Ma quando si furono dilungati dalla vista della casa paterna, presso allo scendere del Ponte Vecchio, il capitano Ferruccio all'improvviso fermandosi gli favellò così:

«Patria! Libertà! Molti, o giovanetto, hanno su i labbri la patria e la libertà, pochi nel cuore. L'amore di entrambe queste sacratissime cose consiste nella continua renunzia dello amore di sè; ogni passione vuolsi sacrificare alla patria ed alla libertà, perocchè elle sieno gelose e non consentano procedere in compagnia. Se vuoi venire oltre, sappi essere il mestiere delle armi duro, incerta la tua stanza; fin d'ora apparécchiati a bagnare del tuo sangue le varie contrade di Toscana, forse d'Italia... a lasciare le tue ossa su qualche campo ignorato; — se ciò avviene, acquisterai fama di magnanimo e d'infelice; se la fortuna ti corre benigna, sarai magnanimo e avventuroso, — e così ti auguro dal cielo; — se l'amore di donna preponi al tuo paese, se le tue orecchie più e meglio odono il susurro delle parolette brevi che il frastuono delle trombe, se più ti preme piacere a femmina che alla fama, pon' giù la impresa, torna indietro, io me ne andrò solo alla rassegna e alla orazione. La patria può fare molto bene a meno di te.»

«Capitano, io non credeva avere misfatto poi tanto... lieve fallo è il mio.»

«Lieve fallo! Qualunque sia il fallo per mancata disciplina, per me è mortale. Quando Torquato percosse nel capo il proprio figliuolo per avere vinto contro lo espresso divieto, i Romani conquistarono il mondo. Lieve fallo! L'ora della rassegna è trascorsa, e il vostro posto comparve vuoto, per voi la milizia ebbe pessimo esempio, sentì grave oltraggio il vostro capitano. Lieve fallo! Al capitano toccò andarsene in traccia del suo soldato. Sono questi gl'insegnamenti che riceveste dai famosi capitani dei quali vi procurava il consorzio? Queste le promesse da voi fatte al vostro padre sopra il suo letto di morte? Ah! se lo sapesse vostro padre!»

«Capitano Ferruccio, o cessate, o io torno a mezzo il ponte e mi precipito in Arno.»

«Avanti, giovanetto, vien' meco in Santa Croce.»


I Fiorentini, banditi i Medici dallo stato, attendendo a difendersi, vinsero la provvisione di creare la milizia fiorentina. In quattro giorni, chiamati a prendere le armi i giovani dai diciotto fino ai trentasei anni, descrissero circa a tremila capi, i quali, non che andassero a tôrre le armi, di per sè stessi le portarono, e non mica comunali, sibbene, di molto valsente e di sottile lavoro; furono dapprima mille settecento archibusieri, mille picche ed il rimanente alabarde, spiedi, partigianoni e spade a due mani, la più parte difesi da corsaletti. Nella spartizione delle bande si attennero ai soliti sedici gonfaloni, non mutarono insegne; solo osarono portare certa divisa traverso alla vita di color verde, simbolo della speranza che nutrivano vivissima di liberare la patria[159]; ebbero per sargenti maggiori Giovanni da Torino, Pasquino Corso e Giovambattista da Messina, soldato di molta riputazione, come quello, che aveva atteso alla milizia nelle Bande Nere prima e dopo che il Signor Giovanni morisse; questi erano fissi, come pure era fisso il signore Stefano Colonna di Palestrina, barone romano, uomo del re di Francia, che accettò l'ufficio di comandante generale della mantovana milizia. Gli altri ufficiali avevano lo scambio e reggevano a tempo; e tanto eglino apparvero costumati e dabbene che dal grado di capitano si ridussero con animo volonteroso a fare gli uffici di semplice soldato. — Considerando in seguito di quanto vantaggio codesta milizia fosse stata cagione sì per tenere la città ottimamente custodita dai nemici, sì per frenare la licenza dei soldati stranieri agli stipendi della Repubblica, venne in pensiero ai reggitori di accrescerla; per la qual cosa ordinarono si dividesse in due classi, la prima, di uomini da diciotto a quaranta anni, la seconda da quaranta a cinquanta; sicchè per siffatti provvedimenti ella crebbe di meglio due mila altri capi. Andando poi per la massima parte composta di persone non solo della libertà della patria svisceratissime, ma eziandio delle più ingegnose fra quante fiorissero in quel tempo a Firenze, non è da dire se presto apprendessero i modi di armeggiare; e Benedetto Varchi ricorda come i soldati vecchi, vedendola ora aggomitolarsi in chiocciola, ora distendersi in drappelli, ora eseguire altro movimento militare, ne facessero le meraviglie.

Il gonfaloniere Carduccio, intentissimo ad accendere le voglie dei cittadini alla gloria militare, quantunque pei buoni effetti della milizia rimanesse contento, e sebbene in diverse occasioni l'avesse fatta rassegnare e arringare dai più valenti uomini di Firenze, dei quali piace ricondurre alla memoria i nomi di Luigi Alamanni, di Baccio Cavalcanti e di Pietro Vettori, nondimeno pensò avrebbe giovato assai per conseguire il suo scopo una nuova generale rassegna e la solennità del giuramento, accompagnata da una predica del fiero frate Benedetto da Foiano. Così destramente si maneggiava l'accorto Carduccio che i capi della milizia gli mossero istanza di quello ch'egli sentiva maggiore desiderio concedere che non avevano essi di domandare. Però attelata la milizia sotto i suoi gonfaloni su la piazza di Santa Maria Novella, splendida di armi e d'insegne, difilò gonfalone per gonfalone cominciando dal quartiere di Santo Spirito verso la piazza del Duomo, tenendo la via che viene dal canto dei Carnesecchi e di Santa Maria Maggiore.

Davanti la porta di San Giovanni avevano accomodato il bellissimo altare d'argento il quale solevano esporre nelle solennità del comune; intorno a quello erano disposti sacerdoti sostenenti ceri o turiboli; i libri degli evangeli vi stavano aperti sopra. — Di rincontro all'altare accanto alla porta mezzana di Santa Maria del Fiore sedeva la Signoria, il signore Stefano Colonna ed altri maggiorenti nel magnifico tribunale ornato di panni bianchi e vermigli con baldacchino sopra, come si costuma fare nelle feste e nelle processioni. La via sparsa di lauro e di erbe odorifere.