Amico carissimo,

Prima di tutto grazie a lei dello inalterato amore, e affetto, e reverenza a cui si mostra benevolo a me. — Pur troppo l'Av: pare siasi attirato (almeno pel momento) l'ira universale addosso: io l'ho ammonito come doveva, ma il suo sangue gli si è infiammato nelle vene, e ora a toccarlo si farebbe peggio. — Io tengo lei, e devo tenerlo come un fratello, ma creda, Ferdinando, che a me non è sicuro nè decente venire. Posso sbagliare, ma siccome penso molto alle cose, così paio ostinato, ma non sono. È difficile per lettera dir tutto, ma così in succinto basti questo.

Fin dal febbraio passato promossi qua presso il Governo le cose di Toscana. Consigliai chiamassero di costà persona per informazioni: chiamarono Ridolfi, e al tempo stesso chiamarono anco me; nel punto di partire il Corsi mi avvisa venire col Ridolfi. — Aspettai a Genova nel concetto che, passando, mi avrebbero cercato, e così insieme andati a Torino. Vennero; non mi cercarono; Corsi mi scrisse di Torino perchè andassi; ma spedì la lettera al suo nipote Caprile qui in Genova, che la tenne 3 giorni senza consegnarmela; mentre mi disponeva andare mi vedo comparire il Corsi: parlammo insieme: predicò concordia; (questi signori l'hanno sempre su le labbra); averla anco raccomandata il signor Cavour.

Per me ogni sacrifizio par facile per lo amore della patria: quanto a offese non se ne parlasse più: circa a politica avrei appoggiato quanto proponeva. Se scrivendo, poterlo fare di qui; se con la presenza in Toscana, ricordasse, che non mi permetteva la disastrosa fortuna tenere due case, una qui, una costà; e il traslocarmi con le mie robe troppo spendioso.

Partiva: dopo un mese scrive il Corsi: non avere potuto incominciare la pratica dell'accordo; poi zitto: dopo altri 40 giorni mi dà notizia dello avvenuto a Firenze e mi conforta, se amo il paese, a durare in esilio: — Così mi scrissero altri, e così scrisse il Bon-Compagni al cavaliere Carlevaris, mio amico trentenne. Subito dopo l'oltraggio dell'amnistia. Io vidi allora le arti della fazione aristocratica, che arrolò Corsi, Malenchini, ed altri per tentare il terreno, e per gratificarsi il popolo, e governare tiranna; e così fu, e così è.

Il popolo è rimasto attontito, intronato dalle minacce: guai! se ti muovi; guai! se ci tocchi; guai! se non ci lasci fare. — Traditore, parricida, matricida... anatèma! anatèma! anatèma!

Gli atti di governo furono una serie di errori; ma avevano il piviale della Indipendenza addosso, e bisognò lasciarli stare.

Ora io ho rimesso a servire il popolo il mio stato, mezza salute, mezzo ingegno, e più che mezzi gli averi: io non rinfaccio nulla: mi sento disposto a servirlo da capo, ma non mi sento disposto a elemosinare il permesso di finire questi avanzi di vita per lui. — Il popolo non mi ama, il popolo mi ha obliato; lo so, ingannato, e deluso: ma perchè, com'ebbi nemici operosi e implacabili a nuocermi, non gli ebbi del pari a giovarmi?

E poi a che venire? Se per esprimere un voto per la decadenza dei Lorenesi, e per l'annessione al Piemonte? Io l'ho fatto col ritratto di Leopoldo II; con la dichiarazione del 12 agosto nel Diritto, col Ricordo al Popolo toscano stampato in Torino. Tanto basta.

All'altre cose del Governo vostro non potevo aderire: e la mia opposizione si sarebbe attribuita ad astio, e a mal talento.