Siccome voi, ma celasi in alcuna
Che dura molto, e le vite son corte.
In fondo dirimpetto alla porta il Frate e l'Albertinelli accumulavano, secondo lo stile della nostra religione, a larga mano immagini di spavento, con le dipinture delle severità del giudizio finale e gli strazii crudeli dell'inferno; intorno alle mura e ai colonnati con fiero ordine vedevi accatastate ossa e teschi, e talvolta fare di sè orrenda mostra scheletri interi; per ogni dove trofei di distruzione e motti dolenti, iscrizioni sepolcrali, parole di universale o di particolare dolore. In cotesti tempi, nei quali la superstizione forte agitava le menti del popolo, non è da dirsi se durante la notte aborissero volgere i passi da cotesta parte; e il magistrato la sceglieva appunto per essere sicuro di non rimanere interrotto nel misterioso colloquio.
A passi lenti il nostro personaggio percorse due o tre volte il ricinto; a mano a mano i suoi passi diventarono più celeri: i pensieri gli sorgevano e roteavano turbinosi in mezzo del capo: umana favella non avrebbe potuto significare i suoi affetti; in un baleno scorreva tempi remoti e recenti, immaginava i futuri; si sdegnava, s'inteneriva, esaltato dalla contemplazione di qualche alto disegno in regioni meno triste della terra che calpestiamo, si sublimava, o all'improvviso, morso dal dubbio, gli cadevano giù le forze e la speranza, e piangeva; finalmente gli proruppero dall'intimo seno queste parole sconnesse:
«Io cammino su le ossa di duecento e più mila uomini[149]! — Qual fiamma uscì da costoro prima che si facessero tanto mucchio di cenere? — Nulla; — e sì, che tutti sortirono un cuore per sentire, una mente per pensare, un braccio per percuotere; — nulla! e sì, che l'anima loro ondeggiava continua, come quella degli altri viventi, tra l'odio e l'amore. — La notte m'impedisce leggerne gli epitafi; se il sole con la pienezza dei suoi raggi gl'illuminasse, tornerebbe lo stesso, perocchè il tempo abbia la sua notte profonda, e l'oblio sia la sua tenebra. Eppure tante anime non possono avere vissuto invano! Chi sa quanti Alighieri dal divino intelletto, quanti Micheli Lando, quanti Pieri Capponi, quanti Giacomini Tebalducci dormono qui sotto i miei piedi! La lampada arse sotto lo staio, non iscintillò gloriosa sul candelabro. — Consumati forse dal proprio fuoco si spensero. — Ed ora che le sorti della patria apparecchiano eventi a manifestare la virtù che l'uomo ebbe in parte dai cieli... ora giacciono polvere; le generazioni mancano ai tempi, più spesso i tempi mancarono alle generazioni. — Voi siete affatto morti; la speranza o il terrore immagina prolungamento di vita oltre i sepolcri... pure se impreco pietoso alle vostre ossa pace, o scellerato le maledico, voi vi restate ineccitabili sotto le vostre lapide di marmo: — s'io gettassi sopra i vostri cadaveri il corpo di un amico o di un nemico, nè vi movereste per abbracciare il primo, nè vi scostereste dal secondo... O creatore! la mia bocca non conosce la bestemmia, e nondimeno io qui ente mortale tra i morti oso levare la faccia e dirti che non sempre hai tu fatto del bene; — e se come il pensiero potessi lanciarti contro le braccia, domanderei ragione del tuo male. — Da quando io prima apersi gli occhi consapevoli li tenni fermi al cielo per vagheggiare la stella della speranza e sentii nel mio cuore l'ardimento delle cose magnanime;... però talvolta mi si nasconde la stella, e allora sconfortato a mezzo cammino mi abbandono. Ah! Creatore, — dipartirsi dai cieli, stendere la mano onnipotente a raccogliere dalla terra un pugno di cenere, animarla onde soffrisse la stretta delle tue dita e l'angoscia della caduta per balestrarla un tratto di anni lontana a tornare cenere sulla medesima terra... certamente non fu segno di amore[150]. — Centinaia di migliaja d'uomini che dormite sotto, dov'io potessi evocarvi e costringervi a rispondere a questa mia domanda: ogni uno di voi annoveri il tempo della sua vita dai giorni che si sentì felice e mi dica quanto ha vissuto; — quanti, che giungeste agli ottanta anni, direste: — noi non vivemmo mai! — Ben con immenso sforzo potranno i mortali scuotere la catena che lega il mondo al piede della sventura come una palla di supplizio, ma romperla non potranno. Ecco questa mia patria innocente non ha difesa; — chiama dal cielo soccorso, e il cielo le sorride sopra un sorriso di scempio e non l'ajuta. — Le repubbliche italiane ad una ad una saettate dalla tirannide rinnuovano la storia dolorosa della famiglia di Niobe. Fiorenza sola rimane ultima, e sopra il suo cuore si accumula il pianto di tutte; ella eredò un tristo retaggio di gloria e d'infortunio... Cadrà!... oh cadrà! — e noi non avremo pianto, e alle nostre ossa oltraggeranno ingrati nipoti; — già noi vituperano vivi! — Possa almeno essere grande la sua caduta, come conviene all'astro che contese solo alla tenebra di errore e di tirannide la quale si addensa sopra l'universa Italia; — si spenga come la fiaccola all'impeto della bufera... — Dio, che ci neghi più efficace conforto, sovvieni almeno l'anima dolorosa in questi ultimi aneliti; — ci manda dall'alto una virtù che valga a far sì che un giorno la nostra bella morte sia argomento d'invidia a quelli stessi che vivono.»
«O neghittosi!» favellò, «non sapete voi che da questo lato domani potrebbe entrare la palla mortale per la nostra amorosissima patria?» Cap. IX, pag. 238.
Dante da Castiglione era giunto ai bastioni di San Miniato con mirabile arte condotti per industria del divino Michelangiolo. Quantunque il Varchi ci narri nel decimo libro delle sue Storie essere stati biasimati da alcuni perchè fatti con troppi fianchi, le cannoniere troppo spesse, per le quali venivano a indebolirsi, e troppo ancora sottili da non potere reggere l'urto delle grosse artiglierie, — nondimeno furono tenuti non solo per cotesti tempi stupendi, ma in epoca più recente meritarono che Vauban, celebrato ingegnere francese, ne levasse la pianta e ne prendesse le misure[151]. Questi bastioni cominciavano fuori della porta San Francesco, e salendo su pel monte circuivano l'orto, il convento e la chiesa di San Miniato; — così descritto un larghissimo ovato si ricongiungevano alla porta San Francesco. Nell'orto di San Miniato era alzato un fortissimo cavaliere che guardava il Gallo e Giramontino. Ancora poco sotto del convento di San Francesco fu fatto un altro bastione, il quale con le sue cortine scendeva giù da oriente fino al borgo di Porta San Nicolò e terminava con alcune bombardiere poste sopra Arno: altri bastioni e puntoni e cavalieri costruirono che non importa descrivere, armati di grossi panconi di quercia, ripieni dentro di terra e di stipa, di fuori fasciati con mattoni crudi composti di terra pesta mescolata con capecchio trito.