«Perchè quando mi piace dare quello permettono le mie povere facultà, come io lo dimentico, così vorrei lo scordassero gli altri — nè ci ha mestieri strombettare pei cantoni, — Michelangiolo dava tanto, quasi in dileggio della mia povertà, o in rimprovero del poco volere...» Profferite le quali parole se ne stava cruccioso.
«Lode al Signore», continuò il Carduccio levando in alto le mani, «il quale volle ai tempi nostri mostrare di che sia capace un cuore benigno unito a sublime intelletto. Michelangiolo voi siete grande; il mondo lo sa, e voi non ve ne accorgete. — Ora, signori colleghi e cittadini adunati, questi spettabili Dieci hanno inteso i vostri pareri, e anderannosi accomodando a quelli. E, per concludere le cose deliberate, vi raccomando rammentarvi la promissione fatta nel Consiglio Grande in nome di tutto il popolo fiorentino a Gesù Cristo figliuolo di Dio, di non volere altro re accettare tranne lui solo; e, della vostra promessa ricordandovi, egli molto bene si sovverrà della sua di sostenervi e difendervi. Addio. — Non sarebbe il tempo bello di gloria, ove non fosse pieno di pericoli. Verrà giorno che sopra le nostre lapidi i figli riconoscenti incideranno: E' fu di quelli che si trovò alla Pratica per difendere la libertà di Fiorenza contro Clemente papa.»
In questo modo la Pratica si sciolse; e, con fragore come di acque lontane, i cittadini sgombrarono la sala; giù per le scale andavano bisbigliando chi una novella, chi un'altra. Molti lodavano l'ardire del Carduccio, e dicevano che se Pietro Soderini avesse nel 1512 cotale animo avuto, la Repubblica non si perdeva di certo; alcuni pochi lo biasimavano, come se si fosse a troppo grave risico avventurato, ed all'opposto degli altri affermavano che, come il Soderini aveva perduto la Repubblica per essere troppo rispettivo, questi la perdeva perchè troppo avventato. Ma il popolo, amico delle vigorose deliberazioni, conosciuto l'esito della Pratica, applaudiva empiendo l'aere di gridi: — Viva la Signoria! Viva la Pratica! Non vogliamo accordi! Chi brama Fiorenza, venga per essa! — ed altri siffatti. Come il vento, quando all'improvviso soffia sopra la terra levando il turbine della polvere, gli uomini avviluppa e le cose sicchè o non si distinguono o si distinguono in confuso, la fama percorrendo tra il popolo vi sommove passioni, affetti e voleri pieni d'impeto e di fallacia: onde corse voce da prima, le contese in Consiglio essere state molte e gravi, avere i cittadini l'uno all'altro detto ingiuria, nè mancate le minaccie e le percosse; per la qual cosa il gonfaloniere, smarrito l'animo, era caduto privo di sentimento sul seggio; la parte pallesca prevalere, i repubblicani spacciati; se non fossero pronti agli aiuti, gli avrebbero trovati spenti.
«O Dio, che avverrà di messer Dante?» diceva un popolano. «A questa ora possiamo recitare un De profundis a messer Lionardo», esclamava tal altro. — E ognuno andava ricordando l'uomo in cui aveva maggiore affetto riposto. I dodici Buonuomini tenevano le porte custodite diligentemente: da qualunque lato meno impossibile penetrare in palazzo oltre le porte; quelle partigiane forbite toglievano l'animo ai più audaci. Intanto la fama diventava più limpida; una contesa era avvenuta, ma non tanta; le ferite nulle, tutti concorrere nella guerra, da uno solo in fuori, il gonfalone del drago verde: gonfaloniere del drago essere Bono Boni dottore di leggi. «Quell'uomo pio....», cominciava a favellare un Pallesco. — «Che pio e che non pio?» interrompeva un Arrabbiato: «egli è un gabbadeo, un furfante da ventiquattro carati, un ribaldo da mandarsi al mare per bastonarvi i pesci[132], un pendaglio da forca. — Alla Dianora mia zia rubò la dota; — a Braccio vaiaio divorò le campora di Brozzi; — e' inghiottirebbe la luna se gli riuscisse agguantarla.» — «Chetatevi, male lingue», parlò certo vecchio autorevole fra il popolo: «la vostra bocca fa peggio della campana del bargello, che suona sempre a vituperio,» — «Fratel mio», gli rispose un vispo popolano, «le cose e' si chiamano pei nomi che hanno. Se io vi salutassi: — Ciapo calzaiuolo; che Dio vi abbia nella sua santa guardia, — lo torreste in mala parte? Mai no, perchè vi chiamate Ciapo e siete calzaiuolo; così se diciamo: — Bono Boni dottor di leggi è ladro, — egli è perchè comprende l'una e l'altra cosa. Glielo abbiamo ordinato noi di affibbiarsi addosso cotesta giornea?»
Intanto ratto ratto traversava Bono Boni il cortile del Palazzo per uscire quanto meglio poteva inosservato; ma la cosa non gli riuscì come la pensava, imperciocchè una mano di giovani nobili lo inseguivano dileggiando.
«Sere», gli urlava dietro Alamanno de' Pazzi, «sere! badate che vi fabbrichi ben salda la corazza mastro Spada.»
«Se le ribalderie fanno imbottito», soggiungeva il Bravo da Somaia, va pur franco alla guerra; non troverai spada che ti arrivi sul vivo.»
«Bisognerebbe», replica il Morticino degli Antinori, «mandare al campo messere dottore con tre compagni a scelta per affamarlo in tre giorni.»
E Bono non rispondeva, sibbene affrettava il passo, tenendo sentiero obliquo, come i rettili fanno quando fuggendo cercano un buco dove possano riparare. — Dal suo volto spirava un misto di rabbia e di paura da mettere sospetto e indurre a riso: quei suoi occhi lustri come la lama brunita del pugnale, avrebbero desiderato dare la morte guardando, secondo che si racconta del basilisco. Il popolo, vedendolo posto in dileggio da personaggi autorevoli, ruppe il freno schiamazzando: — Ben venga il sere, che gli faremo la corona di bietole.» — «Dacchè teme la guerra, mandiamolo a Pisa, — e per Arno, — sì, per Arno: — all'acqua il barbone! — all'acqua il dottore!»
Un popolano lo afferra pei lembi del lucco e per poco nol fa stramazzare bocconi: — un altro lo tira pel beccuccio all'indietro: se lo spingono da una mano all'altra lo pestano, gli lacerano le vesti; ed egli non proferisce parola, sbarra gli occhi stralunati, la lingua grossa tiene fitta al palato; in breve lo riducevano in massa deforme di fango e di sangue, se il soccorso tardava.