Pronunziata dal valente cavaliere la sua sentenza, rimase immobile quasi macchina armonica che abbia conclusa la suonata.

Il principe di Orange, turbato in vista, si volse a Pierluigi Farnese e,

«A voi», gli disse, «Pierluigi, che non andate pel sottile, piacerà di abbracciare la bella impresa.»

«Troppo mi è superiore il conte di Lodrone nell'intendimento di quanto a perfetto cavaliere si convenga, ond'io presuma avere nella presente controversia giudizio diverso dal suo.»

«Per la morte di Dio! se alcuno mi avesse sostenuto che i miei baroni non vorrebbero accettare questa impresa, lo avrei smentito per la gola; — mi sono ingannato; — il fiore della cavalleria è spento qui nel mio campo. Ora mi rivolgo a voi, cavalieri spagnuoli, onore e lume della moderna milizia, affinchè occupiate la lizza che altri vi lascia libera. Diego di Sermiento, vorreste voi esser compagno di questo gentiluomo fiorentino?»

Don Diego, scotendo il capo superbamente come il cavallo andaluso al suono della tromba, proferisce queste orgogliose parole:

«Nel 1525 Carlo contestabile di Borbone, con grande accompagnatura di uomini d'arme, si recò nella buona città di Toledo, dove allora stanziava la corte, a visitare la Sacra Maestà dell'imperatore e re Carlo V, nostro signore e padrone. Ora avvenne che, trovandosi, per la frequenza straordinaria di principi e ambasciatori, ingombrati tutti i luoghi appartenenti alla corona, Sua Maestà si degnasse pregare l'onorato idalgo il marchese di Villena a ricettare il contestabile nel suo palazzo. Al quale invito il Villena rispose: Volentieri, purchè fin d'ora la Sacra Maestà Vostra mi conceda privilegio di rompere una legge. — Qual legge? domandò Sua Maestà, turbato la sua preghiera si ponesse a patto. — La legge, disse il marchese, — che ereditammo dai Romani, di non deturpare di rovine la città. E Sua Maestà, non intendendo la ragione di cotesta istanza e d'altronde conoscendo il cavaliero uomo savio e discreto, se ne stava tutto maravigliato; alla fine riprese: Sieti concesso, purchè ti piaccia manifestarcene la causa. — Perchè, con molto terribile voce grida il cavaliere, — perchè appena ne sia uscito il Borbone, io lo darò alle fiamme come palazzo contaminato d'infamia, indegno di essere abitato più oltre da uomini d'onore[241]

Udita la pungente risposta, il principe si rimase con ambe le mani appoggiate su le teste di grifo le quali terminavano i bracciuoli della sua sedia, — col corpo sporto in avanti — a bocca aperta, — intento nella faccia del marchese di Villafranca, come persona che cerca e non trova nella sua mente un'idea che valga per contrapporsi a quel duro racconto.

E il Bandino di baldanzoso adesso si stava spossato sotto un peso d'insopportabile infamia; era diventato colore di cenere; gli occhi teneva fitti alla terra ansioso di vedere se si fendesse per nascondervisi dentro; — pareva l'adultera del Vangelo piena di vergogna e di paura di esser colta dalla prima pietra che incominci la sua lapidazione. Nè sacerdote mai nè tiranno seppero; con la feroce loro immaginazione inventare tormenti, non che uguali, secondi a quelli che adesso soffre il Bandini; e ben gli stanno, — imperciocchè gli occhi degli uomini non si alzerebbero più al cielo, dove non fosse abitato da un Dio che rugge terribile intorno all'anima dei traditori, della patria.

Militava in campo certo giovanotto di egregie forme del corpo, chiamato Bellino Aldobrandi, di cui riferimmo poc'anzi una audace risposta; comunque appena gli spuntasse la barba, egli era di membra validissimo ed esercitato a tutto ciò che conviene a compito cavaliere. Cecchino del Piffero, fratello di Benvenuto Cellini, così chiamato per essere il suo genitore pifferaio della Signoria, caporale d'inestimabile valore nelle Bande Nere, che poi fu ammazzato in Banchi dalla famiglia del Bargello mentre con troppo furore e poca prudenza voleva combattere con tutti[242], avendo posto un grande amore addosso all'Aldobrandi, gli aveva insegnato a non conoscere paura ed a trattare maravigliosamente ogni maniera d'arme. Il volto di lui presentava la perfezione dei contorni delle statue greche; i suoi sguardi aquilini rivelavano un'anima capace di profonde passioni e di alti concepimenti, — orgoglio e speranza della patria, dov'egli avesse conosciuta una patria; — ma egli non la conosceva: — condotto da fanciullo a Roma, colà lo educava uno zio paterno accomodato in corte di papa Clemente; però tutti i suoi palpiti erano pei Medici; nè per anche aveva potuto il tempo ammaestrarlo nella scuola della esperienza; — spensierato e animoso correva alle battaglie come ad un convito; — di aria ebbro e di luce, godeva trasvolare pei campi aperti, mandare baleni dalla brunita armatura; il giovane seno gli esultava di orgoglio quando scorrendo sopra il suo corsiero turco si udiva susurrare d'intorno: Per nostra donna del Pilastro, egli è bello come san Giorgio! — Nella mischia si avventava impetuoso, gridava, menava terribili colpi, non mosso da voglia di sangue, non da odio della umana natura, ma piuttosto da giovanile ferocia, non altrimenti che se gli uomini fossero belve destinate a caccia reale. Però sovente riducendosi verso sera al campo dopo di aver vagato lontano per la intera giornata, appena asceso il rovescio dei monti che riguardano Firenze, si lasciava andare giù da cavallo, e traendoselo dietro per le briglie attorte al braccio, contemplava lo spettacolo che si offeriva al suo sguardo: — sopra un cielo di fuoco si dileguavano i contorni delle superbe fabbriche di Firenze; — la luce che manca si trattiene a brillare un momento su la cima degli edifizii, come la vita si restringe al cuore innanzi di cessare, — poi si estingue; — allora la squilla diffonde per l'aria un suono lugubre, quasi Geremia che lamenti la caduta città, ed empie il cuore di compassione e di spavento. In quel punto un fremito interno agitava Bettino, e, col pensiero percorrendo l'andata sua vita, rammentava aver sentito una simile cura certo giorno che sul crocicchio di due strade contemplò una giovane romana genuflessa davanti la immagine della Madre di Dio, ed accostandosi a lei la udì supplicare di pace per l'anima della defunta sua genitrice; — e certo altro nel quale un fanciullo lo richiese di un po' di elemosina per un vecchio soldato privo del ben della luce seduto sopra la pubblica via; — il misero logorò la vita non per l'Italia, ma per i suoi tiranni, — colpa più dei tempi che sua; — ed i tiranni, quando egli diventò cieco, toltegli le armi, lo abbandonarono mendico a tapinare su la pubblica via. — Una voce segreta lo ammoniva: patria non poter essere un uomo, sibbene un paese, una terra, una comunità di uomini, nè dovere in qualunque caso un cittadino muovere le armi contro la patria che lo ha cacciato fuori dal suo seno. — Imperciocchè o egli ne fu bandito a ragione, ed allora ha da sopportare con animo pacato il suo danno e meritarsi di venire un giorno perdonato; — o l'offesero a torto, e allora soffra, sia grande e sappia, perduta la patria, la cosa a desiderarsi maggiore essere la coscienza pura; meglio vale sventura con innocenza che fortuna con delitto. Avrà il cielo per l'uomo a torto infelice conforti divini; dappertutto vedrà, come se fosse centro del firmamento, curvarglisi intorno l'emisfero, scintillare le stelle, — dappertutto la madre terra appresterà alle sue ossa travagliate pace. Quindi pensava, un cittadino rientrato a forza in patria, non potervi più vivere se non che da tiranno, — il suo cammino procedere sul capo dei suoi fratelli. I Medici, ora sì umili, vedeva inferocire all'improvviso a modo di serpe esposto al sole, — gli odiava in quei momenti, — non sapeva risolversi a raggiungere il campo; gli occhi bramosi lanciava intorno di sè aspettando un santo eremita che venisse a consigliarlo; — intanto si trovava prossimo al campo, — l'esempio dei molti fuorusciti mescolati nell'esercito imperiale tra i quali si distinguevano Caroccio Strozzi, Bettino Cavalcanti, Sandro Catanzi, Giammoro da Dicomano, il Rosa da Vicchio, il Morna e il Pignatta amicissimi suoi, — e la costumanza antica tornava a vincerlo, — una forza fatale lo avviluppava di nuovo nella sua vertigine; la patria migliore del mondo tornava a sembrargli la groppa di un destriero che corre.