Quando entrai nella osteria si strinsero su la panca, ed io mi vi posi a sedere davanti al fuoco, e reiterate le oneste accoglienze, Lazzaro a cui la mia comparsa aveva tronco il filo del ragionamento, continuò in queste parole:

—"… dunque non fare mai bene se non vuoi avere del male: e questo è detto antico; ma, come sapete tutti, la verità ha i capelli bianchi e lunghi, perchè gli uomini la maltrattano per modo che la poveretta non si trova mai tanto da pagare il barbiere che glieli tagli."

"Ma voi non parlate la verità," riprese Biagio: "io, per me, mi sento rinascere quando mi trovo secondo le mie forze ad avere fatto un pocolino di bene."

"Perchè voi siete un presuntuoso," soggiunse Lazzaro; "e quando avrete dato un soldo, o due rosicchi di pane avanzato da tre giorni, vi sarà parso di mettere i consoli in palazzo: non vi pare egli un bel che proteggere a così buon mercato? Non vi empite di vento a farla da Mecenate? Oh ella è pure la bella cosa comprare un padrone lustrissimo con due rosicchi di pane? La vanità contratta con l'avvilimento, e la miseria e l'avarizia fanno da mezzane.—Non lo prendete a male, Biagio; ma voi quando date un soldo compiacete a voi stesso, e non vi muove la carità del prossimo."

"Io per me non ho mai pensato a cotesto."

"Non importa. Sapete perchè non ci avete pensato? perchè noi nasciamo così tristi, che ci riesce essere cattivi senza pure pensarci. E voi mi potete credere, che io l'ho letto nel magno dottore di santa madre Chiesa, Santo Agostino, là dove racconta che andava da ragazzo a rubare le pere, non già per mangiarle, ma per vaghezza di fare del male.[2] Il diluvio venne una volta, e adesso non verrà più, non mica perchè noi siamo diventati buoni, ma perchè fu detto: tanto vale lavare la testa al moro;—e la immaginativa dell'uomo è volta alla cattiveria fino ab inizio. Volete voi sentire una novella in proposito? Io ve la racconterò così come so e posso: alias mi tacerò, e sarà meglio; tanto fiato risparmiato."

Lascio considerare a chi legge se noi potevamo ricusare una novella in una serata d'inverno quando la neve fiocca, standoci seduti al canto del fuoco?

Allora Lazzaro incominciò così:—Un montanino verso questi mesi scese per certe sue faccende in Maremma. Baciata e ribaciata la famiglia, mette un pane in sacca, chè dell'acqua da ogni parte se ne trova, e vassi con Dio. Giunto come sarebbe a mezza strada, ecco una vocina fioca percuoterlo all'improvviso, che in doloroso guaio diceva:—"Eccellenza! oh Eccellenza! per quanto amore porta ai suoi figliuoli, guardi di non pestarmi."—Il montanino giusto in quel punto pensava ai suoi figliuoli, onde tutto sentendosi rimescolare dentro, rispose tosto:—"Chi mi chiama? Che cosa volete da me?"—E la vocina fioca continua:—"Deh Eccellenza! abbassi gli occhi, e consideri una povera serpicina a qual misero stato si trova ridotta!"—E il montanaro dechinato lo sguardo vede una serpicina intirizzita dal freddo, che tirava l'anima co' denti e non aveva balía di muoversi.—"In carità," riprende la bestia," la mi prenda per la códa e mi getti nella fossa lungo la via, chè qui corro pericolo ad ogni momento di trovarmi dimezzata dai piedi dei villani che passano: io gliene farei supplica in carta bollata, ma in queste parti rozze, dove non si sa che cosa civiltà sia, non ci è chi la venda; e poi non essendo mai andata all'asilo infantile, non so leggere nè scrivere, onde la mi tenga per iscusata; però, Eccellenza, attesto il cielo della mia eterna gratitudine…"—"Eh! tu mi hai concio con questa Eccellenza; qui non fa mestieri suppliche,"—interrompe il montanaro; e detto fatto, prende la serpe per la coda. Allora la serpicina soggiunge:—"Di grazia, poichè si tolse tanto incomodo, mi vorrebbe ella mettere dentro il buco che si trova in quel masso là a destra della strada?"—"Eccoti nel buco. Vuoi tu altro da me?"—"Deh! non le sia per comando, e San Giuliano[3] lo conduca a salvamento: vorrebbe porre il colmo alla sua cortesia gittandomi addosso una manciatina di fieno per ripararmi da questo freddo crudele?"—E il dabbene uomo fascia la serpicina di fieno, e le domanda:—"Adesso stai tu bene?"—"Io sto d'incanto; gran mercè, e Dio vi mandi il buon giorno e il buono anno."—"Felice permanenza."—E il montanino si rimette la via per le gambe.—Arrivato in Maremma assestava le sue bisogne; e poichè vi rinvenne l'aria migliorata di assai, prese la terzana solamente, e poi deliberò tornarsene a casa.

Essendo capitato sopra la faccia del luogo dove trovò prima la serpicina, un grido minaccioso gli comanda:—"Olà! fermati, villano."—E il montanino subito pensò tra se: quando in questo luogo udii altra volta chiamarmi Eccellenza, potevo dubitare che dicessero a me; ma ora poi mi accorgo che vogliono proprio me; ond'egli fermatosi, gira attorno sbigottito lo sguardo, quando ecco sollevarsi dal masso una testa immanissima di serpe, la quale comecchè cresciuta fuori di misura, dalla fisonomia riconobbe tosto per la serpicina.—"Ohe, buona pasqua, comare! Che Dio vi salvi; come vi siete fatta fiera!"—disse il buono uomo, sforzandosi mostrare buon viso, quantunque dentro il cuore gli tremasse come foglia.—"Chi sei? chi ti conosce? quali dimestichezze sono elleno queste?"—"Diacine! sareste diventata signora? avete messo carrozza, per essere salita in tanta superbia? Peggio per voi…!"—E la serpe sbucando intera fuori dal nascondiglio, arricciate le creste, stralunati gli occhi, avventando in molto terribile maniera la lingua biforcuta, gli attraversa la via e fischia queste parole:—"Fa l'atto di contrizione, che io voglio mangiarti vivo."—"Mangiarmi vivo! Pensateci due volte, che io sono più di tre bocconi senza contare gli ossi: paionvi queste cose da serpenti garbati? Non vi si rizzano i capelli sul capo a favellarne soltanto?"—"Io non ho capelli."—"Non vi spaventa il bargello?"—"Le leggi non si occupano di serpenti."—"E l'inferno?"—"È casa mia…"—"Ma insomma in questi paesi non costuma mangiare gli uomini vivi:—tosarli un po', strizzarli,—pazienza! ma divorarli poi…"—"La metterò io questa usanza."—"Ma non ricordi come io ti campassi la vita? come intirizzita dal mezzo della strada ti ritraessi, nel buco ti accomodassi, di fieno ti ricuoprissi?…"—"Appunto perchè io me ne rammento bisogna che ti mangi vivo."—"Questa è una atrocità! questa è una ingiustizia!"—"Atrocità può darsi; ingiustizia no: e se tu fossi andato a studio, i dottori ti avrebbero insegnato come somma giustizia corrisponda a somma ingiuria."—"Ed io protesto d'ingiustizia."—"Ed io controprotesto che sbagli; e poichè sono una serpe onorata e gentildonna che scendo in linea retta da Cadmo, e i soprusi non mi piacciono, così mi offro pronta a farla giudicare."—"Ebbene sia: ma chi chiameremo noi per giudice?"—"Per me tanto io confido nella bontà della mia causa che te ne lascio la scelta."—"Andiamo oltre, che qualcheduno ci si parerà dinanzi capace a giudicare la lite."—"Andiamo, e Deus provvidebit, come disse Abramo ad Isacco."

Cammina, cammina, ecco farsi incontra a loro un cane che veniva via a scavezzacollo per quanto lo potevano portare tre gambe, che la quarta teneva attratta, come se storpio e' si fosse. Come venne più vicino, conobbero essere privo di un occhio, e tanto guasto dalla tigna da disgradarne San Lazzero.—"Fermati, cane, gli dissero, e vieni a sentire il nostro piato."—Il cane non li badava, e con la coda e gli orecchi bassi continuava la corsa, senonchè sentendosi un'altra volta chiamare, volse alcun poco il muso con sospetto, e sbirciandoli coll'occhio sano, rispose:—"Lasciatemi andare pei fatti miei; io non do fastidio a nessuno."—"No, sosta; noi non vogliamo farti male; vogliamo che tu decida una nostra lite."—"Voi mi date la baia: da quando in qua ci sono giudici cani?"—"Anche di fico si fecero i Numi;[4] perchè da un cane non può ricavarsene un giudice? Or su via, ad ogni modo tu hai da sedere giudice tra noi."—"O signore, come volete voi che io vi giudichi, se la fame mi toglie il vedere?"—"Noi ti pagheremo la sportula, e tu ti sazierai."—"Allora dite, e presto."