«Gran mercè, signore,» risponde il mazziere e con atto di riverenza si allontana.
«Prendete! e' sono cinquanta ducati d'oro del sole; se più non ve ne dono, attribuitelo a quel tristo di papa Clemente, il quale mi tiene sequestrati i miei beni a Perugia.»
«Sarieno anche troppi; — ma vi ringrazio, signore.»
«Come! rifiutereste voi cinquanta ducati d'oro nuovi del sole?...»
«Messere, la legge lo vieta.»
«Qui non v'è legge che vegga. Quante cose la legge vieta, e tutto giorno si fanno!...»
«La legge vede pur troppo, perchè ogni buon cittadino la serba impressa qui nel suo seno, o signore. I padri miei, quando emanarono siffatto provvedimento, lo riputarono buono; e poichè tale parve a loro buono deve parere anche a me. — Un giorno anch'io sarò chiamato a formare la legge; e se voglio accogliere speranza che i miei figliuoli la osservino, forza è innanzi tutto ch'io obbedisca a quella dei miei padri. Nelle repubbliche ad ogni cittadino preme mantenere intatta la legge, perchè creata da lui a beneficio universale; nei principati ogni suddito s'ingegna rompere la legge, perchè emanata da un solo a danno di tutti. Magnifico signore, voi dimenticaste militare agli stipendii della Reppublica di Fiorenza.»
E proferite queste parole non senza una qualche iattanza si dipartiva. A noi non giunge nuovo il mazziere, avvegnachè egli fosse Bindo di Marco, il giovane cavallaro che accompagnò gli oratori fiorentini a Bologna. Il gonfaloniere lo aveva promosso a cotesto ufficio per la sviscerata fede che aveva alla Repubblica, ed egli lo esercitava con la solita devozione. Malatesta si rimane col braccio teso, il volto tra stupido e beffardo.
«Oh! vedi ve' dove mi si caccia un Licurgo... Hai tu sentito come sdottorano questi maruffini? Cencio, dimmi, — ma che la virtù forse ci sarebbe nel mondo?»
«E perchè no? Ci sono io, ci siete voi, ci è questo giovane che rifiuta cinquanta ducati d'oro, ci è chi paga per vendere, ci è chi vende senza essere pagato, ci siamo tutti; ogni diritto ha il suo rovescio...»