A Dante da Castiglione increbbe l'atto turpe, non già per Bono, ch'ei ben sapea meritarsi anche peggio, ma per l'esempio pessimo e pel disdoro che veniva a ridondare sopra la città. E, disposto com'era impedire che il popolo si disonorasse, con mani potenti levato in aria l'infelice corpicciuolo del dottore se lo pose dietro alla persona, dipoi, opponendo il petto virile alla onda popolare:
«Che furie, che sdegni sono eglino questi?» prese a parlare; «si vede bene che del vivere libero non sapete più nulla, dacchè in così brutta maniera ne abusate. Se il dottore ha misfatto, ricorrete agli Otto o alla Quarantia e accusatelo: v'è il magistrato per ricevere la querela, vi sono le leggi per punirlo. Se il dottore mal consigliava, la Pratica concede libertà di parole; e voi rispettate i consigli tristi, se volete averne sempre dei liberi e dei buoni: e poi il dottore non può incolparsi, o poco incolparsi; colpa bensì è di loro che lo elessero a gonfaloniere o gli commisero la relazione. Sicchè lasciatelo stare. Il popolo di Fiorenza fa per impresa il lione; — imitatene la generosità. Vi pare egli subbietto di sdegno Bono Boni dottore di leggi? Miserabile creatura! lasciatela stare. Voi, Tebaldo, che sempre conobbi per uomo dabbene, date primo l'esempio. E voi, Bindo, non vi vergognate? Di bene altre ire ora abbisogna la patria. Su via, seguitemi, andiamo alle mura per vedere l'esercito nemico che tiene assediata la città: — guerra al nemico!»
Tebaldo e Bindo, i quali parevano tra i popolani i meglio clamorosi, si quietarono e, mutando voglia, si misero ad urlare quanto ne poteva loro la gola: — «Alle mura! alle mura!»
Al Morticino degli Antinori, giovane ferocissimo ed emulo antico del Castiglione, increbbe quel parlare modesto, e più del parlare l'autorità grande esercitata sopra le turbe, onde, morso da invidia, si avvicina a Tebaldo e gli susurra all'orecchio:
«E chi siete voi da lasciarvi menare così pel naso da quel Morgante maggiore? Alla statura, ma più alla durezza, e' mi sembra il fratello del Davidde di Michelangiolo: — diamo la baia anco a lui; prendiamo a sassi il protetto e il protettore.»
«Questo non faremo noi», con mal piglio, rispondeva Tebaldo: «e chiunque si attentasse di farlo, proverebbe come le mie braccia pesino. Chi siete voi, messere? Io non vi conosco. Dante mai sempre ci si mostrava amico, — anche al tempo dei Medici, sapete, egli mi domandava: Tebaldo come stai? come va la moglie e i figliuoli? e lavori ve ne sono? — e quando io era tristo e crollava la testa, mi confortava sommesso: «spera, non sempre rideranno costoro; non per anche abbiamo fatto i conti; Dio non paga il sabato e per ogni tuo bisogno fa capo a casa. Noi non nascemmo gentiluomini per essere ingrati....»
Ed un altro del popolo riprendeva:
«Aggiungi, frate, ch'io mi rammento aver veduto il messere a codazzo dei Medici e dei cardinali quando dominavano la città. Ora, dite voi altri, ci vedemmo noi mai messer Dante?»
«A che perdiamo più tempo con questa figura da campo santo?» continua un altro. — «I compagni si sono avviati, e noi arriveremo ultimi. Lasciamo il dottore, — un giorno o l'altro ci darà maggiore diletto, quando si dimenerà dentro il paretaio del Nemi[133]».
Rimasero sulla piazza dei Signori Bono e il Morticino, — quegli salvato dal danno, questi impedito dal farglielo: — e non per tanto o non si odiavano, o si odiavano di un odio minore a quello che portavano entrambi a Dante. Se avesse potuto l'uno contemplare lo sguardo dell'altro, che tenevano ardentemente teso sopra il Castiglione, il quale si allontanava, si sarebbero abbracciati come fratelli, — per istringersi poi nel vincolo più saldo che mai possa legare due cosiffatte creature, — voglio dire il delitto.