«Chi mi vuole?»
«Se non vi fosse gravoso, piacerebbevi dirmi qual cosa divisate di fare?»
«L'ufficio mio, capitano: andarmene ai Dieci ed esporre loro un ragguaglio fedele della mia commissione.»
«Allora più poca via vi rimane a fare in questo mondo: — dai Dieci al bargello, dal bargello ai sepolcri della vostra famiglia.»
«E perchè, Ferruccio, perchè? Forse non ebbi consiglio da Malatesta di abbandonare Arezzo? Forse non è vero, ch'essendo debole, mal si poteva tenere, e, perdute queste genti, la città nostra diventava affatto disarmata[49]? Forse la cittadella non si trova adesso convenientemente presidiata?»
«E vi gioveranno siffatte difese quando là presso ai Dieci troverete un uomo che prenderà a perseguitare la vostra vita, come veltro la fiera, e narrerà la fuga, la paura, la viltà vostra, sostenendo la vostra morte all'onore e alla salute della patria necessaria; senza il vostro sangue tutta disciplina militare spenta, ogni vincolo sciolto; a cagione dell'esempio pessimo i valenti diventare deboli, vilissimi i vili; il vostro capo, in ogni tempo per la colpa commessa giustamente reciso, doversi adesso mozzare per giustizia e per ragione di stato; i principii delle repubbliche avere ad essere inesorabili, testimone Roma? E quando gli esempi e gli argomenti non bastino, cotesto uomo si squarcerà le vesti, si cuoprirà il capo di cenere; prostrato a terra, con le mani giunte, piangendo dirotto, nel nome santo di Dio implorerà che la scure del carnefice vi percuota la testa...»
E siccome l'Albizzi, esterrefatto, si guardava attorno e poi i suoi occhi negli occhi del Ferruccio fissava, quasi per domandare chi fosse quel suo implacabile nemico ed in qual modo lo potesse accusare dopo che egli con tanto sottile accorgimento gli aveva onestata la fuga, il Ferruccio, forte percotendosi il petto, esclamò:
«Io sono quel desso!»
L'Albizzi, profondamente avvilito, non riusciva a formare parole. Stettero alquanto in silenzio, e quindi riprese il Ferruccio a favellare così:
«Io però non vi odio, Antonfrancesco... nè voi... nè altrui...; odio la colpa... il colpevole non posso...; nè vorrei che voi moriste disonorato, no... non vorrei; il vostro delitto è certo, certa la pena...; se il piè ponete in Fiorenza, il palco infame vi aspetta; ponetevi in salvo pertanto, cercatevi un asilo finchè vi si offra modo di morire onoratamente combattendo per la patria..., dico morire... dacchè vivere più non potete; quando pure vi poneste sul capo gli allori di Alessandro e di Cesare, non basterebbero a gran pezza per ricoprirvi il brutto segno che l'ultima vostra azione v'impresse nella fronte; solo può rigenerarvi il battesimo di sangue..., perocchè allora i cittadini, l'andata vita tacendo, incideranno sopra la vostra lapide queste parole: Morì per la patria; e i posteri, senz'altro cercare, l'anima vi conforteranno di suffragi e la memoria con le lodi serbate ai valorosi...»