Arminio, tragedia.
Donato Giannotti, scrivendo la vita di Francesco Mariotto Ferruccio, così concludeva: «uomo memorabile e degno di essere celebrato da tutti quelli che hanno in odio la tirannide e sono amici della patria loro, come fu egli, che, oltre a tante fatiche e disagi sopportati, messe finalmente per quella la propria vita.»
Celebriamo dunque Francesco Ferruccio; egli nacque di antica famiglia, tra quelle del secondo popolo, la quale tenne la dignità del gonfalonierato quattro volte: la prima nel 1299; priori n'ebbe venti tra il 1299 e il 1512, e fu la virtù ereditaria tra i suoi. Tuccio, fra gli antenati incliti di lui più illustre di tutti, oltre i supremi uffici della Repubblica gloriosamente esercitati, oltre l'avere dato mano alla terza cinta delle mura di Firenze ed avere combattuto in quasi tutte le battaglie dei suoi tempi, sortì dai cieli la fortuna di respingere Arrigo VII tedesco, dai muri di Firenze, e l'onore insigne di trovarsi compreso nella nota, che il respinto imperatore pubblicò a Poggibonsi, dei cittadini che più degli altri si travagliarono a cacciarlo via, dichiarandoli tutti ribelli e felloni. Antonio suo bisavo, sotto il governo del magnifico Lorenzo dei Medici, con suo onore si travagliò nella guerra di Pietrasanta e Sarzana. Simone, suo maggiore fratello, fu soprammodo accetto al Giacomino Tebalducci, il quale, finchè stette commessario alla impresa di Pisa, lo chiese sempre ai Dieci per servirsene nei casi di guerra. Francesco, da giovane, molto si dilettò di cacce; per la qual cosa gran parte dell'anno si tratteneva in certa sua possessione nel Casentino; chiamata la Tomba, dove nutricava un solo astore, di più non potendo in grazia della sostanza non troppa e della molta famiglia; poi venne a Firenze e poco fu vago di lettere, della mercanzia meno, dacchè, messo al banco di Rafaello Girolami, dopo esserci rimasto torbido e svogliato intorno a trenta mesi, toccato il quindicesimo anno, come ristucco di repente partì e non volle saperne altro. Costumava assai la compagnia dei bravi, donde mostrandosi più pronto di mani che di parole, sostenne con suo onore parecchie contese, fra le quali sporgono fuori quelle col capitano Cuio per conto di laido scherzo, e col Boccali a cagione della Sellaina, di cui chi avrà vaghezza di sapere più oltre, potrà cercarne nella vita che ne scrisse Filippo Sassetti; meglio alla lode del personaggio ed alla futura fama di lui varrà ricordare come, ridottosi a vivere in campagna, tali prove vi fece così di prudenza come di ardimento che i popoli di Romagna, per natura riottosi, a lui per arbitro delle liti soventi volte ricorrevano, ed egli in destro modo le acconciava, venendo in questa guisa a procacciarsi la reverenza e l'amore di tutto il paese. Però fino a trentotto anni non ebbe uffizii pubblici: chè tali non si vogliono chiamare le potesterie di Campi, di Radda e del Chianti, comecchè in questo ultimo magistrato palesasse la natura sua impazientissima a patire torto e la prontezza di vendicarlo; avvegnadio certi venturieri ai soldi dei Sanesi avendo fatto incursione su le terre della Repubblica e rubatovi grossa preda, egli, messi insieme alquanti archibusieri, assaltò francamente i saccardi e, menatone aspro governo, li costrinse a restituire le robe rubate. Nè di ciò deve l'uomo prendere maraviglia, vedendosi per le storie come nei tempi ordinarii e tranquilli primeggino ai governi i potenti, nei difficili i virtuosi, per essere poi rovesciati o spenti cessato il pericolo: vicenda che ogni dì si predica finita, e che ogni dì si rinuova. Fortuna fu non sua, bensì della gloria di questa patria nostra, che Giovambattista Soderini, personaggio gravissimo, avendogli posto gli occhi addosso, e piaciutegli le maniere del giovane, se lo facesse domestico, cercando sviluppare in lui quella virtù, che conobbe come un tesoro nascosto posarglisi nel cuore; intendimento e prova che superarono di gran lunga la speranza. Quando pertanto il Soderini e Marco del Nero andarono commessarii delle genti fiorentine al conquisto di Napoli con monsignor di Lautrec, lo condussero seco, e, fedele compagno nella prospera come nella contraria fortuna, nella rotta dell'esercito francese cadde co' commessarii prigione; dalla quale prigionia, secondo quello che avvertimmo, venne riscattato da messer Tomaso Cambi Importuni, ma a quanto sembra, co' propri danari.
Mentre che il Soderini visse, il Ferruccio, consapevole dovere a lui quanto sapeva ed era, gli usò grandissima riverenza: e morto, gli ebbe sempre vivissimo amore, sicchè ogni volta gli accadeva rammentarlo gli sgorgavano le lacrime dagli occhi: onde il Varchi lasciò scritto che ei fu verso il Soderino quello che si legge nei romanzi essere stato Terigi verso Orlando.
Fu adoperato ancora dalla Signoria quando il Cristianissimo convenne co' Fiorentini di mantenere Renzo da Ceri a Barletta, purchè contribuissero alla spesa; e mandato a Pesaro con seimila ducati in panni e in danari per le paghe pei Francesi, udita ch'ebbe la nuova della pace di Cambrai, deludendo la importunità dei ricevitori del signor Renzo, se ne tornò con la roba e con i danari e Firenze.
Tomaso Soderini, deputato commessario di Valdichiana, avendo bisogno di uno che lo servisse in molte azioni di guerra, come a pagare soldati, rassegnarli, ed altre cotali, fu consigliato e menare seco il Ferruccio; ed egli (sono parole del Giannotto), comechè non gli paresse la cosa secondo il suo grado, essendo anch'egli nobile fiorentino, nondimeno, per far servizio alla patria, non ricusò l'andata.
Zanobi Bartolini, succeduto nel commessario della Valdichiana al Soderini, si servì dell'opera sua nel modo che aveva fatto Tomaso; lo mandò a Perugia per la condotta del Malatesta, e parve non fidarsi di altri che a lui, quando abbisognava di uomo che alla prontezza e all'ardire aggiungesse la prudenza. Il Bartolino, nel governo della Valdichiana, per somma sventura della città, fu scambiato con Antonfrancesco Albizzi, e quello che per lui si operasse, o qual parte il Ferruccio vi prendesse, vedemmo sul principio del nostro libro. Poi si ridusse in patria; dove alcun tempo stette senza essere adoperato. Udendo i Dieci il mal governo di Lorenzo Soderini commessario a Prato, pensarono dargli un compagno e crearono il Ferruccio; il quale recatosi all'ufficio e, malgrado la obbligazione che aveva con la casa Soderina, non trovando cosa in Lorenzo che non fosse degna di rampogna, lo ammoniva con parole cortesi; e quando conobbe i suoi consigli disprezzati da cotesto ingegno vano del pari che superbo, acremente lo riprendeva. I Dieci licenziarono ambedue e poco appresso, della virtù di Ferruccio persuasi, lo elessero commessario in Empoli.
Or che fa egli in Empoli il nostro Ferruccio? Appena giunto, saldò le paghe ai soldati, li rassegnò, li ammonì che come d'ora innanzi nessuna bella azione sarebbe andata senza premio, così nessuna trista passerebbe senza pena; si tenessero pertanto avvertiti: un soldato nella rassegna uscito di fila, richiese il commessario gli fosse cortese di spedire alla sua famiglia a Firenze due ducati, e gli dette l'indicazione dei luoghi e delle persone; della quale indicazione presa nota Ferruccio rimandò il soldato al suo posto, dicendo: «Va, tienti i ducati; manderò a tuo padre un fiorino del mio.» Esaminò le mura, rinforzò le vecchie torri, ne fabbricò nuove, scavò fossi, prolungò le cortine per inchiudere nel recinto alcuni molini che rimanevano fuori: considerando poi disagevole la difesa di circonferenza sì vasta, distrasse le cortine, abbattè i molini e i borghi circostanti, copia di vettovaglie raccolse, munizioni di guerra di ogni maniera adunò; solertissimo a soddisfare alle paghe dei soldati, non sofferse rimanessero di un giorno solo in ritardo; e certa volta che da Firenze non gli vennero danari, pagò dei suoi, e restando pur tuttavia debitore, si tolse dal collo una collana di oro e, rottala in pezzi, ne presentò i capitani; invano rifiutarono questi, ch'egli insistendo favellò: «Poichè io più di voi amo la mia terra e più ne sono amato, ragion vuole che per lei spenda in cortesia»; e poco dopo vedendo che pur sempre ricusavano, «Prendete», aggiunse, «prendete; egli è ben giusto che a me si debba premio più scarso di danaro, perchè ricevo maggiore guiderdone di gloria; noi combattiamo insieme le medesime battaglie; i pericoli stessi, i patimenti duriamo, e forse il mio nome solo vivrà, rimarrà il vostro sepolto con voi.» Nè stette molto che la Signoria gli fece notificare, non che potesse spedire fuori danari, appena e a grande stento provvedeva ai bisogni della città, però cercasse il modo di aiutarsi da sè: ed egli, di capitano diventato mercante, ordinò una nuova annona di vettovaglie, cioè vino, grano, olio e biade di ogni ragione, e da quelle trasse tanto che soddisfece alle paghe senza più molestare la città[220]. Ma occupato in siffatti fastidii, non mancava poi al debito di valentuomo di guerra, che non passava giorno senza che egli scorazzando nel paese, o qualche imboscata non tendesse, o qualche scaramuccia non ingaggiasse, sovente con suo notabile vantaggio, con danno mai. Ora avvenne secondo quello che ci lasciò scritto Benedetto Varchi[221], che alcuni giovani fiorentini; ai quali più che il viver libero piacque la servitù, si avvolgessero pel dominio e sotto nome di commessarii del papa andassero commettendo male, e tra questi annovera Agnellino Capponi, giovane di poco cervello e cattivo; Giuliano Salviati, che il cervello avea nella lingua, ed uno dei Buondelmonti chiamato lo Smariuolo. A costoro venne fatto di ribellare gli uomini di Castel Fiorentino, e mostravano volersi allargare, se il Ferruccio non vi avesse posto in buon tempo rimedio; egli pertanto mosso segretamente da Empoli ed arrivato presso al castello, dichiarò ai soldati ch'ei gli menava a vincere, non a predare; badassero a non toccare le robe e le persone dei cittadini, pena la testa: dette l'assalto e vinse e ridusse di nuovo i castellani alla devozione del comune di Firenze. Qui fu che, informato come due soldati avessero trasgredito gli ordini, ponendo a sacco la casa di un cittadino, senza lasciarsi piegare dalle sollecitazioni e dalle preghiere, comandò si appiccassero; ed a coloro che gli facevano istanza per la vita dei colpevoli, «Messeri», egli disse, «molti nelle storie della mia patria lodano questo o quel fatto virtuosamente operato, dacchè la Dio grazia di belle azioni non fu mai penuria nella mia Fiorenza; ma io sopra tutti commendo e levo a cielo quello che si racconta quando i Fiorentini guardarono a Pisa negli anni di Cristo 1117, il quale è questo: i Pisani avevano apprestata una grande armata di navi per andare al conquisto di Majolica, ma essendo in quel medesimo tempo stata dai Lucchesi intimata loro la guerra, non ardivano andare e stavano per ritirarsi dalla impresa; pure vivendo essi di pessima voglia che tanto apparato avesse a riuscire invano, mandarono ambasciatori ai Fiorentini, onde piacesse loro custodire la città finchè non fossero ritornati da cotesta guerra. I Fiorentini accettarono e spedirono uomini di arme con ordine di porsi a campo due miglia fuori della città; e perchè la fede di quel buon tempo antico apparisse più chiara, sotto pena di sangue proibirono che nessuno si attentasse entrare in città; uno solo non ubbidì, entrò dentro e preso fu condannato alle forche. I cittadini pisani supplicarono il perdono e non l'ottennero; — allora vietarono sopra il terreno loro si facesse morire; ma i Fiorentini secretamente e in nome del comune comperarono un campo, e quivi per mantenere il decreto lo giustiziarono[222]; però tacete, levatemi dal mio cospetto e lasciate che la giustizia cammini la sua via[223].»
Procedendo nella sua splendida carriera, venne in animo al Ferruccio tentare cose maggiori, e però scrisse ai signori Dieci gli mandassero alcuni cavalli; i quali, ormai conosciuta la virtù dell'uomo, gli spedirono Iacopo Bichi e Amico Arsoli, che volentieri vi andarono: con questi scorrendo Val di Pesa una volta sorprese e condusse prigionieri cento cavallieri spagnuoli, un'altra volta sessanta. Così fidato nel valore de' suoi, deliberò riconquistare ai Fiorentini San Miniato al Tedesco. Gli Spagnuoli, quando prima giunsero su quel di Firenze, presero cotesto castello e, messovi dentro forte presidio, quinci tenevano infestato il cammino da Pisa a Firenze. Il commessario, provveduto buon numero di guastatori e artiglierie e zappe e scale e picconi e ordigni altri di guerra, andò ad assaltarlo; le difese degli Spagnuoli, tuttochè ferocissime non valsero; gli aiuti dei terrazzani medesimi più poco giovarono; egli primo, il Ferruccio, salito sopra la breccia, sostenne l'impeto del nemico e diede abilità ai suoi di penetrare a forza e tagliare e pezzi quanti si paravano loro dinanzi. — Presa la terra, rimaneva la rôcca, dove si erano ricoverati non pochi nemici e quivi facevano le viste di rinnovare la battaglia. Il Ferruccio, insofferente di riposo, con la rotella al braccio, la spada in mano, gridò a' suoi: «Finchè la bandiera imperiale sventoli sulla roccia, noi non abbiamo anche vinto; all'assalto! all'assalto!» E si precipita il primo. Erano stanchi i suoi, erano sanguinosi, ma potevano senza infamia eterna del nome loro lasciare solo nel pericolo il prode capitano? Il Bichi e l'Arsoli, ammirando trasecolati come così virtuoso uomo di guerra si mostrasse di côlta, accesi di nobile emulazione, non consentirono parere da meno del valorosissimo commessario: — appoggiarono pertanto le scale e con incredibile ardore si avventuravano a quella aerea battaglia: molti caddero andando a sfracellarsi le ossa sul terreno; i muri della rôcca in più parti grondarono sangue: nondimanco l'ebbe a patti. Il capitano spagnuolo preposto alla difesa di San Miniato sotto buona scorta mandò prigione a Firenze[224]. In tutti questi affronti la fortuna aveva riparato il Ferruccio come di scudo invisibile; — non un colpo, non una graffiatura l'offese; parve l'uomo di Dio. L'onore delle donne, le sostanze dei cittadini rimasero intatti; modo di guerra nuovo a' quei tempi, nei quali piacque ai soldati la vittoria solo perchè fruttava la preda. Se i Fiorentini alla fama di tante imprese avventurosamente condotte a fine si rallegrassero, non è a dire; il Ferruccio lodavano, il suo nome volava per le bocche di tutti, ai più illustri capitani dell'antichità lo paragonavano, i partigiani del Frate lui essere il promesso, lui Gedeone dicevano. La vita della Repubblica di Firenze, la libertà dell'universa Italia era posta nel palpito del cuore del Ferruccio.