Qui l'uomo, esposta sua ragione con discorso brevissimo, concludeva: la serpe dalla sua istanza si rigettasse, e come litigante temeraria nelle spese giudiciali e stragiudiciali si condannasse.
La serpe, replicando, diceva: avere il montanaro esposto il punto di fatto con ammirabile lucidità; la sua ragione non abbisognare di troppi argomenti; essere d'intuitiva evidenza l'uomo nella sua qualità di uomo meritarsi la morte; per questo perchè avendo questa creatura proclamato il diritto di potere mangiare tutti, ognun sentiva che i divorandi nei congrui casi di ragione avevano diritto a mangiare lui; in altri termini, deve o no applicarglisi la pena del taglione? Dubitarne sarebbe assurdo, sarebbe un fare oltraggio a tutti i sillogismi in barbara che si costumano nel Foro. Qualunque altra condanna non raggiungerebbe lo scopo: quindi insistere a che la sua istanza si accogliesse, e l'uomo nelle spese del giudizio si condannasse, redazione, spedizione e notificazione della sentenza non comprese.
Il cane di posta cominciò ad abbaiare:—Deliberò deliberando: "In sequela della domanda presentata dalla serpe, condanno l'uomo ad essere mangiato vivo,—con sentenza eseguibile provvisoriamente,—previa cauzione,—e lo condanno nelle spese, che tasso e liquido in tutte le sue ossa, le quali mi aggiudico a rosicare per mia sportula ed onorario."
Il montanino non giacque morto e non rimase vivo; e risensato alquanto, in suono di lamento richiede:—"I motivi! i motivi!"
—"I motivi! ah i motivi!"—riprese il cane;—"presumi forse che io mi trovi imbarazzato a farteli: tieni, prendi i motivi.—Quando io m'era fanciullino, un animale della tua razza venne, e trovatemi le orecchie lunghe e il pelo fino, mi svelse dalle poppe materne. Qual fosse il dolor mio ditelo voi tutti, o cani sensibili, così a forza allontanati dalle dolci sembianze e dalle carezze di una madre!—Però l'uomo ebbe di me diligentissima cura; la credei affetto, ed era interesse; ma nella mia ingenuità non me ne accorsi allora; quindi gli posi amore, e se io m'ingegnassi piacergli, Dio te lo dica per me. Condotto a caccia, non incontravo fratta o siepe ove io anche con pericolo di restarne graffiato non mettessi il muso per farne sbucare lepre o pernice; nel cuore del verno animoso io mi tuffai per laghi e per riviere in traccia di germani o di arzavole; senza temere pollini mi avventurava su paduli per inseguire le folaghe; mi precipitai contro il cignale, e con offesa spesso, con pericolo sempre, io lo trattenni ai facili colpi del padrone: tornato poi a casa mi facevano entrare nella ruota a girare l'arrosto; finalmente accucciato sotto la tavola io mi recava a ventura rodere gli ossi degli animali vinti dal mio coraggio o dalla mia sagacità. Non basta: la notte io vigilava intorno casa, dove studiando piacere così al padrone come alla padrona, metteva in pratica lo insegnamento di quel mio confratello più di me fortunato:
Latrai ai ladri ed agli amanti tacqui:
Così al padrone e alla padrona piacqui.
Certo giorno dal vicino villaggio mossero grida disperate:—Accorruomo! accorruomo!—E siccome gli uomini chiamati scappavano via, accorsi io, cane, non chiamato, e vidi un grossissimo lupo, il quale ghermito un fanciullo stava per isbranarlo. Mi accosto cauto, mi slancio con impeto, e come volle fortuna giungo ad azzannare il lupo dietro la nuca, lui strangolando e liberando il fanciullo. Potevo fare di più io, povero cane, per meritarmi la benevolenza di voi altri uomini? Or bene, ascolta adesso."—E il cane si atteggiava come l'araldo delle tragedie greche quando si accinge a raccontare la catastrofe.—"Il mio padrone scaricando una volta con troppa fretta lo schioppo, invece di ammazzare la lepre ferì me nel capo, e mi levò un occhio. Da quel punto in poi il crudele uomo prese ad abborrirmi come testimonianza vivente della sua incapacità: l'odio crebbe a dismisura vedendo come la gente prendesse dalla mia disgrazia materia a dileggiarlo; meditò farmi portare la pena della offesa che mi aveva recato: e voi uomini, dite, avete troppo spesso per nuocere altra ragione che quella di avere nociuto altra volta? Che più, lo dico o lo taccio? lo dirò per dimostrare la mia ragione, quantunque io me ne vergogni per voi, pensando che voi pure appartenete alla famiglia degli animali.—Un giorno io scorsi di traverso nel fitto del bosco lo efferato padrone prendermi la mira addosso per uccidermi da traditore alle spalle, e se non consumò il nequissimo fatto, e' fu perchè gli mancò fino il triste coraggio del delitto. Tornato, con un calcio mi rotolò in cantina, e mi vi chiuse dentro: colà l'aria umida e grave, il nutrimento guasto e sottile, ma soprattutto la passione (perocchè se voi sapeste, o uomini, qual cuore si abbiano i cani, preghereste Dio da mattina a sera di potere camminare con quattro gambe), mi cagionarono la schifosa malattia della quale mi trovo infermo.—Alla signora poi oggimai importava poco che i cani abbaiassero o tacessero:—alle visite tarde e notturne aveva assuefatto il marito…. quindi nè anche da lei ottenni un sospiro o una memoria. Avendo osservato un giorno socchiusa la porta della cantina, esclamai come Scipione:—ingrata casa, tu non avrai le mie ossa!—e con le zampe e col muso l'apersi intera, e fuggii; ma percorso un tratto di via mi volsi indietro a guardare le pareti inospitali, eppure a me care, per tante gioie godute,—ed anche, poichè così piacque al cielo, per tanti dolori sofferti, e tale me ne venne al cuore angosciosa stretta, che, tratto fuori un sospiro lunghissimo, per poco non tornai indietro a morire quivi di affanno… Ma risovvenendomi del villaggio ove io aveva salvata la vita al fanciullo, e la sicurezza in cui mi stava che mi avrebbero usato costà oneste e liete accoglienze, mi persuasero a proseguire. Arrivo, e mi affaccio appena alla piazza, che ecco levarsi un trambusto di urla e di fischi, e poco dopo un nuvolo di sassi. Vedi tu questa ferita nella gamba? Sai tu da qual mano mi venne? Tu fremi…?—Odilo, e fremi bene altramente poi… Ella mi venne da quel fanciullo stesso a cui aveva salvato la vita.—Ora dunque a che più indugi, o serpe? Quali dubbi accogliesti, e perchè dubitasti? Mangia vivo costui, e così tu potessi divorare insieme con esso tutta la perfida stirpe alla quale appartiene."
"Su via, presto, acconciati dell'anima facendo l'atto di contrizione," riprese la serpe: "il meno che meriti è divorarti vivo."
"Chi è che si acqueti alla sentenza di un cane, e per di più affamato? Non sentisti tu che per fame ei non vedeva lume? Io mi sento leso, e mi appello…"
"Appellati a bell'agio, ma intanto voglio eseguire la sentenza, dacchè porta esecuzione provvisoria…"