.... non gli riuscì come la pensava, imperciocchè una mano di giovani nobili lo inseguivano dileggiando. Cap. VII, pag. 193.

Quando ebbe a riferire Bono Boni per suo gonfalone, salì in bigoncia e con un tal suo garbo che tentò rendere dignitoso, e a tutti parve di scimmia, salutò l'uditorio, stette alcun poco pettoruto sopra di sè e poi cominciò a favellare dicendo:

«Magnifici Signori e cittadini prestantissimi. — Poichè i più gravi tra i filosofanti, tra i quali a causa di onore rammento Aristotele nel suo trattatto De republica, poichè i più gravi tra i filosofanti c'insegnano doversi adoperare maturità di consiglio nelle deliberazioni dove può andarne la salute dello stato, noi abbiamo molto bene ed in ogni sua parte considerata la bisogna; avegnachè Celso, quel sommo lume della giurisprudenza, ch'è, come sapete, conoscimento delle cose divine ed umane, e scienza delle leggi avverta acconciamente non potersi decidere se prima non si esamini nell'insieme e nelle singole spartizioni il caso concreto. Onde, veduto il pro e il contro quid faciendum, quid vitandum, siamo venuti nel presente concetto che se i beni e la vita senza la libertà sono poca cosa, la libertà senza i beni e la vita è ancora meno. Vivere libero piace, ma più di tutto piace vivere. Della libertà, dei beni e della vita, prima giova porre in salvo la vita, poi i beni, poi la libertà. — Conviene procedere con ordine e misura; dovendosi perdere, si comincia dal meno necessario e si va su su verso quello che fa maggiormente di bisogno. — Il buon nocchiero assalito dalla bufera concede parte delle merci al mare tempestoso per salvare il restante. E nel caso nostro il papa è la procella, Fiorenza la nave in travaglio, e la Signoria il nocchiere. Di quaranta che sono nel gonfalone drago verde trentacinque votano l'accordo, cinque la guerra.»

«Giù da cotesta bigoncia in tua malora!» urlò Lionardo Bartolini: «se tu aggiungi un'altra parola per l'accordo, ti taglio in pezzi senza misericordia. — Giù, giù di bigoncia il tristo uccello! — E' vorrebbe rogare il testamento alla Repubblica. — Gittiamo dalle finestre.» Tra uno schiamazzo alto, discordante di voci diverse o d'ira o di scherno, più distinte si udivano quelle già rammentate. La prosunzione combatte con la paura; nè il dottor di legge, che si dava vanto di perito nel dire, sapeva indursi ad abbandonare la bigoncia; ma, crescendo il tumulto, scese a rilento, esclamando: «Anche il fiore della vera eloquenza è perduto sotto questo iniquo reggimento!»

I Signori, i più modesti cittadini e i tavolaccini imposero silenzio; il quale avendo a gran pena ottenuto, successero a mano a mano gli altri gonfalonieri, i Buonuomini e ad uno ad uno i Signori. Il Carduccio, il quale era rimasto in piedi con immensa ansietà finchè il numero dei votanti rendeva incerte il consiglio della Pratica, appena conobbe decisa la guerra, lasciò andarsi abbandonato sul seggio, quasi da giubilo che non aveva ardito sperare.

E riprendendo forza, terminati i voti, si levò in sembiante ardito e con voce più ferma che mai favellava:

«E guerra sia! Questa volevamo, questa con preghiere ardentissime dal cielo supplicavamo. Ma con gli animi pronti abbiate, o cittadini, pronte le sostanze e la vita. Se la Signoria non ricorse a violenti partiti, ciò non fece perchè la mano le tremasse o l'animo, no certo; sibbene perchè, sentendosi forte, non teme ingiuria da nemici interni: ciò fece ancora per mostrare al mondo che questo nostro stato presente aborre da rimedi estremi nelle strettezze nelle quali si trova, ed in cui spedienti siffatti non solo si scusano, ma si commendano e approvano. Ognuno conosca dal governo del tempo infelice con quanta giustizia la Repubblica sarà per procedere in tempi quieti. Però, cittadini, ora bisogna che dimostriate intera la carità vostra verso la patria. A noi non mancano milizie sì forestiere che nostre: a noi non mancano munizioni da guerra, — di vettovaglia non patiamo difetto; — solo il danaro scarseggia. A che vale la provvisione di vendere i beni delle arti, se nessuno si presenta a comperarli? Il gonfaloniere dell'Unicorno propone che, come vendemmo la terza parte dei beni ecclesiastici, così noi li vendiamo interi: — e a cui noi dovremo venderli? Simili argomenti non procacciano pecunia. Fra tasse ordinarie, accatti, gravezze e balzelli straordinarii, fin qui giungemmo a tredici. La prudenza e le leggi non ci concedono oltrepassarne il numero. Carità, carità, cittadini! Potessero uscire fiorini dalle mie vene! Il popolo minuto corre volonteroso e si disfà dei suoi pochi argenti in pro della patria: voi di molti beni provveduti dalla fortuna contemplerete il bello esempio indarno? Il cuore chiuderete e la borsa? Messere Zanobi Pandolfini spontaneo donava mille scudi, messere Alessandro Malegonelle ottocento, messere Michelangiolo Buonarroti mille....»

«Il quale non vi darà più oltre pel valore di un bagattino!» proruppe sdegnato Michelangiolo.

«E perchè, messere Michelangiolo? Perchè?» domandarono mille voci ad un tratto.