La morte lo colse improvvisamente al Fitto di Cecina nella sua villa della Cinquantina, la sera del 23 settembre 1873. Ebbe grandi funerali di popolo, ai quali tutta Italia prese parte in ispirito, ed onorata sepoltura vicino alle ossa paterne, sul monte a capo della terra che gli fu culla, come, prima che lo sdegno gli suggerisse le sopra riportate parole, era stato suo desiderio.
A quella tomba le madri italiane conducano i figli, e dicano loro le parole che nella splendida introduzione alla Beatrice Cenci il Guerrazzi scrisse di sè:
«Qui dentro riposa un uomo, che ebbe la fortuna nemica fino dall'ora che gli versarono sul capo l'acqua del battesimo: tutta la sua vita fu una lunga lotta con lei; ma le lotte con la fortuna assomigliano a quella di Giacobbe con l'Angelo. Superato, non vinto, amò, soffrì e si travagliò del continuo pel decoro della Patria. Non provò amici popoli, nè principi; — lo saettarono tutti. Dall'alto e dal basso gli lanciarono strali crudeli. Parte di vita gli logorarono le carceri; parte l'esilio. Prigioniero, meditò e scrisse: libero, si affaticò per la salvezza comune, e principalmente per quella de' suoi nemici ed emuli. Invano la ingratitudine tentò riempirgli l'anima d'odio. Le acque dell'affanno lasciavano ogni amarezza nel passargli sul cuore. Offeso, gli piacque la potenza, e la ebbe per dimostrare col fatto, che tenne la vendetta passione di menti plebee: nè perdonava soltanto, ma (più ardua cosa assai) egli obliò.
«La spada della legge, confidata nelle sue mani, non convertì in pugnale di assassino. — Quando altro non potè fare, col proprio seno tutelò la vita di uomini che sapeva essergli stati, e che avrebbero durato ad essergli, nemici. — Il popolo un giorno lo ruppe come un giuoco da fanciullo; i potenti lo gittarono alle moltitudini insanite come schiavo nel circo delle fiere. Consumato nelle viscere, egli cadde sopra un mucchio di rovine e di speranze; e non pertanto, morendo, lasciava alle genti il desiderio di costumi migliori, e di tempi meno infelici. Le sue dita, con ultimo moto, segnarono per testamento sopra questa terra desolata le parole: Virtù, Libertà.» —
La forte, l'eroica, la socialistica Livorno decretò a quel suo grande figliuolo un monumento; e questo sorse il 17 maggio 1885, nella piazza che da F. D. Guerrazzi prese nome. Bene! Ma perchè raffigurare il Guerrazzi seduto, in atteggiamento di un notaio che stia rogando un suo atto, o di un fattore che pensi i saldi annuali? — Il Guerrazzi, o scultore Lorenzo Gori, doveva essere raffigurato su dritto della bella, della nobile persona, su fieramente impettito, tutto muscoli, in atto o di contemplare, superbo e sdegnoso, le bassezze pullulantigli ai piedi, o di gittare alle turbe la parola della libertà, la fatidica parola contenuta nei libri di lui. Oltre che con le azioni valorosissime, il Guerrazzi lavorò alla effettuazione del suo bello e forte ideale con le opere dello ingegno: esse, può dirsi, furono tutte a questo scopo dirette.
E bene a ragione poteva egli scrivere al Mazzini: «Scopo supremo per me era tentare se scintilla alcuna restasse nel corpo della patria per accendere di vita le presenti e le future generazioni. Non mi pareva che corresse stagione di badare come le acconceremmo il manto o la corona; la questione era quella d'Amleto: essere o non essere. Tutto il mio concetto sta in questi versi di Francesco Petrarca:
«Che si aspetti non so, nè che si agogni
Italia, che i suoi guai par che non senta,
Vecchia, oziosa e lenta.
Dormirà sempre, e non fia chi la svegli?