A mano a mano che i varii drapelli dei gonfaloni si accostano all'altare, piegano il ginocchio, declinano verso terra le armi e la insegna. Il capitano pone a nome di tutti la destra sopra l'Evangelio e proferisce la formula del giuramento, che i soldati ripetono, e quindi voltatisi alla Signoria con gesti convenevoli le rendono la debita reverenza. I trombetti e i pifferi del comune sonando restituiscono i saluti.

I gonfalonieri, svoltando dal campanile e procedendo per le vie del Proconsolo, del Palagio e del Diluvio, si conducono al tempio di Santa Croce. La Signoria, il signore Stefano con grande accompagnamento di capitani, di cittadini, mazzieri e trombe gli seguono; — il popolo, cupido di spettacoli, gli ricinge attorno densissimo.

Qui fu cantata la messa solenne dello Spirito Santo, dopo la quale il virtuoso frate Benedetto da Foiano salì in pergamo tenendo nelle mani uno stendardo nel quale era da banda dipinto Cristo vittorioso con soldati distesi per terra chi morti e chi feriti, e dall'altra la croce rossa in campo bianco, insegna del comune di Firenze.

Le tende tese avvolgevano le vaste navate in tenebre misteriose; — le turbe raccolte mandarono un fremito come di onde commosse, poi tacquero silenziose così che si udiva l'anelito del frate e il fruscio dello stendardo nelle sue mani.

All'improvviso il frate con voce formidabile cominciò:

«Cum hoc et in hoc vinces. — Il Padre nostro, che è nei cieli, creava gli uomini liberi e lieti. Lo spirito delle tenebre soffiò nell'anima dei tristi un alito infernale, e questi incatenarono le mani dietro alle spalle ai fratelli, strinsero nella destra maledetta una verga e si chiamarono principi. Allora la creatura, non potendo più sollevare le braccia al cielo per benedire Dio, la faccia contristata abbassò verso la terra e pianse. L'uomo malvagio non tenne da principio nascosa la reproba sua origine e apertamente significava sè essere figliuolo di Satana; poi, alla tristizia aggiungendo la ipocrisia, celò sotto una benda o corona la impronta di Caino incisa sopra la sua fronte, si unse col santo crisma le chiome quasi profumo e disse: io vengo da Dio. — Questa è bestemmia manifesta, imperciocchè il Signore favellando a Samuele gli dicesse: — Pon' mente, tale sarà la religione del re: — egli piglierà i vostri figliuoli, — egli piglierà le vostre figliuole, — piglierà eziandio i vostri campi, le vostre vigne, i vostri uliveti, — ed in quel giorno voi griderete per cagione del vostro re[160]. — Così ha parlato il Signore, ed aggiunse ancora al popolo ebreo: Ma io non vi esaudirò, perchè voi lo avrete eletto. — Gli schiavi volontarii increscono al mondo, a Dio ed allo stesso demonio. Noi non eleggeremo il principe, noi lo combatteremo, noi lo inseguiremo, finchè non torni all'inferno, donde l'antico nemico del genere umano lo ha dipartito. — Fiorenza, madre amorosissima, nudrì i Medici come suole i suoi figliuoli più cari, cresciuti che furono, morsero le mammelle dalle quali ebbero vita; stesa la mano parricida sopra il casto seno di lei, esclamarono: Tu ci alimentasti del tuo latte, ora abbiamo sete del tuo sangue —, e si apprestarono a divorarla. Qual segno parlò dall'alto in favore di cotesta scellerata famiglia? Qual consenso di popolo la creava tiranna? Qual diritto ella vanta? Con quali argomenti ella intende dominare su Fiorenza? Vedetela, armi barbare ella spinge ai nostri danni, sua ragione è l'offesa, suoi oratori le bombarde, feste gl'incendii, benefizii le rapine, doni le stragi. E non pertanto vive tale tra loro che non aborre affermarsi vicario di Cristo sopra la terra; non gli credete: se tu, Clemente, co' tuoi misfatti non avessi allontanato lo spirito di Dio dalla Chiesa, ora lo scisma non guasterebbe le sue membra, tu non saresti stato avvilito, non avrebbe Roma sofferto il miserevole sacco. Quando lo spirito di Dio circondava il Vaticano, mandò gli angioli con ispade infocate a difenderlo e respinse Attila atterrito dalle sue mura. Roma conserva tuttavia l'altare, ma il Dio lo abbandonò; il sacerdote innalza al cielo l'antica preghiera, ma il cielo non risponde più, perchè la voce del sacerdote è fatta impura, le mani ha intrise di sangue. Il sommo sacerdote vi chiamò davanti al giudizio di Dio: — sperate! — imperciocchè Dio lo abbia riprovato. Gesù Cristo nostro divino redentore e re nella sua divina sapienza conobbe che un giorno sarebbero insorti falsi profeti, i quali profetando nel suo santissimo nome avrebbero tratto la generazione degli uomini nello squallore e nella servitù: ond'egli vi lasciava un segno e diceva: L'Albero buono non può fare frutto cattivo, nè l'albero malvagio frutti buoni; voi dunque li riconoscerete dai loro frutti. — E quando i verecondi avessero ardito invocarlo, ei prometteva sarebbesi protestato contro di loro, gli avrebbe reietti lontano da sè come serpenti, progenie di vipere, sepolcri scialbati, operatori d'iniquità[161]. Egli vi chiamò al giudizio di Dio, — sperate! imperciocchè Dio chiederà ai suoi sacerdoti ragione del sangue dei profeti che mandò verso di loro, del sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria e di frate Ieronimo Savonarola, il quale uccisero a vituperio col patibolo infame. Papa Clemente, trema, perchè Cristo è tuo giudice, non complice, ed egli ti reciderà, la tua parte metterà con quella degl'ipocriti, laddove è pianto e stridore dei denti[162]. Ma che dico sperate! Già voi vedete della sua protezione certissimi segni; credete voi forse senza divino soccorso avere potuto assuefare gli occhi alle lunghe vigilie, le membra a prendere su la dura terra breve e interrotto riposo, la fame tollerare e la sete, soffrire l'ardore del sole e l'asprezza del freddo non più dai molli vostri corpi provata? Forse senza ajuto celeste avvezzi agli agi della vita, nudriti nelle pacifiche discipline, vi era concesso con animo immoto ascoltare le barbariche voci, sostenere gli aspetti spaventosi, opporre i ferri ai ferri, percuotere, essere percossi, terribili se vincitori, più terribili vinti? Prodigi sono questi; altri ne aspettate maggiori dal cielo, voi stessi opererete miracoli, forse tra noi già vive e si agita un nuovo Gedeone, e già nel suo cuore egli intende la voce del Dio degli eserciti; sorga! oh! sorga tosto e disperda questa empia progenie. — Voi siete soli, vi abbandonano tutti: meglio così in questo modo intera sarà la gloria nostra; così, oh! non fosse intera la infamia dei rimanenti Italiani: noi soli difendiamo l'onore, la vita e la libertà della Italia: e quando pure dovessimo soccombere, sarà splendido il nostro sepolcro, perchè ultimi cedemmo, perchè soli osammo resistere a moltitudine di gente contro le quali non valsero le armi collegato di potentissimi principi. Fu gloria al popolo ateniese abbandonare la patria terra per tutelare la libertà; quanto fia maggiore la tua, o popolo fiorentino, che giudicasti la maestà dei luoghi pubblici, la religione dei tempii, i sepolcri, le case dover esser da te costantemente difese, e la tua salute dovere andare congiunta con la salute della patria! In hoc signo vinces, gridò la voce dall'alto a Costantino imperatore, e gli fu mostrata la croce sfolgorante nei cieli: in hoc signo vinces, esclamo anch'io benedicendo questo sacro stendardo e alle tue mani affidandolo, strenuissimo Colonna, capitano della valorosa milizia fiorentina: seguitate voi giovani, codesta bandiera, tenete sempre in lei fissi gli sguardi, imperciocchè egli la condurrà sempre nella via dell'onore e della vittoria. Adesso io non vi conforterò ad esser prodi; già voi lo foste, e così l'uomo si piace nel sentirsi virtuoso che voi percorrerete intero il bene cominciato cammino: non vi raccomanderò i padri, le madri, le donne e i figli vostri; concesse ai loro labbri tale una voce natura presso cui la mia diventa debole e fioca. Di due cose con tutte le viscere dell'anima mia vi supplico, e sono: di mantenere severa la disciplina, origine vera di ogni alta gesta militare; Prospero Colonna, capitano dei nostri tempi famosissimo, di cui la gloria in te, inclito Stefano, riconosciamo, soleva dire: desiderare piuttosto imperito ed ubbidiente soldato che molto perito ed ubbidiente poco; e sopra tutto vi scongiuro di unione, pace e concordia. A concordia la patria afflitta e il vostro re Gesù Cristo v'invitano; a concordia gl'imminenti pericoli vi consigliano. Ogni città, comunque piccola, con la concordia vedemmo superare terribilissimi mali, con la discordia vedemmo le meglio fiorenti città condotte ad estrema miseria. Non gustate voi le dolcezze dell'amore? Voi non punge l'amaritudine dell'odio? Spengasi nei vostri petti lo sdegno; si accenda la fiamma di salutifero amore. Perdonate le ingiurie, dimenticate le offese, volgansi contro i nemici le magnanime vostre ire. Quali altre parole aggiungerò io? Se per cimentare la concordia vostra si domandasse sangue, ecco di gran cuore io darei quello che mi scorre entro le vene: se a stringervi in vincolo fraterno non bastano le preghiere dei vostri più cari, nè la speranza di vincere nè il timore di perdere, nè le supplicazioni della patria, nè il comandamento di Cristo, io sdegno ormai di favellare più oltre, e non mi resta più altro che piangere. Io non voglio più abbandonare questo pergamo: qui sopra mi scioglierò in lacrime, qui starò fintanto al Signore piaccia di chiudere per sempre questi occhi miei tristi. — Carità, carità, Fiorentini! Se tutti Cristo col preziosissimo sangue redense, se tutti nasceste figli di una medesima madre, perchè ricuserete abbracciarvi fratelli[163]

Tale orò fra' Benedetto da Foiano, e al terminare delle sue parole, lasciatosi cadere genuflesso, col capo appoggiato all'orlo del pulpito, dirottamente piangeva. Intanto si udivano risuonare per le vôlte della vasta chiesa singhiozzi e pianti, e un domandarsi perdono ed un concederlo; e poi vedevi uomini da molto tempo nemici abbracciarsi, baciarsi in bocca, ogni rancore deposto, salutarsi fratelli.

Tra così universale consenso di amore, sopra due cuori soli le parole del Foiano passarono senza lasciar traccia, quasi nave che scorra per acqua. Uguale l'odio in entrambi, uguale il nome. Benedetto Buondelmonti si chiamava l'uno, Zanobi Buondelmonti l'altro: il primo violento, superbo, odiatore di Zanobi per la ingiuria che gli aveva fatta; il secondo nudrito delle buone discipline, di gentile natura, modesto, giustamente sdegnato contro il parente per oltraggio ricevuto. Causa della inimicizia fu questa: che, trovandosi nel 1526 a disputare in arcivescovado tra loro intorno al diritto di presentazione a certo benefizio vacante, messere Benedetto preso da cieca ira percosse messere Zanobi nel volto. Da quel giorno in poi Zanobi si era studiato di tôrne memorabile vendetta, nulla badando alla ragione del sangue, che gli pareva messere Benedetto avesse sciolta con la bassissima offesa; ma i parenti e gli amici indagavano il luogo della posta, s'interponevano, pregavano, insomma facevano in modo che il duello non accadesse. In seguito sopraggiunsero le persecuzioni dei Medici e ad ambedue i Buondelmonti toccò esulare. Se messere Zanobi avesse voluto commettere la cura della vendetta a ferro assassino, a quest'ora messere Benedetto un lungo sonno dormiva con i suoi padri; ma, oltrechè da così vile spediente tratteneva messere Zanobi la magnanima sua indole, non si sarebbe sentito placato, se altra mano fuori della sua avesse spento codesta vita.

Eppure ambedue avevano intesa la predica del Foiano, — però come non fosse stata per loro. Messere Benedetto, col dorso appoggiato a una colonna, le braccia sotto le ascelle, le gambe sporte in avanti, la manca sopramessa alla destra, il capo chino, talora mandava uno sguardo obbliquo contro Zanobi, il quale da lontano curvo con la persona, puntellato il gomito alla spalliera di una panca, tiene il mento nel palmo della mano e con l'indice si rovescia il labbro inferiore ed a sua posta gli ricambia lo sguardo diritto e feroce: cotesti sguardi s'intersecavano lucidi d'implacabile odio, quasi scontro di spade nemiche in campo chiuso.

Ad un tratto messere Zanobi drizza la persona; una mano lo ha lievemente percosso su l'omero, ed una voce gli ha detto: