Clemente papa, col mento sollevato, guardava Carlo V e ad ora ad ora crollava la testa tra pago e sdegnoso; sdegnoso nel conoscere l'intimo concetto di lui, contento per averlo preveduto da gran tempo: e poi offeso da quella serie di pensieri di gloria, come il tristo fanciullo gode scompigliare con una pietra le limpide e quete onde del lago, vi lanciò malignamente tra mezzo la domanda:
«E alla morte ha mai pensato Vostra Maestà?»
L'imperatore, quantunque per natura cupissimo, nondimeno a cagione della stessa intensità de' suoi pensieri lasciava vincersi talvolta dalla passione, ed esaltato, non sapeva così di leggieri reprimere la favella; sicchè continuava dicendo:
«La Francia è giglio fragile, eia mia aquila lo ha già sfrondato; — se non m'ingannava un mal genio, tu a quest'ora saresti, o Francesco, uno scudiero nella mia corte imperiale; — la mezza luna non tanto scintilla sublime nei cieli che non valga a raggiungerla il volo della mia aquila: — leopardo inglese, dacchè lasciasti comprarti le branche, apparécchiati a darmi la tua corona in cambio de' miei ducati; — e tu, san Pietro, sappi che la mia testa è capace di portare ancora... la tiara... perchè no? Massimiliano imperatore voleva farsi papa...»
«La morte! la morte!» gridò più alto il pontefice negli orecchi all'imperatore.
«La morte! proruppe Carlo V, «che fa a me la morte? I codardi soccombono a questo pensiero, gli animosi lo portano come una corona di fiori. È meglio lasciare l'opera interrotta che non incominciata... — I monumenti più grandi che il mondo conosca si devono al pensiero della morte; — parlo delle Piramidi. — La morte sta nelle mani di Dio, l'uso della vita in quelle dell'uomo. — La mia anima abbisogna che la testa del suo corpo si posi nella vecchia Europa, il tronco in Africa e in Asia, i piedi in America. Io non anche percorsi la curva ascendente della mia vita, non giungo ancora a trent'anni; e se in questo punto mi toccasse la morte, come Cesare Augusto potrei domandare ai miei amici, — ai miei nemici, — a voi stesso: — Parvi ch'io abbia ben sostenuta la mia parte nel mondo? Le imprese da me fino a questo punto operate, se non possono la mia fama a quella di Alessandro Magno anteporre, bastano ad avvilupparmi in un sudario che mi salvi dal verme dell'oblio. — Se adesso io morissi, il cuore mi assicura che gli uomini direbbero: — Meritava vivere di più. — Papa Clemente, se voi moriste adesso, che cosa pensate il mondo fosse per dire di voi? — Egli è vissuto troppo poco, od è vissuto anche troppo?»
«Ve lo dirò quando saremo morti», rispose il pontefice, continuando a muovere le labbra in un cotal riso amaro che ben dava a conoscere quanto lo avesse penetrato addentro cotesta acerba puntura: «però fino da ora io mi dispongo a lasciare novellare la gente; dove poi mutassi pensiero, ordinerò, come Diogene, che mi pongano al fianco una verga. Adesso vediamo di concludere, Carlo; — quando pure io possa confidare in voi intorno al sopprimere la libertà di Fiorenza, non devo del pari fidarmi in voi per ciò che spetta lo ingrandimento della mia famiglia. Di ciò pertanto domando guarentigia. Nicolò della Magna dovrebbe pure avervi fatto motto di sponsali da contrarsi in facie Ecclesiæ tra madama Margherita vostra figlia ed Alessandro duca di Civita di Penna: — ve ne sareste per avventura dimenticato?...»
«Io non dimentico nulla, ma non li reputava condizione necessaria per la pace: e se le mie preghiere trovano grazia al vostro cospetto, vi supplico umilmente, Padre santo....»
«No, no, Maestà, avete mal creduto: ella è una condizione sine qua non; — condizione senza la quale andrebbe scomposta ogni cosa, andrebbe tutto in peggiore stato di prima....»
«Ma perchè a cimentare la pace tra noi vogliamo imporre un destino ad un cuore che palpita appena di vita? Le labbra di nostra figlia non anche per elezione proferiscono il nome di padre, e noi vorremo costringerla a pronunziare quello di marito come una necessità? — Perchè le opere nostre, di qualunque natura elle sieno, dovranno riuscire sempre a qualcheduno dolenti?»