E stava per continuare, quando, per la via traversa che mena alle castella del contado, ecco apparire un uomo di villa accorrente a gran fretta, levando dietro a sè un lungo polverio. Venuto presso ai nostri personaggi, il Ferruccio, accennandogli prima con la mano sostasse, lo interrogò dicendo:

«Donde vieni e dove vai?»

«Io vado, messere, per una trista novella..., trista in verità..., una novella che nessuno vorrebbe portare, e pure bisogna che qualcheduno porti, perchè la è cosa che riguarda l'anima; e un figliuolo mal può dipartirsi contento da questo mondo, se prima non lo abbia benedetto suo padre. Vengo da Nipozzano.»

«Nipozzano!» esclama Antonfrancesco Albizzi alzando di subito la faccia, «casa mia!»

«Domine! ho io le traveggiole, o siete ben voi messer lo padrone! Oh non vi aveva mica riconosciuto! Ma dacchè la è andata così, fatevi animo e raccomandatevi al Signore, perchè lo hanno spacciato...»

«Chi dunque? chi?»

«Messere Lorenzo, il padrone giovane... il vostro figliuolo si trova in extremis...»

«Dio eterno, qual castigo mi dài!...»

Francesco Ferruccio, del tutto fisso nella sua idea di onore patrio, di decoro della milizia italiana, oltre la quale le cose altrui poco curava, le proprie nulla, quasi lieto diceva:

«Messere Antonfrancesco, nè più onesto nè meglio conveniente motivo di questo vi potea parare la fortuna davanti per abbandonare la ordinanza e ritirarvi lontano dalla città.»