"Previa cauzione:—assicurami dunque che se hai torto in seconda istanza mi resusciterai; e poi mangiami vivo…."

"Il cane ha sbagliato… Ma via, per sentenza di cane con uno sproposito solo io mi contento:—appellati se vuoi, e' saranno passi perduti."

E cammina, cammina, eccoti un cavallo che pareva quello dell'Apocalisse, pieno di guidaleschi, con le saliere sopra gli occhi, arrembato, i fianchi sporgenti in guisa da potervi appiccare il mantello: dal ciglio di una fossa protendeva il collo lungo e magro, a modo di cicogna, verso le punte di una siepe ch'ei s'ingegnava addentare, e questa, male cedendo e spesso sfuggita alla pressione, ritornando diritta gli trafiggeva il muso, ond'ei si trovava costretto ad abbandonare la infelice pastura.

"O cavallo, dà retta:—vien qua a decidere un piato che verte tra noi."

Il cavallo li guardò in faccia, e poi si messe a ridere…—Ne dubitate voi? I cavalli di Achille non piansero, come ci racconta Omero? Ora se piansero quelli, perchè non potrò fare ridere il mio? Io ho letto perfino che il sole certa volta si messe a ridere.[5] Insomma io vi affermo che ei rise, e voi ci potete giurare.

Il cavallo, quantunque repugnante, pur mosso dalle premurose istanze, favellò: "Basta; contenti voi, contenti tutti: esponete la ragione." La espongono; e appena hanno chiuso le labbra che il cavallo annitrisce: "Su l'anima di cavallo di garbo, serpe, tu puoi divorarti l'uomo senza un rimorso al mondo."

"Possibile!" esclamò angosciosamente il montanino; "ma che diavolo ti hanno fatto gli uomini, onde tu gli odii tanto?"

"Che cosa mi hanno fatto?" tuonò ferocemente il cavallo. "Guarda, e vedi se vi ha dolore uguale al dolor mio? Spallato, piagato; e tutto questo per cui? Tempo già fu, snello e leggiadro io volava per le campagne aperte sfidando al corso i venti, empiendo le nari dell'aere vivissimo, pascendo erbe stillanti di rugiada, e prorompendo dal collo un potente nitrito scuoteva i campi e il cielo, ed esultava nel sentirmi riportati dai quattro venti della terra gli echi commossi dalla mia voce. All'improvviso mi si accosta un traditore, mi getta un laccio, mi stramazza prima, e poi mi salta addosso… Se io mi rimanessi o no stupito, lascio considerarlo a voi! Or come se la natura dava a questo traditore due gambe per fare i fatti suoi, quale strana pretensione è la sua di volersi giovare delle mie? E la conclusione di questo mio ragionamento fu un così gagliardo scrollo di groppa, che mandò il traditore a ruzzolare ben venti passi sul prato. Un turbine di nerbate per la testa, per le spalle, per tutta insomma la persona mi persuasero che il mio sillogismo doveva in qualche parte peccare, ond'io mi rassegnai portare l'uomo con buona grazia. Dimenticai da generoso la prima ingiuria, renunziai di buona fede alla libertà che è si cara, amai il mio tiranno! Mi spinsi giù per burroni, mi erpicai per pendici, valicai fiumi ov'egli non avrebbe osato avventurarsi giammai; lui trepidante trasportai in mezzo alle battaglie, e lo resi, suo malgrado, glorioso; in pace lo condussi per terre e per castelli; per me comparve orrevole, e ottenne grazia sotto il balcone della sua dama; per me di vermigli palii ebbe ornate le stanze; gli generai animosi poledri, non curai geli, soffersi ardori, fame e sete io patii: alla fine m'indebolirono gli anni, e certo giorno in cui me repugnante cacciava per un calle dirotto senza porgermi il debito sostegno, inciampai, e caddi in un fascio insieme col mio padrone. Io tacerò lo strazio bestiale di pedate, di bastonate e perfino di morsi che soffersi; bastivi questo che da un punto all'altro io mi trovai attaccato alla carretta del concio… Quell'io! quel desso che aveva veduto sorgere il sole di Osterlizza, e sentito le centomila cannonate che lo Imperatore sparò a Vagria! E' v'era da darsi la testa nel muri! La mia dignità offesa non seppe sopportare la suprema ingiuria: mi ribellai, ruppi la carretta, ferii il carrettiere: allora il pio padrone mandò per lo scortichino, e pose ogni industria per ricavarne uno scudo, mezzo scudo; e quando lo scortichino si ebbe abbottonato tutte le tasche, e risposto alla perorazione del mio signore che io non valeva la pena di essere scorticato, con un eroico calcio nella pancia cacciò me misero fuori di stalla, dicendo:—Va a guadagnarti il pane!—Oh cuore di ferro, io te lo avevo guadagnato il pane…"—E qui i singhiozzi interruppero il cavallo, e più non potè dire.

"Adattati, via," concluse la serpe volgendosi al montanaro.

E l'uomo smanioso esclamava: "Oh Dio! così non può essere! Cassazione!
Cassazione!"