«In verità a chi ebbe intelletto da conoscere il malefizio, e il cuore non gli basta per sfuggirlo, la giustizia di Dio apparecchia doppia pena nell'altra vita.»
E poichè, tra tanti orrori nei quali va trattenendosi la mente, un esempio di virtù giunge gradito come aurea fresca che ristori il sangue, — giova qui ricordare — che il Bentivoglio, tornato nella tenda, avendo letto quel foglio, sentì divamparsi il volto di vergogna; gli venne in fastidio la turpe vita e, pretestata certa sua infermità, si ritrasse dal campo; perocchè la musa infonde nell'uomo con la mente arguta un senso gentile, che rifugge dalle opere inique come da sconcezze che bruttano l'armonia del creato.
Qual mai cagione impedisce al principe Filiberto d'Orange di prendere un riposo che la natura concede al più misero dell'esercito imperiale? Il rumore dell'assalto non giunse per anche in quella parte remota del campo che egli abita. Sarebbe per avventura previdenza d'infaticabile capitano? Mai no, ch'ei se ne sta neghittosamente seduto, con le guance appoggiate sopra entrambi i pugni chiusi e gli occhi fissi, — senza sguardo però, — su certe carte deposte dinanzi a lui sopra la tavola. Forse considera le mappe di Firenze e indaga il luogo più destro agli assalti, o immagina qualche nuovo accorgimento di guerra per rintuzzare l'audacia, che si hanno tolta gli assediati nelle frequenti loro sortite? No; — causa della veglia del capitano di Cesare è questa lettera che mediante un suo fidato gli fece consegnare la madre:
«Sire principe, nostro dilettissimo figliuolo. — Quella che noi viviamo lontano da voi non può dirsi vita, e morte nemmeno, avvegnachè, quantunque di questa ultima io patisca incessanti dolori, non però mi apporta l'oblio e la quiete. Tra i terrori dell'inferno e i terrori di madre vinsero gli ultimi; noi osammo scoperchiare le sepolture, profferire con la nostra bocca gli scongiuri vietati e interrogare l'avvenire. — Nè perciò disperiamo della salute dell'anima nostra per ottenere il perdono ci sarà mediatrice presso a Dio la Vergine santissima: ella come madre conosce a quali estremi sia condotta la donna per amore del suo sangue — Filiberto, le mascelle dei defunti si sono riunite, e sapete voi qual vaticinio usciva dalla loro bocca senza labbra? — Voi perirete nella guerra di Fiorenza. — Deh! figliuol mio, lasciate cotesta impresa; voi siete l'istrumento col quale un parricida intende straziare le viscere della propria madre: voi non guadagnerete gloria terrena e porrete in pericolo la salute dell'anima. Dentro un poeta italiano, e parmi fiorentino, ben mi ricordo aver letto un giorno come certo cristiano si acquistasse l'inferno a cagione dei consigli di un papa[216]. — Rimovetevi dunque da cotesta impresa; pensate tramontare con voi il sole di casa Chalons, nessun figlio potere sostenere la gloria della nobile nostra famiglia, e sopra tutto pensate che la vostra eredità caderebbe addosso a me povera inferma, già grave di anni, come un peso sotto del quale rimarrei infranta[217].» Filiberto sentiva suo malgrado tale sgomento che gli pareva una voce del Destino: — i polsi di mano in mano gli battevano più languidi, — stava come sotto la potenza del fascino; — tant'è, — aveva paura: — se la sua lingua avesse proferita cotesta parola, ei se la sarebbe tagliata co' denti; — se in cotesto punto occhi umani avessero potuto leggergli nel cuore... od egli avrebbe spento quegli occhi, o trafitto il suo cuore. — Oh! non morrò, — le foglie non cadono già in primavera, ed io son bello, forte e potente; — ora non posso morire: — bisogna che la Morte aspetti; — aspetterà... almeno finchè non mi nasca un figlio legittimo, altrimenti la gloria mia sparirebbe dal mondo a guisa di quelle statue di plastica apprestate per celebrare qualche festa, — decoro di un giorno, — poscia neglette nella bottega dell'artefice; — la mia insegna, che resi con tanto sangue famosa, si sperderebbe inquartata entro chi sa quale altra arme. I morti mentiscono, — io mi sento pieno di vita. Ma!... Filippo il Bello..., grande..., figlio d'imperatore, padre d'imperatore..., glorioso..., avventurato, cadde sul fiore degli anni; — la Morte lo spense nel modo stesso che il chierico avaro soffia sul torchio appena acceso dicendo tra sè: vo' risparmiare la cera. — I corvi non si rimasero dal bezzicare gli occhi e schiaffeggiare con le ale le guance dell'avo di Filippo, — del bisavo di Carlo imperatore, Carlo il Temerario, là presso Nancy, comunque potentissimo tra i principi cristiani; — la Morte quando entra in camera del papa, non si curva mica al bacio de' piedi, ma gli va dritto e scuote il vicario di Dio della vita con la stessa agevolezza con la quale si scoterebbe una stilla di rugiada da un fiore... Ah!...
E sollevò la faccia.
Era visione? Era realtà? Nell'alzare gli occhi il suo sguardo s'incontra in uno sguardo acuto, come di vipera; un terribile simulacro di uomo gli stava davanti; — la pelle gli s'informa dall'ossa, — i capelli scomposti gli danno sembianza del capo di Medusa; tiene levata la destra scarna stringendo un pugnale; — però non s'inoltra, sembra essere trattenuto da forza misteriosa.
«Chi sei?» interroga il principe balzando in piedi e stringendo una pesante mazza d'arme, «e da parte di cui tu vieni?»
«Vengo da parte mia. — Temerario!» col manico di un coltello percotendosi la fronte esclama il personaggio apparito; «io ben sapeva non essere la tua ora anco giunta: — quello che Dio incide sopra la pietra cancellerà l'uomo coll'alito?...»
«Chi sei? parla...»