«Lasciate», soggiunse svincolando la mano don Ferrante; «se portammo le spade, non per questo le abbiamo provate. Messere Bellino, questa ci pare spada di buona tempra, — quest'altra... per Dio! la si è spezzata... io stupisco.»

«Ed io me l'aspettava!» esclama Pagolo; «conciossiachè come dic'egli il proverbio? In chiesa co' santi, e in taverna co' ghiottoni. L'arme era falsa, e si conosce espresso; — chi portò l'arme se ne rese mallevadore; combatta dunque col troncone il Bandino; — questo caso fu preveduto dal Codice della cavalleria...»[249]

«Noi non saremo per consentire giammai che il cavaliere scenda con tanto suo vantaggio nello steccato», riprese il conte di San Secondo.

«Porti la pena del tradimento», grida Pagolo.

«Di che tradimento parlate? Voi ve ne men...», urla il conte; se non che don Ferrante gli pone la mano pronto su i labbri e gli dice:

«Tacete: volete voi fare la querela vostra? Egli è padrino...»


Intanto correva la fama celere e varia ad ogni moto, siccome si nota avvenire delle nuvole portate dal vento traverso il cielo. Le teste dei popoli quivi raccolti agitavansi rumorose a guisa delle onde di un mare in burrasca: secondo le diverse passioni diversi erano i detti, tutti però esagerati o mendaci. Lo spagnuolo Moreno, riappiccando il discorso col soldato italiano.

«Vedete, signor soldato», diceva, «ciò avvenne perchè non recitarono il giuramento intero: a qualcheduno di loro io porto opinione che abbiamo trovato addosso la fattuccheria; il diavolo usa sempre anche in Italia.»