«Satana benedetto, io ti fo voto dell'anima, se mi salvi il figliuolo!»
Tutte queste parole focose, arrangolate, erano profferite tra l'intervallo dei colpi e mentre, difendendo sè stesso, il Sassatello volgeva le spalle alla zuffa tra il Morticino e il figliuolo. Dopo un breve silenzio, — silenzio di voci, però che i ferri aspramente battuti tra loro mandassero spaventevole fracasso, — il padre in suono di pianto domandò:
«Eustacchio, come ti difendi?»
«Bene...»
Ed in quel punto il giovane toccava una seconda ferita. — Il Sassatello sentiva mancarsi la lena; la piaga della mano lo tormentava; i suoi occhi cominciavamo a perdere lume; volendosi tergere il sudore che giù li grondava dalla fronte, tenta di farlo con la manca, e il volto e la barba gli s'imbrattano di sangue; quell'orribile lavacro parve che in lui facesse riardere il furore; — si scaglia contro i nemici, i quali si scostano atterriti. Prevalendosi di cotesto istante di posa, si volge nuovamente al figliuolo... e lo mira tutto sanguinoso...
«Dio», esclama, «come me lo hai concio!» e ormai improvvido di sè si dispone ad accorrere dall'altra sponda del letto; — di repente due mani vestite del guanto di ferro gl'imprigionano la destra e gl'impediscono il passo.
Molti colpi aveva menato Eustacchio, ma invano, perocchè l'Antinori come tutti i suoi compagni, fossero chiusi dal capo alle piante dentro arme di tempra stupenda: — di cento colpi avversarii ne aveva riparato la maggior parte, non pertanto tre lo avevano tocco, e, come quello che nessun riparo difendeva, n'era rimasto sconciamente ferito: altra speranza non gli avanzava che percuotere l'Antinori con tanta veemenza sull'elmo da cacciarlo trammortito per terra; allora gli si sarebbe lanciato sopra e, insinuandogli la punta nella commessura tra il corsatello e l'elmo, confidava svenarlo. In questo disegno afferra la spada con ambe le mani e, levandosi ritto sul letto, acconsente quel colpo con tutta la persona. — Agevole fu al Morticino, destrissimo, di tirarsi da parte e mandare a vuoto la percossa; sicchè il giovane, non trovando contrasto, venne tratto fuori di bilico a traboccare dal letto spezzandosi sopra la terra le labbra e i denti. L'Antinori gli balza sopra, la mano gli pone entro i capelli, intorno al pugno gli attorce, e traendole di forza lo strascina. Il padre, visto quel caso miserabile, non già immeritato, così impetuoso scosse le braccia che mandò quei due che lo tenevano stretto lontani da sè a rotolare per terra, — ed accorreva al soccorso... Ma i due caduti urtando nella tavola su la quale ardeva la lampada, la rovesciano; — mancò la luce... ma il raggio moribondo si prolunga riflesso sopra la spada del Morticino che si abbassa sul corpo del giovane Eustacchio. Quando le amate sembianze gli scomparvero dallo sguardo al Sassatello, mancate sotto le gambe, venne meno il coraggio, gli si ottenebrò l'intelletto, — rimase immobile — pauroso di offendere le membra del figliuolo, non ardiva movere passo: i nemici lo atterrarono, — gli avvinsero di corde le braccia; — egli non mandò sospiro, — non gemito di angoscia; immerso dentro un abisso di dolore, stette muto.
In altra parte accadeva altra strana vicenda. Parmi d'avervi già raccontato come un poeta, Annibale Bentivoglio bolognese, militasse contra a Firenze nel campo pel papa; costui, siccome soventi volte accade ai soldati, abborrendo le sciagure di quella misera contrada e chi n'era cagione, non per tanto si adoperava in vantaggio degli oppressori; raccolto la sera nella sua tenda, malediceva alle infamie con quella medesima destra che aveva aiutato a commetterle la mattina; destato nello scompiglio, travolto nella fuga del suo colonnello, tolte appena le vesti e la spada, si riparava nelle parti più munite del campo, lasciando le carte sparse sopra la tavola. Ludovico Martelli, precorrendo la compagnia della milizia fiorentina di cui era capitano, entra nella tenda, e, viste le carte, lo prende vaghezza di leggere quello che contenessero. Il poeta aveva tracciato le due prime terzine della satira nella quale descrive il travaglio della città assediata; — le terzine dicono così:
Sovra i bei colli che vagheggian l'Arno