«Inoltre vedete un poco a che cosa ci giova questa libertà: se, per pagare meno io gravezze, parmi ne abbiamo pagate più in un mese di repubblica che in un anno sotto i Medici; se, per vivere meglio a modo nostro, io ho vissuto sempre a bell'agio perchè di cui non dico mai nulla, di Dio poco; voglia di entrare in bigoncia non ne sento, bado al traffico e ai libri della ragione; sicchè poco m'importa o nulla che o Marzocco o Palle tengano il palazzo.»

«Vivere a bell'agio sotto la repubblica! Io non conobbi mai leggi più gaglioffe di quelle che promulgò Fiorenza nei tempi di reggimento popolare; immaginate, ogni cittadino non potrebbe usare a pranzo o a cena più che due sorte vivande, il lesso e l'arrosto; egli è vero che sotto la vivanda lesso o arrosto lasciavano adoperare di tre specie di carni, nè si computavano per vivanda i bramangiari, i mortiti, i berlingozzi, solci, pere guaste con anaci, acqua rossa, zucchero, bircoccoli e il pane e il vino era ad arbitrio; ma alla fin fine si chiamerà vivere libero quello che t'impedisce sotto la pena di fiorini dieci larghi di oro in oro mettere in pratica un qualche ritrovato che sapesse consigliarti il tuo ingegno...[147]

«Mi rimane a tentare una prova per deliberarmi in tutto alla partenza.»

«In grazia, qual prova?»

«Di consultare un profela.»

«Messere, badate, di non dar di capo nei gerundii. Dove sono eglino i profeti a Fiorenza?»

«Sonci, ed io ne tengo uno in casa mia.»

«Domine, aiutatemi! o come si chiama egli?»

«Si chiama Virgilio Marone.»

«S'io non mi sbaglio, parmi avere udito che fosse un poeta costui or corrono anni meglio di mila e cento.»