«Che cosa volete ch'io vi dica, don Moreno? — E' pare che il diavolo abbia abbandonata la Italia dacchè ci siete entrati voi altri fedelissimi sudditi di Sua Maestà l'imperatore d'Austria; forse perchè vi conosce più demonii di lui.»


Mentre cosiffatto colloquio avveniva, Pagolo Spinello con quel suo piglio soldatesco favellava:

«Or sarà bene che proviamo un poco le armi, dacchè ai tempi nostri abbiamo veduto inganni e malefizi infiniti: armi avvelenate, guanti che nel chiudere il pugno cacciavano fuori punte da ferire la mano, e simili altre ribalderie; sicchè la diligenza è a senso mio una delle poche cose dove il soverchio non rompe il coperchio.»

«Usate del vostro diritto di padrino», notò il conte di San Secondo con alterezza, «ed astenetevi da parole gravi all'onore di questi cavalieri.»

«Io vo' che sappiate, messere lo conte, che quarant'anni nella milizia non me gli sono mica giocati a primiera; conosco meglio di voi quanti piedi entrano in uno stivale: — parola non è mal detta, se non è mal pensata; — e se la giornéa vi fa male, allentatela come vi aggrada.»

Ed a questi aggiungendo, secondo il suo costume, più altri proverbi assai, tolse dalle mani dell'araldo una spada e, provatala, disse:

«Questo è buono stocco, e questa è buona manopola; — prendete, Vico: quest'altro è pur buono stocco, — e la manopola senza eccezione; — a voi, Dante. Signori, ho fatto il mio ufficio.»

«Concedete adesso che noi facciamo il nostro», riprese don Ferrante, volendo provare a sua posta le spade rimaste; ma lo Spinello lo arresta parlando:

«Parmi che buttate via l'opera e il tempo; — non avete portato le armi voi stessi? Or come volete provarle?»