Cariss.a signora Ersilia
Rispondendo a lei rispondo all'amico Ferdinando. Io non mi guasto per così poco con le persone, che amo, e che mi hanno fatto del bene. — È costume dei signori, che ora obbedite, perseguitare a morte chi non partecipa la loro opinione; non mio: quando non ci possiamo intendere su materie politiche, non se ne discorre più, e rimangono inalterati gli affetti, gli uffici, e i termini di buona amicizia. D'altronde, se mi commossi un poco fu davvero per le nuove che Ferdinando mi fece la gentilezza mandarmi; anzi sarei veramente obbligato se me le rinnovasse; bensì m'increbbe l'approvazione, che in certo qual modo pareva che il Babbo dèsse a coteste grullerie; egli che vide quale strazio di me si facesse, e sa se lo meritai, e conosce quanto furono e sono crudeli, e superbi, i miei carnefici, come poteva consigliarmi a tornare, farmi piccino, piaggiare il Governo ecc.? — Questo, lo confesso, mi spinse una fiumana di sangue al capo. Lo stesso dicasi dello addebito stolto dell'Apologia. Io dissi questo, ed è vero: dopo Novara pensai, badi bene, pensai ad armare il paese, e poi alla tornata dell'Assemblea orare in questo senso: soli contro Austria non possiamo reggere, bensì fare difesa disperata. Io vi conforto a mandare a dire a Leopoldo che spontaneo uscì, e spontaneo torni, se vuole, a patto che non vengano Tedeschi, e si mantenga lo Statuto; se così farete, l'Inghilterra promette la mediazione, e la garanzia, (io aveva riportata questa promessa); io mi condanno allo esilio, contento di portar meco la vostra affezione; se invece vorrete battervi, e me confermate nell'ufficio, farò il debito.
Ecco quello che divisava fare. — Sostenere che gli Aristocratici hanno fatto ma non detto prima, è scempiezza, perchè il fatto basta e ne avanza; ma non è vero: lo dissero ancora e fu pei loro proclami, e assicurazioni che il popolo si rivoltò. Essi dicevano: col resistere, e coll'imporre garanzie, il Granduca vi chiama i Tedeschi a casa, e vi assicuriamo libertà, immunità da occupazione straniera ecc. ecc. Questa è storia; i documenti avanzano a centinaia, ed a negarli ci vuole fronte più che di bronzo.
E del Capponi ancora mi urta quell'aria di moderazione. — Chi consigliò il Granduca a pigliarmi ministro? Lui. Chi orò solo perchè mi deferissero il Governo provvisorio? Lui. Feci il debito? Tutti con giuramento risposero: sì. Dunque dove va a pescar torti? Torti sono i suoi, quando tradì l'antico amico, quando lo lasciò in mano dei suoi carnefici, quando lo espose ad esser fucilato dai Tedeschi. E, quando stava in prigione, mandò a scusarsi allegando la sua cecità; ma le cattive azioni muovono dal cuore, e il cuore non accieca. — Ferdinando queste cose sa, ha viste, ne fu parte; però doveva così rispondere e difendere l'amico perseguitato, e il parente?
Sul rimanente della sua lettera non risponderò. Solo le dico, che alle mie mani avreste avuto meno lumicini e più schioppi.
Le cose sono tutt'altro, che tranquille, e sicure. La libertà, cosa cara, caramente si acquista, e se pensano averla senza sagrifici, e atti virili, e risoluti, dubito assai se riusciranno. Ad ogni modo questo non ha da essere pensiero mio: ci provveda a cui tocca.
Tanti saluti a tutti in casa; e di nuovo accerti Ferdinando ch'io l'ho per buono e caro amico, e lo prego e lo conforto a mandarmi le nuove di quello che vede, ed intende, chè io di certo me ne gioverò nella via, che rimane a fare. Addio; anche Maria saluta.
Affezionatissimo amico
F. D. Guerrazzi.
A Ferdinando Bertelli
Genova, 26 Ottobre 1859.