«Buoni popolani di Fiorenza, fratelli miei, credete a me che vi sono amico davvero; accettate il mio consiglio e ponetelo in opera! — vedrete poi chi v'inganna: conoscerete all'occasione chi intende rimettere la vita nella difesa della patria vostra... Se non avesse disertato dalla città Michelangiolo Buonarroti, per certo si unirebbe al mio avviso; — ma ora chi sa dove mai si avvolge quel traditore...?»

«Io traditore!» urlò lo sconosciuto, gittando il cappello e rivelandosi appunto qual era nella sua rabbia sublime Michelangelo Buonarroti, «io traditore! Per dimostrarti, popol mio, che non sono traditore, ecco io ti do un consiglio contrario a quello di Malatesta Baglione, ed oltre il consiglio, io te ne do il comandamento, imperciocchè io tengo tuttavia l'ufficio di procuratore generale sopra i ripari di questa patria comune. — Mal si potrebbe difendere cinta più larga: — quanto meglio si trovano prossimi i combattenti, e più si aiutano o con mano o con voce: le antiche mura sono tali da non sofferire batteria; e prova ve ne faccia la fatica inestimabile durata dal Bozzolo e dal Navarra quando rovinarono le torri che a guisa di ghirlanda incoronavano Fiorenza[201]; ancora ponete mente che il Mugnone riempie d'acqua i fossi intorno alle mura, e questo benefizio non avremmo intorno l'argine; ancora, le mura non istanno sole e nude, sibbene molto validamente munite; oltre i puntoni delle porte, le guardano il bastione presso alle mulina, il baluardo di Santa Caterina, l'altro non meno forte alla Mattonaia, il cavaliere tra le porte della Giustizia e della Croce[202]. Giù i borghi, dai quali i nemici possono offendere la città; aprite libero il campo al fulminare delle artiglierie; non ci calga delle ville; i nostri nemici ci torranno, non che le ville, la vita: si taglino le piante, perchè, se qui tra noi rimane la libertà rifioriranno, — se invece prevale la tirannide, che Dio non voglia, uomini e cose moriranno inaridite. — V'incresce forse dei magnifici palazzi, dei vaghi edifizii? Ecco, queste sono mani che sapranno rialzarli più belli»; e baldanzoso levava in alto le braccia: «poveri ma liberi... — Ma io meco stesso mi sdegno di consumare un tempo in parole che più acconciamente dovrebbesi impiegare in opere; roviniamo i borghi, poi vi mostrerò a bell'agio la necessità di siffatto provvedimento.»

I popoli si commossero, brulicarono e si avventarono a guastare case e giardini, amorosa cura degli avi e di loro stessi. Se in cotesto istante fossero sopraggiunti i nemici, nel vedere il furore che gli agitava, non avrebbero saputo che cosa pensare; gli olivi, le viti cadevano; sbarbavano cedri, melaranci e rosai; i tempii e i palagi rovinavano; i padroni delle case e degli orti, non che si mostrassero mesti nel sembiante e mettessero guai, inanimavano gli altri, e sopra gli altri non rimettevano dallo affaccendarsi; per quelle rovine si avvolgevano tutti polverosi, sudanti, divampanti nel volto. Dante da Castiglione, Ludovico Martelli, il Busini, Lionardo Bartolini e frotte di giovani per virtù propria e per chiarezza di stirpe cospicui. Donne e donzelle si mescevano tra la folla ed emulavano, operando, i più gagliardi, seguendo la natura loro sempre estrema così nel male come nel bene; e sì che quei luoghi erano cari alla più parte di esse per soavi ricordanze di amore: lì presso a quel rosaio venne prima il diletto garzone, là in quel viale per la prima volta gli favellarono, in quell'altro la prima parola di affetto fu mormorata, — udì quel pergolato i fidati colloqui e discreto testimonio ricoperse gli amanti dei copiosi suoi pampini; e la musa sogguardando tra le rosee sue dita, ben altri atti scoperse, e brevi sdegni e liete paci, che pure potè senza arrossire, comunque vergine cantare sopra la celeste sua lira. Per questi prati fioriti vennero spesso giovani amanti e donne innamorate; e mentre l'arancio profumava l'aria del divino suo alito, la melodia degli uccelli riempiva l'emisfero come di un inno di gloria, e il cielo era azzurro, il sole maestoso nella potenza dei suoi raggi, ripensarono all'arcano desío dei loro cuori, e in quella universale ebbrezza della natura rimasero esaltati, lo abbellirono di tutto quel riso del creato; che fosse oggetto terreno e mortale dimenticarono, lo incoronarono di rose eterne, per celebrarlo adoperarono un linguaggio che, da Platone e dai poeti fiorentini in fuori nissuno altro labbro nel mondo seppe favellare poi. Amore; carità di parenti, fede di religione, — qualunque affetto taceva; — ogni potenza dell'anima legata: il pensiero della patria tiene avaramente in sè raccolto ogni altro pensiero; la gioia sospende i suoi tripudii, l'angoscia i suoi lai: rideranno o piangeranno poi; — adesso tutti alla patria, a nulla più attendono che la patria non sia. Ludovico Martelli, siccome quegli ch'era di gentile natura e delle storie antiche non meno che nei cortesi modi cavaliereschi intendentissimo, si veggendo attorno una corona di vaghe gentildonne le quali non aborrivano le mani delicate adoperare in cotesta impresa, esclamò:

«Voi, donne, siete le stelle della terra; se mi donassero la scelta tra il sorriso della donna mia e la corona dei Cesari, io per me direi: mi sorrida la donna. — Già ricorda la storia un vostro fatto antico che salvò la patria; e la storia manderà ai posteri anche questo, che certamente salverà Fiorenza...»

«Deh! narrateci il fatto, cortese giovanotto, nè per ascoltarvi smetteremo il debito nostro», dissero a un punto le gentildonne adunate presso di lui.

«La storia è breve. Nel 1282, quando messer Giovanni da Procida ebbe ribellata la Sicilia al re Carlo, questi, avendo raccolto grosso naviglio a Napoli, mosse incontro Messina, dove postosi ad assedio, mandò ai Messinesi comando si riponessero sotto alla sua obbedienza. I Messinesi, sprovveduti di difese, vedendo tanto sforzo di esercito, col mezzo del legato della Chiesa gli domandarono per patto: perdonasse alle ingiurie; di quanto pagavano gli antichi loro per anno al re Guglielmo si contentasse; signoria latina, non provenzale, concedesse. — Alla quale domanda il re superbamente rispose: I nostri soggetti che contro a noi hanno infierito a morte domandano patti? Ebbene, io li perdonerò, ma voglio ottocento statichi, dei quali farò a mia volontà, e tengano da me quella signoria che a me piacerà siccome loro signore. — E notate, donne, i nostri padri guelfi lo chiamano il buon re Carlo.»

«Il Signore gli dia nell'altra vita mercede condegna ai meriti suoi!» soggiunsero le donne; — «ma i Messinesi qual davano risposta alle tracotanti parole?»

«Ecco, ce l'ha conservata Giacotto Malespini, storico guelfo, che Dio lo perdoni», continuò Ludovico: «Anzi volerne morire dentro alla nostra città colle nostre famiglie combattendo, che andare morendo in tormenti e in prigioni e in istrani paesi[203]

«Oh i gloriosi cittadini! Onore ai valentuomini!» con le voci e palma battendo a palma plaudivano le donne.

«Udite!... però la terra in parte non aveva mura, e il re da quel lato dette un furiosissimo assalto: i Messinesi si difesero, come si difende l'uomo il quale combatte per gli affetti più cari che la natura c'infuse nell'anima: dopo sanguinosissima battaglia ributtarono il nemico aspramente. Il re Carlo si ritirò a notte, fermo nel consiglio di espugnare alla dimane la terra o morire nella mischia. Cotesta fu una molto terribile notte pei Messinesi, e come disperati si sconfortavano: se non che le donne loro gli sostentarono, gli abbattuti spiriti ravvivarono, e rovinando case e tempii al chiarore delle fiaccole, con isforzi miracolosi nel breve spazio della notte munirono di muro quella parte di città che n'era senza. Allora un poeta del popolo fece certa canzone la quale tuttavia si rammenta. Carlo alla mattina conobbe impossibile lo assalto: mutato modo di guerra, pensò averla per fame; vi stette attorno circa due mesi invano, poi gli fu forza lasciare con sua vergogna la impresa.»