Ma quando assale un pensiero di orgoglio o turba la invidia, m'incammino là dove sopra lieve eminenza giace il cimitero della mia città: — quivi, appoggiando la spalla alla soglia della porta, mi volgo a contemplare la terra che abbandonai, e, immaginando essere convertito nel Tempo, esclamo: O città dei vivi, tu sei grande, ma questa città dei morti già ti contiene dieci volte, e ti conterrà venti, cento, quanto parrà a me, perchè il sepolcro è una delle cose nel mondo che non dice mai: Basta! — Io compendio tutto, — uomini e cose; — io solo posso comporre in pace nella medesima fossa l'oppressore e l'oppresso; — per me il conquistatore si contenta di tre braccia di terra, e se gli pongo al fianco un cadavere, ve lo sopporta mansueto e paziente senza dirgli: Fatti in là; — egli ve lo sopporta, mentre vivo imponeva a' popoli interi sgombrassero le provincie per lasciargli libero il passo, ordinava al mondo estendesse i suoi confini, ai cieli si allontanassero per respirare più aperto: — io riduco in essenza gli enti creati, — degli animali mi basta la cenere, — delle città la polvere; — nel cavo della mano porto l'esercito di Cambise, — su le mie spalle in un sacco Sodoma e Persepoli. — Un giorno verrà ch'io mi volgerò al sole e gli dirò: Chiudi le palpebre e dormi, tu hai vigilato assai; — e poi soffierò su le stelle e le spegnerò come fiaccole rimaste accese dopo la fine del festino... e perchè no? — Forse non ho cacciato dai cieli una moltitudine di numi, come il castaldo, terminati i lavori dei campi, licenziate le opere? — Forse non ho lasciato appesa alle volte del firmamento una serie di dii, quasi scheletri di condannati al patibolo... spettacolo pieno di miseria e di scherno? — Un giorno, stanco di distruggere creatori e creature, cause ed effetti, io staccherò dai cieli il manto azzurro e me ne comporrò un sudario funebre per addormentarmi nel seno della eternità... Eternità! — Io me ne torno alle domestiche mura salutando umilmente per via anche il mendico che mi domanda l'elemosina per l'amore di Dio.


Da ambedue le parti sconfitta: — dall'un lato e dall'altro silenzio di trombe, mormorio di voci inquiete: — i baroni tedeschi e spagnuoli irrompendo dentro lo spazio vietato ricordavano i colpi e le vicende del duello.

«È stato un nobile duello, — quale avrebbero potuto combattere due cavalieri castigliani!» esclamava uno Spagnuolo, cui uno smilzo Tedesco rispondeva:

«Certo degno di due baroni alemanni.»

La querela dichiararono non persa nè vinta, e dalle genti credule fu reputato segno che la fine della guerra avesse ad essere per ambedue le parti infelice; per la quale cosa avesse a giudicarsi la ragione stare di qua e di là, o piuttosto non fosse ragione in nessuna[255].

Dante avendo con giuramento dichiarato ultima volontà del morto Aldobrando essere stata di avere sepoltura negli avelli de' suoi maggiori, potè trasportarsi seco il suo cadavere. Lo accomodò pertanto con amore infinito dentro ad una bara, lo fece con diligenza lavare, poi gli mise attorno l'armatura completa, sicchè pareva un guerriero il quale col sonno rifacesse le forze.

Nell'altra bara composero il Martelli.

Giannozzo, il servo fedele, sostenuto dalla speranza di salvare la vita al diletto padrone, vigilava il trasporto.

Sul tôrre commiato dal principe, in segno di militare onoranza, ordinò si sparassero tutte le artiglierie; al quale frastuono la città, paurosa di sventura, rimase taciturna.