Intanto io piango la morte di un popolo, perchè un altro ne rinasca.

Però alla mia mente per ora si affacciano solo sinistre fantasie, perchè il mio cuore è inebbriato delle ultime lacrime piante da una nazione caduta, perchè il sibilo delle ossa de' suoi grandi travolte dalla bufera forma il suono che accompagna la mia storia.

Tristo o beffardo, il mio grido move dallo spasimo di piaga insanabile.

Via, lasciatemi lamentare in pace sopra la terra de' miei padri, — poi mi coprirete con le ceneri delle sue desolate città.

Perchè, quando il poeta stenderà la destra al salice per istaccarne l'arpa e cantare l'inno della risurrezione, possa con la manca raccogliere i fiori che la natura avrà fatto germogliare sopra la mia fossa e comporsene una corona.

O Italia mia, tutte le miserie di Gerusalemme ora tornarono più incomportabili che mai ad aggravarsi sopra di te; — nulla ti manca della città riprovata, tranne il compianto de' suoi profeti.

A me basta l'animo per essere il tuo profeta.


«La miglior patria nel mondo è la groppa di un cavallo che corre», ha detto il poeta arabo, e il poeta per questa volta non disse la verità: buono è il cavallo che corre quando la notte ingombra la terra e la necessità ti stringe di passare tramezzo ai nemici che occupano il tuo paese all'intorno.

Allora, anche quando il corsiero divorasse la via, come nella ballata di Leonora, il cavaliero griderebbe pur sempre: All'ali! all'ali! Allora se volge gli occhi al firmamento, invidia la facoltà che Giob attribuisce al Signore di tenere suggellate le stelle, e maledice la quarta giornata della creazione.