Ella vuole non parli del 12 aprile; non ne parliamo; ma io che ho sofferto (ella lo sa) la più che quadrienne carcere, e i colpi di epilessia, e le poche sostanze rovinate, e con fredda crudeltà il trovarmi esposto alla fucilazione tedesca, e la squisita prigionia con tramogge, ribalte, ecc. ecc., bisogna che lo rammenti; e tanto più lo rammenti perchè credo non aggravarmi la coscienza reputando il Ricasoli, e il Ridolfi capacissimi di farmi assassinare.
Il popolo ha dimenticato: pazienza! Gli auguro ogni bene, e non gli rinfaccio niente, e niente domando da lui. Chi ha avuto, ha avuto, e credo ci possa stare.
E poi venire a chiudermi in una villa! stare bonino; seguitare la politica del Governo, come hanno fatto i miei amici, ed implorare la elemosina di potere logorare in prò dei padroni quel po' di vita, di averi, d'intelletto che mi rimangono?
Chi le ha detto che i miei amici seguano la politica del Governo? La oligarchia, che regge costà, ebbe la destrezza di mettersi il piviale delle idee, che fin qui sono la passione del popolo, e con esse dura. Così sembra fautore della Unità, e dell'Annessione al Piemonte, mentre professò sempre massime autonomiste, e zelatrici della dinastia. Tanto vero questo, che il Ricasoli nel febbraio proponeva andare in palazzo a proporre a Leopoldo II la renunzia in prò di Ferdinando IV. E' mi paiono ladri, che avendo rubato la pisside, pretendono passare per sacerdoti. La non può tirare innanzi un pezzo; arriverà il bargello, e dirà loro: la pisside nel ciborio, e voi altri birbe in galera. — Se togli questi punti nuovi per loro, vecchi per noi: in che vuol ella, sia benedetto, che ci troviamo d'accordo? Quello che hanno fatto fecero tardi con la corda al collo. Essi amano la libertà quanto io e lei Pio IX.
Rispetto a A. e T. mi occorre correggere una sua assertiva assai avventata. A. non mi scrive più, nè io gli scrivo; nè sono uomo da movermi da ciarle senza fondamento; e sperava, che la mi dovesse conoscere. Quanto a T. egli non mi consiglia, nè mi riferisce: lo aiuto, e fa quello che nella sua professione gli ordino.
Ripeto, ho scritto un po' vivo perchè ho creduto di non scrivere a lei, e perchè nel suo foglio trovo giudizi, ed opinioni che non mi si affanno; ed ora basta. Se potremo rivederci a casa, bene, se no, basta che ci rivediamo in paradiso.
Intanto mi scriva un po' lei, o mi faccia scrivere dalla Ersilia; e con un abbraccio di cuore, pregandola dei miei saluti in casa, mi confermo
Suo aff.o am.
F. D. G.
P. S. Credo bene avvisarla di una cosa perchè c'intendiamo meglio. Io non cerco, nè cercherò mai deputazioni. Richiesto a Livorno di prova: per mettere il mio nome sul ruolo degli elettori, rifiutai; commisi al signor Mangini, e agli amici, astenersi da qualunque pratica per me. Anche pochi giorni fa il signor Romanelli, nel presagio di una renunzia alla deputazione di Arezzo, me la offeriva, ed io la renunziai. Non ho bisogno di deputazioni, nè di partiti; ho chiesto un po' di amore, e di essere restituito in patria senza trovare sulla soglia la infame sentenza, e la più infame amnistia. — Se alla giustizia dei miei concittadini pare troppo, io durerò in esilio. Forse un giorno mi loderanno di non essermi lasciato avvilire, ed esalteranno quanto ora deprimono.