Miserando spettacolo!
Giace l'Aldobrandi supino con le braccia prosciolte; — la manopola uscita dalla mano si era tratta dietro la spada che stava adesso lontana dal braccio che l'aveva impugnata; — dalla gola aperta versa un fonte di sangue.
Confuso dal bagliore, scambiò Bertino un istante il raggio del sole col baleno dello stocco avversario; — un solo istante smarrì il ferro nemico, e Dante sottentrando allungò le braccia con quanta forza gli aveva concesso natura e gl'immerse la spada nella gola: penetrò la punta omicida nell'ugula, ruppe l'osso del palato, e l'occhio sinistro si rovesciò sanguinoso fuori dell'orbita. — Un momento prima tanto bello, tanto leggiadro, — adesso orribile... orribile a vedersi!
«Arrenditi!» gli grida il Castiglione, «arrenditi, o ti finisco!»
«A molto... migliore cavaliere... che non sei tu... io mi arrendo», risponde con parole interrotte Bertino Aldobrandi; «mi arrendo... a Dio.»
Percosso il Castiglione dalla voce e dalle parole, punta a terra la spada; la sua naturale pietà adombrata come da una nuvola di furore tornò luminosa a spanderglisi su l'anima, e ridivenuta mite, si curva affannosa sopra il morente.
«Oh! io mi sento morire», riprende a gran pena Bertino, «presso a morte Dio mi rischiara l'intelletto... ahi tardi!... pure in punto che basta a pentirmi... Perdonami... e vogli una grazia concedermi... Deh! gentil cavaliere, non volermi questa grazia negare... non maledire alle mie ossa... ma le seppellisci pietoso... nell'avello de' miei maggiori... credo in Santa Maria novella... Ahi! madre mia!...»
«O giorno di dolore! o giorno d'ira!» esclama Dante appoggiando il mento sul pomo della spada; «Ecco, i fratelli uccidono i fratelli, e figli di una stessa terra si lacerano tra loro! — noi bagniamo questo suolo col sangue del parricidio, — e il suolo sconsacrato produce un frutto amaro, — il frutto della schiavitù. — O patria mia ridotta a tale che non sai se devi affliggerti maggiormente delle sconfitte o delle vittorie dei tuoi figliuoli! — miseri noi, cui la morte del nemico tormenta con i rimorsi medesimi del delitto! — la congratulazione pesa come una rampogna; — la fama turba come il chiodo che conficca il nostro nome alla storia quasi a gogna perpetua, — ormai la nostra scelta sia nel vivere codardi o nel vivere iniqui. — O giovanetto! — fossi tu spagnolo, o tedesco; la mia anima si allegrerebbe: — ora ella piange, — ella maledice la sua fortuna, — ella desidera scambiare teco il destino. — O Dante! tu che tanto amasti la patria, qual giudizio ti aspetta in faccia dei posteri! — Tu hai spento un uomo che valeva meglio di te. — E chi ha detto ch'egli sia spento? — Egli se ne mente... egli vive, ed io l'ho conquistato alla patria...» E qui, buttate via manopola e spada, s'inchina palpitante sopra Bertino; — mancandogli pannilini, straccia la sua camicia, tenta arrestare il sangue della ferita, gli fascia con amore la gola, e poi corre a raccogliere lo stocco e la manopola caduti al trapassato, e l'una e l'altro gli adattando alla destra, «Sorgi», continua con voce di comando, «tu non sei morto; — io appena ti vidi, ti amai, — come dunque posso averti ucciso io? — Stringi la spada. Fiorenza aspetta la tua difesa... affrèttati... stringi la spada, ti dico; oh! dolore... dolore... la morte gli tiene irrigidite le braccia... egli è morto!... ed io l'ho trucidato!...»
La stanchezza, il dolore e il molto sangue perduto lo facevano vaneggiare; forse sarebbe caduto, se Giovanni da Vinci nol sosteneva; con lo aiuto di alcuni staffieri accorsi egli lo trasportò fuori del campo, non senza avere prima gettato uno sguardo sopra la lizza gridando:
«Vittoria! — vittoria!»