Ahi quante volte al cielo levando la faccia lagrimosa aveva supplicato: Signore, rimuovi da me il calice della vita, — è troppo amaro pei miei labbri mortali! — quante con la fronte toccando il freddo marmo degli avelli per temperare l'ardore della fronte, si volgendo alla cenere quivi dentro rinchiusa, esclamò dal profondo delle viscere: T'invidio perchè riposi!

Dove nella sua fanciullezza non l'avessero atterrita con le storie di luoghi pieni di pianto, di fuoco e di furore, il talamo nuziale avrebbe ella già convertito in bara; — avrebbe reciso i suoi giorni in offerta al Dio del dolore siccome fa la vergine della lunga chioma, quando abbandona il mondo per la solitudine del chiostro.

Nessuno la rammenterebbe adesso; — sarebbe scomparsa fugace quanto la promessa della felicità, — quanto il voto dell'amore; — avrebbe vissuto la vita dell'anemone svelto sull'alba, la vita del grano d'incenso caduto sul fuoco, — profumo breve e poi oblio.

Ora chiunque la contempla geme per lei, perocchè ella sia bella e trista a vedersi come la rovina degli antichi tempii dell'Attica, rovina di marmo pario, di colonne corintie, di capitelli dalle foglie di acanto, di frammenti di statue di Fidia — maraviglia dell'arte, — pianto del cuore; e la mestizia le si diffonde tenace sul volto nel modo stesso che l'edera s'insinua ingombrando quei ruderi di tempii e di numi.

Si volse alla creatura e le domandò una stilla di refrigerio alla pena che durava; la creatura o folleggiava lieta e non volle contristarsi per lei, o piangere per sè e non volle cederle nè anche una lagrima; — allora si volse al cielo, e quinci le venne una rugiada sull'anima, perchè la religione le aveva detto abitare nei cieli una divinità che fu anch'essa creatura umana ed infelice.

Ella se ne sta raccolta dentro la cappella domestica, — un luogo tristo quanto i suoi pensieri; — con le sue mani ella stessa l'aveva addobbata a lutto. Il vivido sguardo del sole attraversando le tende di colore oscuro quivi diventava lugubre. Oltre i due terzi della stanza sorgeva una balaustra di marmo, e subito dopo due svelte colonnette, su i capitelli delle quali posavano ambo i lati di un arco; — dall'arco pendono le tende raccolte a mezzo e sospese ai fusti delle colonne.

Arde nel santuario una lampada davanti la immagine della madre di Cristo.

Rafaello fu che dipinse cotesta immagine. Gl'Italiani sanno come quel portentoso nell'arte dipingesse; gli altri vengano e vedano, — dacchè per parole non si descrive l'opera di Rafaello. Davanti quel volto celeste il cuore ti si commuove di un senso che par desio e finisce in preghiera; — quel volto si confonde con quanto di arcano e di sacro ti sta riposto nell'anima, ai primi pianti consolati, — ai primi dolori di tua fanciullezza repressi, — ai primi labbri sorrisi, alla memoria del sospiro che primo l'amore suscitò nel tuo seno, — alla prima lacrima versata sopra le umane sciagure; cosa in somma affatto divina e italiana.

Ella legge un libro coperto di velluto nero rabescato con fermagli d'argento di molto sottile lavoro; un bel libro, ma di dolente argomento; — l'ufficio dei morti.

E perchè prega la donna? Ella pur sente chiamarsi dalla diletta genitrice col dolce nome di figlia; lei salutano col nome di sposa; le sue viscere tremano quando una voce le dice: Mamma! mamma! addormentami sopra le tue ginocchia. — Perchè dunque ella prega?