Filiberto, fatto cenno a un segretario, dettava:
Philibertus De Cialon, Orangiae Princeps, Caesareae Maiestatis Capitaneus generalis in Italia, ac in Regno Neapolis Vicerex, et Locumtenens generalis, etc.
«Havendone fatto intendere li Magnifici Joanni Bandini et Bettino Aldobrandi, nobili fiorentini, havere da finire con le arme in mano alcune querele con li Magnifici Ludovico Martelli et Dante da Castiglione, pure nobili fiorentini, et ricercatone che li volessemo dare campo franco, mediante il quale il prefato Ludovico et Dante possano uscir da Fiorenza, et venire securamente co' loro compagni, arme et cavalli in questo felicissimo esercito Cesareo a finire le ditte loro querele; et parendone tal domanda honesta; semo stati contenti concedere loro detto campo franco. Et per tenore delle presenti nostre damo et concedemo ditto campo franco ad essi sopranominato libero et securo a tutto transito; et assecurato, sub verbo et fide nostra, li sopranominati Lodovico et Dante che possono uscire da dentro Fiorenza, et ritornare con XX compagni et un patrino per ciascuno con loro arme et cavalli, et venire in questo felicissimo esercito Cesareo, in quel loco che per noi sarà ordinato, et definito le loro querele con li prefati Joan Bandini et Bettino Aldobrandi; et che poi se ne possono ritornare a loro beneplacido, senza impedimento alcuno, con ditte loro armi et cavalli. Et il giorno deputato al detto abbattimento serà alli XII del prossimo futuro mese di marzo; et lo campo franco si intenda dalla levata alla calata del sole del detto dì. Et perchè, secondo ne hanno fatto intendere detti Joanni et Bettino, per li loro Cartelli, declarano volere combattere a uno per uno, et non dua per dui; però declaramo per queste nostre, che nel detto dì ci seranno dua campi, in li quali ognuno potrà combattere con il suo inimico divisamente. Et in fede, ne havemo fatte fare le presente firmate di nostra propria mano, et sigillate del nostro solito sigillo. Datum in castris felicissimis Caes. contra Florentiam, die xxi mensis februarij M. D. XXX.»
E poichè l'ebbe il segretario munita del suggello, la presentò al principe, che la sottoscrisse del suo nome; ciò fatto, chiamò l'araldo e, graziosamente consegnandogliela, favellò:
«Molto, messere araldo, mi raccomanderete ai signori cavalieri i quali vi hanno mandato a noi, e direte loro che ci sarà mai sempre oltremodo gradita l'occasione in cui potremo compiacere ad alcuna loro richiesta, salvo sempre l'onore e la lealtà che dobbiamo a Sua Maestà l'imperatore.»
«In quanto a ciò state sicuro, messer lo principe, perchè noi non sappiamo tentare l'altrui lealtà», rispose l'araldo, ed inchinatosi toglieva commiato.
Filiberto, volgendo in mente la cortesia dei cavalieri antichi, i quali non soffrivano partissero da loro gli araldi senza presentarli di doviziosi guiderdoni, nè d'altronde avanzandogli pure un ducato, se ne stava tutto malinconoso: — declinando gli sguardi siccome avviene allorchè l'anima è contristata, si vide sul petto pendere una ricca medaglia, dono di re; — gli parve troppo; esitò; — e l'avarizia gli disse: tienti la medaglia; — ma l'orgoglio all'improvviso proruppe: meglio vale rimanere sprovveduto di medaglia che di fama la fortuna si vanti di farti povero, non iscortese cavaliere; — sicchè egli, richiamato con gran voce l'araldo, tutto acceso nel volto gli gettò al collo la collana e il medaglione, aggiungendo:
«Portateli per amor mio e perdonate se, distratto da altri pensieri, ho tardato un momento a compire il dovere di cavaliere.»
Ciò detto, senz'altra risposta aspettare, si allontanò.