«Tutto: noi sopporteremo ancora le stimmate del nostro serafico fondatore...»

«Bel principio ad operare sarebbe, in fè di Dio, impiagarci le mani e i piedi!... Frate, va a farti medicare il cervello.»

«Malatesta, noi oseremo più di quello che voi non immaginate; introdurremo nel nostro convento i soldati del pontefice vestiti da frate, — noi appiccheremo il fuoco alla città, — noi faremo suonare nella notte tutte le campane, — noi inchioderemo le artiglierie, — mescoleremo veleno nelle farine e nell'acqua...[190]»

«E voi messer Soderini?» lo fissando di repente nel volto interroga il Baglioni.

«Io!» risponde questi, il quale per le cose udite si era rimasto stupito: — «ma... dopo il veleno, la strage e gl'incendii, null'altro mi avanza a fare, se non che seppellire i morti.»

Malatesta e il Bandino non si poterono tanto reprimere che entrambi in un medesimo punto non iscoppiassero in altissime risa. Poichè alquanto si furon rimessi, il Baglioni proseguì con queste parole:

«Ciononostante parlate.»

«Io sono dei grandi: gran parte avemmo nel governo dei Medici, lo desiderammo intero e mutammo reggimento; il popolo ingrato ci ha tenuto a vile e, non che piegarsi docili davanti a noi, si levò in superbia e ci ha tolto anche quella parte che possedevamo un giorno. I nobili sentirono come propria la ingiuria con la quale mi offese Francesco Ferruccio, quando io me ne stava commessario a Prato. Cotestui, pur dianzi a tutti ed a sè stesso oscuro, uso a servire in bottega, per carità riscattato dalla prigionia degli Spagnuoli dal mio consorte Tomaso Cambi[191]; costui, dico, ardiva al cospetto dei soldati sostenermi in volto ch'io non intendeva la milizia e che badassi alla mercatanzia[192]. I nobili han fermo di vendicare l'ingiuria e non sopportare altro strazio: conosco gli umori; mi sono note le voglie; io mi porrò a capo dei grandi... nissuno meglio di me lo potrebbe: io nasco di casa Soderina... voi lo sapete.»,

«Io so due cose della vostra famiglia, messer Lorenzo», favellò il Malatesta; «che Piero giunto a capo del reggimento non lo seppe tenere e adesso vive misera vita a Vicenza; e l'altra cosa da me conosciuta si è questa, che l'arme vostra troppo apparisce ornata per abbisognare di altro fregio[193]

Sentì il Soderini acerbissima la plebea contumelia e, forte commosso, stava per darle convenevole risposta, allorchè si udì dalle stanze contigue la voce di Cencio Guercio che gridava: