi, col solo naso infuocato e cremesino fuori la pistagna del pastrano, io tra me e me pensava che tale aveva ad essere la spada fiammeggiante del Cherubino posto a guardia del paradiso terrestre.

In cotesto paese bevono tutti largamente,—lungamente,—e lealmente. E sembra ancora che la Provvidenza abbia decretato così, perchè da una parte gli ha donato il migliore vino che le viti piangano nel mondo, e dall'altra gli negò le fontane, onde è forza usare le acque di cisterna, a cagione del suolo o per altro accidente, di sapore amare. Ho detto poi che bevono lealmente, avvegnadio gli antichi Statuti di questo Comune difendano tenere consiglio post prandium e se ne adduce il perchè senza mistero, con quel candore che distingue i galantuomini veri: propter vinum.[1]

Lazzaro è di eloquenza naturale un fiume: egli ha tinto e bevuto moltissimo, ma ha letto anche molto: però le sue parole stanno in lite perpetua con le sue azioni. Rimase vedovo, e dice sempre: per la grazia di Dio;—e poi tutte le sere nell'ora dei morti egli va in chiesa a recitare il De profundis per l'anima della sua povera defunta; nè mai gli avviene di sentire rammentare Lucrezia sua moglie senza che gli occhi gli si empiano di lacrime. Lazzaro ha due nepoti, uno maschio e una femmina, a cui vuole più bene che a se stesso, e li raccolse orfani, con supremo amore tenne loro le veci di padre, e con esquisita delicatezza quasi ancora le veci di madre, ma non vuole sentirne parlare. Secondo lui, era meglio farne concio: se gli ammirano la vigoria dei giovani, ed ei burbero:—"la mala erba cresce presto."—Se lui per la egregia indole dei ragazzi predicano beato, egli esclama:—"Li tolsi per bastoni della vecchiaia; se mi staranno in mano o mi cadranno sopra le spalle, vedremo poi."—Insomma egli è un cervello balzano, ha il capo pieno di girandole, abbaca sempre co' suoi ghiribizzi, e parla per via di parabole con motti arguti, e mordente che fa proprio gusto a sentirlo.