E l'oste, che non poteva capire nella pelle al fine delle sue parole, esclamò: "Oh Lazzaro, cervel balzano da tutti i quattro piè; tu hai voluto provare una cosa e ti è riuscito concludere con un'altra: co' fatti sempre ti contradici e co' detti. Perchè nel passato anno, quando la neve seppellì le case, tu primo andasti a spararla e a sovvenire i poverelli di Dio?"
"Per darmi moto…"
"E perchè rivestisti la matta? E tutti giorni le dai pane e fuoco?"
"Perchè se muore non mi farà più ridere."
"E il tuo nipote?"
"Se quel becca-l'aglio del Villebiforce, invece di perseguitare la tratta dei neri, si fosse, come doveva, sbracciato a favorire la tratta dei bianchi, a questa ora, vedi… per me lo avrei venduto per venti lire."
"Or dunque via, Lazzaro, da bravo: poichè cotesta tua creatura ti pesa tanto; la mia ragazza ed egli si vogliono bene: io lo riparerò qui in casa mia, lo terrò in parte di figliuolo, e tu non ne avrai più molestia…"
"Come? come?" interruppe Lazzaro con voce tremante. "I miei nipoti hanno a stare con me. O che ti pensi, Biagio, che in casa mia per la tua ragazza non ci sia luogo?—Avrà la sua cameretta linda e polita, e il capoletto con gli specchi e la coperta di cataluffo giallo… che fu già della mia povera defunta…—Senti, Biagio, e sentimi da senno:" e Lazzaro alzandosi mi parve allora sublime: "in tutta la mia vita io ho badato ad una cosa sola, a morir bene. Nell'ora del viaggio eterno io ho contato di avere le mie nelle mani dei nepoti, e un crocifisso sul petto, e andarmene in pace… Ah! ora tu vorresti che stringessi l'aria? Tu vuoi rubarmi il nepote… bermi il sangue… farmi morire di dolore?"
In questa ecco aprirsi la porta della osteria, ed entrare un bellissimo garzone con una lanterna di carta unta in mano. Alle sembianze, ma più assai al colore dello indaco di cui portava tinte e mani e volto, mi si fece manifesto per nepote di Lazzaro. E Lazzaro mutato in sembianza, con parola acerba lo interrogava:
"Donde vieni? Che cosa vuoi? Chi cerchi? Me no certo?"