Che va dicendo all'anima: Sospira[257].

E cessato il canto, udimmo più distinto il fremito delle fronde, il mormorio delle acque vicine, sicchè ci parve ch'ei tenesse bordone a quelle rime: — nè io lo proposi a lui, nè egli a me, — eppure ci levammo entrambi e c'indirizzammo colà donde usciva la voce; l'intelletto pieno di libri latini, noi pensavamo incontrare una driade o qualche altra ninfa più gentile, — ma il cuore co' suoi palpiti m'assicurava avrei trovato una sorella di amore: un ventilare di veste bianca ci fece scorti della presenza della donna... poco oltre ce ne occorse un'altra; — una cantava e l'altra coglieva fiori sopra l'argine ombroso; — spigliate entrambe di persona, di piè leggiero, di gioventù splendide e di bellezza, — questa coglieva fiori e ne tesseva ghirlande! l'altra se ne incoronava così per vaghezza il capo, quasi a santificarle col tatto delle sue chiome, e poi le appendeva ai rami degli alberi: noi ci mostrammo così umili in vista che non ne presero sospetto e ci guardarono di tale uno sguardo che parve dirci: Noi vi aspettavamo. — Simili alla rosa nascosta nella valle che attende il raggio del sole per colorirsi e per ispandersi, ambedue attendevano uno sguardo di amore; — noi le guardammo, ed esse si fecero vermiglie. Per singolare accidente erano entrambe sorelle di latte, entrambe orfane, e così strettamente unite da amoroso legame che in nessuna delle due appariva sforzo per dimenticare da una parte i troppo superbi, dall'altra i troppo umili natali. Dicono nessun maggior dolore travagli l'uomo che quello di rammentarsi dei tempi felici nella miseria; — io però non conservo idea distinta del bene goduto... tanto peso di sciagura gravitò sopra il mio intelletto! — Io scorgo confuso traverso una caligine, — la mia anima ha perduto perfino i piaceri della memoria. Taccio i dolci desiri; — io amai Selvaggia, tuo padre Tomaso madonna Ermellina; ci fidanzammo; — il giorno destinato alle nozze venne. Tomaso aveva da fanciullo avuto dimestichezza con Naldo Monaldeschi, gentiluomo del contado di Prato, dimestichezze che l'anima bisognosa di amare confonde con l'amore, e sovente non sono altro che infermità dello spirito; — costui abbandonò le case paterne, corse varii casi di fortuna, fu soldato e combattè, spada di ventura, ora per impero, ora per la Francia, nelle guerre di Napoli e di Lombardia. Rimasta la guerra, se ne tornò a casa con qualche danaro di meno, qualche anno di più e per aggiunta alcune ferite riportate sopra campi dove bene si poteva acquistare o morte o preda, ma gloria non mai. Tomaso, quasi questo tempo fosse scorso pieno di soavi cure e di esercizio di gentili discipline al compagno come a sè stesso, ricominciava l'antica comunanza di affetti, la fraterna intimità. Lo volle pertanto compagno agli sponsali, convitato al festino: — quando andammo a tôrre le spose a casa, Naldo era della comitiva; — egli non aveva mai veduto le donne: allorchè si apersero gli usci, e vestite di bianchi panni, inghirlandate di rose si presentarono alla nostra vista, Naldo le guardò, allibì e si accostò tremante alla parete, — sì forte il tremore lo assalse; io me ne accorsi e ne sentii orgoglio, comecchè non sapessi chi di loro fosse capace a recare siffatto turbamento nell'animo del soldato; ma, o movesse dalla mia o dalla donna del mio fratello, era per me la causa dell'orgoglio medesima. — Ci prostrammo agli altari, si compirono i riti: Naldo, come se fosse tramutato in uno dei santi di pietra che occupavano le nicchie, non faceva atto di seguitare la comitiva quando usciva di chiesa; — lo scotemmo per le vesti, — ei risensò e ci tenne dietro col capo chino, a passi lenti. Fu imbandita la mensa: quivi non mancarono voti di poeti che dovevano rimanersi inani ed augurii che riuscirono bugiardi. Quando una voce chiamò i convitati a propinare alla salute di madonna Ermellina, le labbra di Naldo non si mossero — la coppa gli stette colma davanti. Però da quel giorno in poi Naldo si prese usanza della nostra casa, sempre più si pose avanti nell'animo di Tomaso ed anche nel mio; imperciocchè sia l'amicizia un tesoro che per divisione non iscema, all'opposto dell'amore. In lui mi piaceva la saldezza del corpo, la faccia tinta dal sole delle battaglie, uno sfregio sopra la fronte tra ciglio e ciglio, e poi la comunanza dei diletti: — ma non andò guari tempo ch'io l'odiai, dacchè senza nessuna reverenza parlasse delle donne; le quali ci largiscono piaceri ed affetti che se durassero, potremmo esser contenti della terra senza più oltre desiderare il paradiso; — in ogni caso rispettate la donna, perchè vostra madre fu tale: — ancora, se narrava le geste passate, egli non toglieva argomento di onore dai colpi arditamente feriti, sibbene dalle insidie parate con sottile scaltrezza, dalla vittima improvvidamente caduta, dalla morte con animo tranquillo arrecata; e a caccia, quando il cervo rifinito si abbandonava in balia dei veltri, e il cavaliere pietoso allo strazio del nobile animale scende di sella e gli dà il colpo di grazia, egli invece si rimaneva immobile a cavallo contemplando le viscere di lui palpitanti sotto i denti dei cani. — Spesso lo smarrimmo per la foresta e lo trovammo tornato a casa... Insomma a che mi vado io dilungando? Egli aveva concepito ardentissimo amore per madonna Ermellina; se non che tanto lo tratteneva la virtù della castissima donna che ben si accorse sarebbe speso ogni consiglio invano di tentare apertamente l'onor suo; — sentendosi inetto a inspirare amore, ogni suo studio pose a seminare la discordia. In questa opera d'iniquità, i più tristi i migliori; — quindi egli riusciva anche troppo. — Era tuo padre superbo, tua madre timidissima; i cuori si gonfiavano, ma le labbra stavano mute; intanto la rifiniva l'angoscia — il verme rodeva il bel frutto, e da qual parte vi fosse penetrato non appariva. — Certa volta mi occorse una doviziosa catena appesa al collo della mia Selvaggia: lo domandai da cui le venisse e come; — mi disse avergliela donata messer Naldo, onde io le notai: Selvaggia, le catene di oro si adoperano a tenere schiava l'anima, come le catene di ferro a tenere schiavo il corpo; chi dono accetta padrone riceve; mal facesti a tôrla, ma dacchè l'hai presa, bada al fine. — Nè stette molto la mia povera Selvaggia che venne a me tutta tremante, dichiarandomi messere Naldo dopo molte parole e larghe promesse averle raccomandato l'amor suo presso madonna Ermellina; essere il suo amore divenuto furore; non vedere nè ascoltare più nulla; volerla sua ad ogni costo, viva o morta. — Deliberai meco stesso il giorno appresso, mentre erravamo pei boschi, dichiarare pianamente la bisogna a Tomaso e farlo scorto del pericolo che correva; ma il giorno dopo, così consigliando od ordinando Naldo, ci dirigemmo verso la foresta, dove occorreva certo ponte sopra un torrente copioso nell'inverno di acque, nelle altre stagioni arido e di letto orribilmente scabroso. Naldo prese a favellare meco e mi trattiene indietro, narrandomi alcuni fatti d'arme avvenuti tra gli Spagnuoli e i Francesi nel regno ai tempi del gran capitano Consalvo. Tomaso, come vaghezza lo consiglia, precede spronando a precipizio, — tocca il ponte, e il ponte sparisce sotto le zampe del cavallo: — tavole, pietre, cavallo e cavaliere vanno a rifascio sossopra. — Dio lo salvò; — il cavallo si ruppe tra i massi: Tomaso, in più lati ferito, ebbe salva la vita: — quando lo rinvenimmo vivo, Naldo si morse le labbra e ne fece scaturire il vivido sangue; io stetti per piantargli il pugnale nel cuore, ma subito dopo tanto amorosa sollecitudine ostentava, in così angosciosi lamenti irrompeva, ch'io bandii dalla mente il truce sospetto con la prestezza con la quale vi era comparso: — risanò e, appena ebbe alzato il fianco infermo dal letto, chiese di esser tratto nel giardino a respirare l'aria aperta; gli fu impedito quel giorno, pel seguente concesso: — venuto al barco del castello, volle dimorarvi anche dopo il tramonto per rinfrescarsi del vento vespertino; — cominciavano a non bene distinguersi le cose circostanti, quando ad un punto stesso udimmo lo scoppio di un archibuso ed il ronzio di una palla. A Tomaso fu portato via, senz'altra offesa, il tôcco di capo, e la palla oltrepassando sfiorò la pelle delle spalle di madonna Ermellina che in piedi al fianco dello sposo ne sorreggeva la testa; proruppe la donna in un grido e cadde con la faccia sul terreno. Naldo, tratto fuori di sè dall'ira soverchiante, mormorò tra i denti: Ahi! male accorto! — e cavando la spada si avventò dalla parte donde era mosso il colpo. — Io lo seguiva; uno scherano con le mani e co' piedi si affaticava arrampicarsi su pel muro che circondava il barco del castello; ei gli fu sopra e con ispaventevole soprammano dai reni lo passò al ventre, sfregiando con la punta della spada l'opposta parete; rovesciò supino lo scherano, e sollevati gli sguardi già pieni di morte vide il suo uccisore, lo riconobbe ed esclamò queste parole: Oh! come voi, messer Naldo?... Ma questi non gli diè tempo di continuare, — forte lo calcò di un piede sul petto, gli spinse dritta la spada verso la gola, e sopra appoggiandovisi con ambe le mani gli ruppe le fauci. Per quanto investigassimo, non giungemmo a scuoprire alcune traccie di delitto, — solo trovammo sul morto copia di monete, prezzo certamente del sangue. I miei sospetti si accrescevano, ma ormai non mi si offriva più comodo di restringermi a parlamento con Tomaso. Naldo gli aveva atterrita la mente: — forse i suoi nemici, forse, e con più verosimiglianza, i parenti gl'insidiavano la vita; non volergli mancare in tanto estremo non consentire ad abbandonarlo, ed altre siffatte novelle pretestando, fermò sua stanza al castello. Adesso si attacca a Tomaso come un rimorso, non gli lascia ora senza paura, gli empie le notti di angoscia; la stessa sposa Tomaso riceve sospettando, — accumula arme di ogni maniera nella sua stanza, raddoppia la spessezza dei muri, munisce di ferro le porte, prende a custode degli agitati suoi sonni un molosso delle Alpi. I servi la più parte accommiata, i ponti levatoi alzati; i cavalli percuotono invano le selci delle scuderie; i cani stanno pigramente distesi a canto del focolare. — La fortuna ordinò che, recandosi certo giorno per mie bisogne da Tomaso, il suo cane, sia che lo spingesse maligna natura o non mi ravvisasse, mi si avventa alla persona per mordermi: io tento placarlo, egli vie più s'inferocisce; allora consigliato dalla tutela di me gli sferro tale un pugno nel capo che lo mando a rotolarsi per terra: Tomaso, di cui era infermo l'intelletto, arde di sdegno, abbranca una mazza d'arme e me la lancia contro; beato me, ch'ebbi agile il fianco per ischivarmi, e l'ira gli faceva tremare le mano! la mazza dette in pieno nella porta e vi si fermò confitta. — Rimasi immobile, smarrii la vista e vacillai un istante: subito dopo rinvenuto esclamai: O Tomaso, vi sono io diventato tale che la mia posponiate alla vita di un cane? — Tu sei un cane..., tu m'insidii la vita... — E tra il fascio dell'arme afferrata una spada, si avventò contro di me; io pure trassi fuori la mia... ma Annalena, ti giuro per il tuo amore che mi è sì caro, non averla tratta ad offesa del padre tuo, soltanto a tutela di me: — a qual miserevole fine sarebbe riuscito cotesto caso non saprei dirti, se Naldo e madonna Ermellina sopraggiunti non lo trattenevano. — Io gittai il ferro e fuggii via. Giungo ansando nelle mie stanze e, fatto rifascio di quanto mi cade tra mano, esco dal castello del tutto compreso da terrore: — corso ch'ebbi grande spazio di via, la coscienza prese a domandarmi: E dove vai? Dove lasciasti Selvaggia? Come vivrai senza il tuo Tomaso? — Gittai il fastello, mi vi posi a sedere e vôlto dalla parte del maniere cominciai a vagheggiarlo, come donna innamorata; mi si sciolse il furore, e copertami la faccia con le mani piansi; — poi mi alzai e ripresi la via del castello: — qui giunto, rimisi con diligenza le cose donde le tolsi, e mi accorsi allora nella mia preoccupazione non aver badato come la più parte fossero vesti ed arnesi donneschi. — Correva l'ora nella quale secondo il costume scendeva a invigilare la profenda dei cavalli: — andai alle scuderie e attesi al governo degli animali con maggiore cura del solito. Mentre uscito dalle scuderie mi volgo a chiuderne le porte, ecco mi sento percuotere leggermente sopra una spalla: — era Naldo. Costui veniva a invelenirmi la piaga; io lo ascoltai e ormai pacato finsi assentire ai suoi detti; — che più? — Il tristo mi propone mescere nel vino di Tomaso un liquore che mi darà vendetta piena e non sospettata; tale, insomma, da bastare a qualsivoglia offesa, comunque atrocissima. Presi la caraffa e subito dopo, mutata voce a sembiante: Ahi perfido e misleale uomo! voi cristiano battezzato non abborrite dal consigliare un delitto che menerebbe alla eterna perdizione l'anime nostre? Io da gran tempo studio le vostre storte vie, e poichè la paura dell'inferno non vi rattiene, forza è che vi trattenga una scure sul capo. — Egli poi non mutò sembiante, ma, forte com'era della persona, mi venne addosso, mi abbracciò e, côlto il destro, mi tolse la caraffa di mano esclamando: Io m'infingeva: tu sei il migliore uomo che io mi abbia conosciuto; oh raro esempio di virtù vera! — ed altre siffatte parole aggiungendo, ruppe la caraffa sul selciato. — Così come l'acqua contenuta nella caraffa si disperde, egli soggiunse, si disperda ancora la memoria del fatto, o si rammenti soltanto per celebrare la virtù del servo fedele. Lucantonio, nei detti acerbi contro di me profferiti ebbi dimostrazione dell'animo tuo: — se altri tu ne avessi adoperati, a quest'ora io ti odierei; io primo narrerò a Tomaso la tua magnanimità! — E mi lasciava.

«M'ingannassi nel mio sospetto! — Guardai il selciato e vidi l'acqua innocente aver corroso la pietra; — mi feci cuore e mossi ratto alle stanze di Tomaso; mi negarono l'entrata; pregai ed anche minacciai, ma non riuscii nell'intento. — In questa scendeva la notte, ed io, pieno di rabbia, improvvido di consiglio, contemplando il male nè lo potendo prevenire, mi caccio tra gli alberi del barco del castello: immemore di me calcava e ricalcava le medesime vie, quando mi accorgo di uno stormire di fronde; mi soffermo e al tempo stesso sento percuotermi a tergo e stracciarmi violentemente e vesti e il giustacore di bufalo, — Spicco un salto, volto la faccia, e l'omicida è già lontano. Quantunque l'ombre fossero già alte, io ravvisai nel fuggente lo scudiere di Naldo. O casa dei Tosinghi a quale estremo ridotta! Il pugnale mi era rimasto fitto nel corame; ne lo trassi fuori, e al primo lume conobbi essere quel desso che Naldo portava sempre alla cintura, quel desso ch'egli soventi volte mi diceva aver avuto a gran prezzo da un mercatante saracino perchè maravigliosamente attossicato. — Deliberai di farmi a trovarlo e mi avviai al maniere; uomini sconosciuti vi stanno a guardia, — il passo precluso alla maggior parte dei vari appartamenti, — quelli di Naldo e di Tomaso sopra tutti vietati; — era per disperarmi. All'improvviso si apre fragorosa una porta, e n'esce Naldo, com'uomo cui prema altissima cura; udendo rumore, alza il torchio e mi ravvisa, — prorompe in un grido di meraviglia, e quindi, ostentando sicurezza, Lucantonio, comincia, voi qui? — Io qui; vi sorprende per avventura, messere? Io vengo a riportarvi cosa che avete smarrita. — Smarrita io? — Sì bene voi: ecco il vostro pugnale. — Pugnale! Non riconosco cotesto pugnale... e si tirava indietro per sospetto. — Colpa della poca luce: egli è il vostro famoso pugnale avvelenato; il pugnale che porta sul pomo la vostra arme di cesello... — Gran mercè dunque... e dove lo trovaste mai? — Fitto nel mio giustacuore, mentre tentava addentrarsi nelle viscere...; però ve lo riporto. Quando voi, messere Naldo, troverete il mio, non me lo riporterete, perchè vi starà fitto nel cuore: — e mi salvai, essendo egli armato di tutte armi, ed io in giustacuore di bufalo. — M'ingegno penetrare nelle stanze di Tomaso; mi vengono meno gli scaltrimenti e l'ardire, — trovo, dovunque mi volga, gente nuova e di sinistre sembianze; — si preparava il misfatto. Un buon consiglio mi venne dal cielo: — la notte aveva consumato la metà del suo corso; — scendo nel parco e cauto mi porto sotto le finestre di Tomaso. Infelice! Il sonno non iscende più sopra le sue palpebre, un'ombra nera traversa la finestra rischiarata dalla lampada interna, — la notte gli accresce i terrori. Allora io presi a cantare la canzone che udimmo nel tempo felice dai labbri di madonna Ermellina, quando prima la incontrammo sull'argine fiorito: l'ombra non comparve più, ristette il mio signore pensoso e, come mi narrò in seguito l'unico scudiere che gli avevano lasciato attorno della sua buona famiglia, e dopo avere lunga pezza porto ascolto, domandò: Ella è questa la voce di Lucantonio? — Mai sì, messere. — Mi avevano pur detto ch'egli si fosse allontanato! Va' e caccialo via. — E siccome lo scudiere non si moveva: Guai! continuò Tomaso percuotendosi la fronte, guai al signore di cui il famiglio vergogna obbedire quei comandi ch'ei non vergogna trasmettere! — E poi mutato animo, Va', ordinò allo scudiere, e digli apparecchi il mio cavallo; — mi accompagnerà a Fiorenza, dove mi chiamano a render ragione di accusa di fellonia. — Che rete infame si fosse questa non comprendeva; — di madonna Ermellina non udiva novella, di Selvaggia nemmeno; apparecchiai i cavalli e mi posi ad aspettare sopra la soglia del maniere — Silenzio e tenebre: — un'ora prima del giorno, porgendo attentissimo l'orecchio, ascolto rumore di pedate; — si accostano; — si aprono le porte, e vedo comparire Tomaso squallido, gli occhi spenti entro un cerchio colore di piombo che assai gli scendeva sopra le guance; — lo séguita il fido scudiere, da un lato ha Naldo che sembra dargli conforto, e dietro sei uomini d'arme a me del tutto nuovi. Giunto sul limitare, afferra con la manca le redini e i crini del collo del destriero, e la diritta porgendo al perfido amico, favella: Naldo, io temo che noi non ci rivedremo più; nelle cause di stato la innocenza non giova, imperciocchè non puniscano il fatto, sibbene la potenza di commetterlo, e gli stati deboli conoscemmo sopra gli altri crudeli. Avrei potuto fuggire, ma non si porta mica la patria sotto le suola delle scarpe, e a me aggrada assai meglio restarmi in patria tradito e sepolto che ramingare vivo presso popoli stranieri; abbi in custodia il mio castello, fa buona guardia a madonna..., t'ingegna celarle, quanto più puoi, il mio fato; e se i casi mi volgono siccome prevedo..., ramméntati la promessa, e addio. — Messere Tomaso! allora io proruppi di forza e tentai significargli la frode; ma Naldo, avventatomi negli occhi un suo sguardo pieno di ferocia, mi strinse la gola e sorridendo rispose: Tomaso, fatevi animo, il cuore mi dice che presto ritornerete; il vostro castello sarà ben guardato dai vostri nemici, — io vi ho messo gente che a un cenno mio si lascerebbero andare giù dai torrioni... parate a tutto, — e qui guardandomi di nuovo: — assolutamente a tutto; avrà la vostra donna leale custodia e i conforti dell'amicizia; andate presto per ritornare più pronto. — Tomaso crolla il capo in segno d'incredulità, scioglie un sospiro, solleva lo sguardo al maniere, e saltato in sella, caccia via il cavallo alla dirotta. Io mi era taciuto per timore di lui, vedendo come fosse in potestà di Naldo convertire in opera di sangue l'opera di frode, però sul punto di allontanarmi non potei contenermi dal dirgli: Naldo, badatevi; Iddio non paga il sabato. — Ed egli a me irridendo: Il diavolo è molto miglior pagatore, — ei paga in tempo debito. — Spronai il mio destriero per raggiungere Tomaso. Provveduto di più poderoso cavallo, egli mi precedeva di non poco cammino; — lo chiamo, non mi ode o non mi porge ascolto; — urlo, percuoto, mi affatico tanto che alla fine gli sono vicino: allora, tra per l'affanno della lunga corsa e per la passione che forte mi agitava, presi a parlare parole confuse a guisa di forsennato. — Tomaso temè avessi perduto lo intelletto; io quanto più m'infiammava, tanto meno riusciva a farmi comprendere; certo si perdeva un tempo oltremodo prezioso, ma, per concludere qualche cosa, era mestieri di esporre partitamente i miei sospetti a Tomaso; lo feci; dapprima egli m'interrompeva, non consentiva udire muovere dubbio sopra la fede di Naldo; poi gli parve il cumulo delle prove tanto grave che stette a intendermi pensoso; all'improvviso esclama: Ahi! tristo servo, perchè non mi hai avvisato? — Oh Dio! risposi, — quando ebbi piccola prova, non ardiva parlarvi perchè voi non mi avreste creduto; — quando invece ebbi prove anche troppe, trovai preclusa ogni via per giungere a voi. — Ma Selvaggia? — Io non so più che cosa sia divenuto di lei. — O perfido, ora conosco la cagione per cui con diversi argomenti ti sei ingegnato a tenermi lontano da madonna Ermellina... Lucantonio, diamo volta... e accorriamo... — A farci ammazzare come scomunicati neh? Non vi movete di qui, che io corro per provvedere al vostro bisogno.

«Eravamo prossimi alla casa di persona devota; la destai, in brevi parole le esposi quanto avesse a fare; — i suoi molti figliuoli giovarono; — sparsi di qua e di là per la campagna, adunarono in poco tempo buona quantità di villani; — avevano tutti chi archibuso, chi spada, che le guerre degli stranieri hanno fatto simili arnesi comuni nelle più riposte terre d'Italia. In questo modo armati, c'incamminammo cautamente alla volta del castello; — chiuse le porte principali, i ponti levatoi alzati, — nel circuirlo occorremmo alla postierla di tramontana; — quivi fuori varii scudieri tenevano allestiti alcuni cavalli, — apparecchio di prontissima fuga. Agevol cosa sorprenderli; — ordinammo loro tacessero, pena la vita. Passammo oltre e giungemmo alla sala terrena del maniero; una voce di donna ci percuote; — era Selvaggia che, svelta a forza dalla sua diletta signora, plorava sconsolata e Dio chiamava e gli uomini in soccorso della male arrivata donna. Feci atto di muovermi a cotesta volta, e meco coloro che io aveva condotto. Tomaso si stava, — non ardiva manifestarmi il suo concetto; — io lo compresi e, mutato animo, gli strinsi la mano; — i miei affissi negli occhi di lui e mormorai: Confortatevi, a me penserò dopo; ed egli, lo sguardo e le parole considerasse come il sacrifizio più grave di cui potessi dargli prova, o come rimprovero della passata ingiustizia, diventò rosso e mi tenne dietro coprendosi il volto. Madonna Ermellina erasi ricoverata nella stanza di Tomaso: colà, stretta una spada, come meglio poteva si aiutava. Noi giungemmo allorchè Naldo, smesse le dolci parole, le manifestazioni dell'osceno suo amore e le preghiere, riassumeva l'impeto della feroce natura. Alle minaccie mesceva giuramenti da subbissare il castello; — ormai, diceva, avere aspettato anche troppo; pericoloso l'indugio; lo seguisse per amore, altrimenti lo avrebbe seguito per forza; fin qui essersi astenuto dal sangue; comincerebbe adesso e al sangue aggiungerebbe l'incendio. In chi fidare costei? Il marito lontano, la casa piena di suoi fedeli; temesse che il suo amore ad un tratto per tanta repugnanza non si convertisse in odio... e, — Vieni, accostandosele aggiungeva, vieni; Naldo vale quel tuo stolto Tomaso. — La donna schivandolo rifuggiva nell'angolo opposto della stanza e lo rampognava: — Vorreste voi usarmi violenza? e non temete? — E di che ho a temere io? Nessuno qui può trattenermi. — E Dio? — Egli è troppo buon compagno per impedirmi nelle mie bisogne. — Madonna Ermellina allontanandosi da colui passava traverso la porta dietro la quale noi dimoravamo; Naldo la incalzava ardentissimo. Tomaso si pone improvviso tra la sua donna e lui. Naldo, come percosso sui capo, impallidì, vacillò, gli occhi declinò a terra, poi gli rilevò pieni della malignità dei serpente; ma avendo veduto la stanza ingombra di villani con l'arme, si conobbe spacciato. Tomaso con voce solenne gli disse: Naldo, fate che gli occhi vostri mai più s'incontrino su questa terra co' miei... potete partire. — Mentr'egli si allontanava con l'inferno nell'anima, io lievemente percotendogli la spalla gli susurrai nell'orecchie: Dio non paga il sabato; — ed egli a me: Mal ride chi ultimo non ride, ed io vivo pur sempre. — Di lui non udimmo più novella; — tornò il corso della nostra vita lieto, e se alcuna volta rammentammo i sofferti travagli, ciò fu per meglio rallegrarci delle gioie del tempo presente. Nel bel mese di maggio, quando il prato è verde e l'aria serena, giova rammentare le brume dell'inverno e la tempesta. I servi accommiatati ripresero gli antichi uffici, suonarono di nuovo le volte del castello di canti; giullari e menestrelli lodarono la cortesia del cavaliere e la beltà della dama. Finalmente per colmo di esultanza fu la nostra vita coronata di figliuoli; — voi, Annalena, con altra fanciulla e due giovanetti, formaste l'orgoglio di vostra madre... io... ahimè! ebbi un figlio... Beato me, se non lo avessi avuto mai!»

Il vecchio si tacque, come spossato dall'amarezza della memoria, quindi, ripresa lena, continuò:

«Correva l'anno 1512; — la fortuna di Francia dopo la battaglia di Ravenna scadde in Italia. — Cesare nemico a Fiorenza, perchè amica di Francia; papa Giulio avverso anch'egli alla patria nostra pel concilio di Pisa; — i Fiorentini poveri di armi, di valore e di consiglio. Giovanni cardinale de' Medici, che poi fu papa Lione, scampato come per miracolo di mano ai Francesi, incita Raimondo di Cardona, vicerè di Napoli, ai danni della patria sua: di presente gli pagava buona somma di danaro, assai maggiore gliene prometteva, conquistato il paese, perchè i Medici furono sempre generosi ladroni. L'esercito spagnuolo, superati i monti del Mugello, allaga il piano. Tomaso, devoto alla Repubblica di Fiorenza, provvede il castello di ogni cosa al combattere necessaria e si rimette in arbitrio della fortuna. Noi vedemmo dall'alto dei muri l'oste nemica e non la tememmo, perchè, manchevole di artiglieria, non avendo in tutto l'esercito che due soli cannoni, poco danno poteva apportarci; inoltre difettava di vettovaglia; — la gente del contado non lasciava occasione di tribolarla con la guerra alla spicciolata. Tentarono i soldati spagnuoli una volta l'assalto, ma, quantunque valorosamente si comportassero, furono respinti: — presto speravamo ci liberasse il flagello. Tomaso, percosso di palla d'archibuso, non potè certo giorno vigilare alle ronde consuete: finchè le gambe mi ressero, mi aggirai io sopra le mura. A notte inoltrata mi raccomando alle guardie stessero all'erta: poi me ne andai a riposare qualche ora al maniero. Mi svegliano furiosissimi colpi: confuso dal sonno, sicuro del presente pericolo, pensando fosse al di fuori sopraggiunta cosa che domandasse nuovi provvedimenti, apro le porte... Ahi vista!... Tra il chiarore di torcie bituminose, circondato da una mano di nemici, io riconosco Naldo. Appena ebbi tempo di gettare un grido; fui stramazzato al suolo, strette le mani, chiusa la bocca. Il notaio del castello, Francesco da Puglia, ci aveva traditi[258]. — Si empie il maniero di singulti e di aneliti, la infame strage incomincia; — da ogni parte sangue. Tomaso, la consorte, i figli, Selvaggia mia, a forza erano tratti nella sala dov'io mi giaceva legato. Qui, Naldo propone a Tomaso che se la moglie e i figli di sua mano trucidasse, gli salverebbe la vita. Tomaso assente, e gli dànno una spada. Le mie viscere fremevano: egli guarda prima Naldo con occhi pieni di morte, — ma vedendolo cinto di armatura di ferro, circondato da troppi scherani, all'improvviso volta la spada contro il suo petto e cade morto ai piedi dei figli. Il mio cuore riprese i suoi palpiti; un grido d'imprecazione si levò dalla bocca delle vittime contro l'empio assassinio: egli pensando che, quelle voci tacendo, tacerebbe eziandio la sua coscienza, ordinava trucidassersi. Si avventarono iniqui contra a quei corpi delicati, nei seni, nelle gole immersero i ferri, — e quelle misere creature non si difendevano, — non imprecavano, — invocavano solo il nome santissimo di Dio. Alla rabbia degli uomini si aggiungeva la rabbia del cielo; — cadeva la pioggia a torrenti, — l'uragano rovesciò edifizii, schiantò alberi, — un fulmine rovinò la cappella e, rotta la lapida di un'arca antichissima murata su la parete, sparse per la terra le ossa degli antenati della famiglia. Era il mio voto a Dio distruggitore perchè sobbissasse gli uomini e la terra che gli sostiene. — Mi si accosta Naldo e, toccatami la spalla, vi lascia la impronta delle dita sanguinose: — Mal ride, egli esclama, chi l'ultimo non ride. — Per suo comando mi levano da terra; nulla curato il furore degli elementi, mi traggono nel barco e mi legano ad un albero; — io non proferiva parola. Giunto a cotesto estremo, abborriva la vita, ed anche con isperanza di salvarla non avrei fatto mostra alcuna di viltà; e poi tra tante immagini di morte non essendomi comparso davanti il figliuol mio, consolazione ineffabile in quella ultima ora erami il pensare che, non trovato da quei feroci, vivesse... Un vortice di fiamme scaturisce dalle più alte finestre del maniero, — al chiarore dell'incendio della mia casa vedo il mio figliuolo legato... in mano dei feroci ancora esso: ogni mio proponimento venne meno; supplicai... mi avvilii... e, oh Dio! con qual frutto? Ah! io non posso dirlo... questa memoria mi abbrucia il cervello... No... dolore non fu mai pari al mio su questa terra di maledizione... ahimè!..., ahimè!»

Povero Lucantonio! doveva bene angustiarti tormentosa la memoria del caso; imperciocchè dopo diciasette anni ti agitava una smania convulsa, e fremevi e battevi i denti e percotevi dei piedi la terra, sicchè poco più avresti fatto, se in quel punto ti avessero lacerato le membra con le più crudeli torture. Poi lo sovvenne il conforto estremo della sventura, il pianto. Annalena e Vico piangevano anch'essi.

«Muori!» urlò pieno di tremenda esultanza il Bandino,... Cap. XXII, pag. 499.