«M'è caduto il torchietto di mano... abbiate pazienza...»
Messere Luigi non volle abbandonare il libro, ed ora con umili istanze, ora con parole concitate, gl'impone riaccenda il lume. Quando non senza molte difficoltà la candela fu accesa messere Luigi drizzò bramoso gli occhi al volume e lesse ad alta voce: Eeu fuge crudeles terras fuge! litus avarum[148]! — rimase attonito per lunga pezza; l'altro che non intendeva di latino del suo tremore tremava e non ardiva aprire la bocca; all'improvviso messere Luigi quasi uscisse dallo spavento del fantasima afferra per ambe le braccia messere Gherardo e gli dice:
«Rompiamo gl'indugi: — qui non v'ha tempo da perdere, fuggiamo...
«Oh! Dio! senza cena?»
«Se non preferite il cenare al morire.»
Con terribile impeto di repente si schiude la finestra; i vetri percossi si spezzano fragorosamente, e per tutta la stanza se ne spargono i frantumi, al tempo stesso una voce severa si fa sentire che dice:
«Codardi! voi rinnegate la patria, — la patria rinnega voi; sgombrate subito; — il nuovo giorno vi troverebbe sospesi per la gola.»
I due compagni stramazzarono sconciamente per terra; poi si riebbero, e l'uno all'altro narrò di strane apparizioni, di odore di zolfo e simili altre novelle; aggiungendo la paura nuova all'antica, fatto rifascio di quanto lor cadde sotto mano, insalutata la famiglia, in quella stessa notte fuggirono e ripararono a Lucca. La storia rammenta i nomi loro; furono Luigi Guicciardini e Gherardo Bartolini, di professione mercanti. La rampogna mosse dal magistrato, il quale salito sur un muricciuolo sottoposto alla finestra vide tutta la scena ed in gran parte la udiva.
Scese e, ingombro di tristi pensieri, s'incamminò al luogo del ritrovo, al cimitero di Santo Egidio, noto eziandio col nome di cimitero delle ossa: di questo luogo di morte adesso non si trova vestigio; giaceva sul lato di ponente dello spedale di Santa Maria Nuova; empiva chiunque si facesse a visitarlo di riverenza e di terrore. Sopra la porta era scritto, Dies nostri quasi umbra, e in minore cartello la sentenza del divino Alighieri:
Le nostre cose tutte hanno lor morte