«Ora via, facciamo come vi piace; — ecco i dieci ducati.»

Gittarono i dadi: il tratto tornò contrario all'Orange, il quale si morse le labbra fino a cavarne sangue, e nel tempo stesso alcune gocce di sangue furono vedute scendere di sotto la veste a bruttargli le calze, imperciocchè egli si fosse con la mano sinistra abbrancata forte la carne del petto e, sopra sè stesso sfogando la immensa sua rabbia, tacito tacito l'avesse in molto sconcia maniera lacerata.

«Io ho giocato lo stipo», riprese il capitano Essio, per cortesia e per farvi buon gioco; però non intendo privarvene, Filiberto, — anzi vi prego di tenerlo per amore mio.»

«Ahi! figlio di malvagia femmina! — lo stipo mi lasci? — Ho io forse bisogno de' tuoi stipi? Non so chi mi tenga dal rompertelo sopra la testa.»

E lo faceva, ma Giovanni Bandino lo tenne.

Giovanni Bandino se ne stette tutta la sera seduto a canto del principe; dal capo chino sul petto, dagli occhi chiusi si sarebbe creduto che dormisse, senonchè un braccio teso sopra la tavola e il pugno strettamente serrato dava a supporre l'occupasse qualche profonda meditazione. — Allo schiamazzo delle prime imprecazioni del principe alzò la testa e si pose a osservare, — segue con diligente sguardo le vicende del giuoco, e quanto più le vede tornare contrarie all'Orange, tanto più esulta: simile affetto dell'anima le sue labbra dimostrano con sorrisi brevi, sfuggiti dagli angoli estremi, — come faville suscitate dalla pietra percossa; la sua gioia lo tradiva giusto in quel punto in cui, gittate le braccia intorno alla persona dell'Orange, gl'impedì dare dello stipo in testa a Corrado Essio.

Questi, côlto il destro, fuggiva l'ira bestiale; e gli altri circostanti, prevalendosi della lotta tra il principe e il Bandino, il primo per isvincolarsi dalle braccia del secondo, il secondo per trattenerlo, si allontanarono. Quando il principe risensò, si rinvennero soli, allora Filiberto, profondamente avvilito, si lasciò cadere sopra una sedia, e la faccia nascondendo in ambe le mani, singhiozzò forte senza pianto e poi cominciò dolente:

«Cristo! ieri la mia fama era anche bella... gloriosa, — era splendida, — adesso poi chi vorrebbe la mia fama? — Fosse un mantello, lo rifiuterebbe il miserello ignudo in una notte di dicembre! — Sono diventato infame! — Domani verranno i soldati a domandarmi le paghe, ed io qual cosa risponderò loro? — Le ho giocate. — Noi abbandonammo le case lontane, parmi udirli dire, il sangue nostro vendemmo per mandare il soldo alla vecchia madre, onde avesse pane. — Ebbene, io ho giocato il sangue vostro... il pane della vostra madre... Tacete... o v'impongo silenzio facendovi stringere col capestro la gola.... Villani! ringraziate il cielo dell'onore che vi concedo di potere versare l'ignobile vostro sangue in vantaggio di Sua Maestà l'imperatore.... Ah! invano mi adopro a soffocare la coscienza cacciandole in gola il mio mantello di barone... la coscienza mi morde... m'infastidisce la vita.»

«La vostra tela non è anche ordita, o principe... fatevi animo....»

«Voi siete rimasto qui per godere della mia umiliazione... voi esultate della mia caduta... Italiano d'inferno, sgombra dalla mia presenza... va presto... va... altrimenti mi faccio micidiale del tuo sangue...»