Lucantonio all'improvviso, senza muovere ad atto alcuno le membra, senza quasi agitare le labbra, come se la voce partisse da precordii di pietra, in suono roco parlò:
«Annalena..., voi cesserete d'ora in poi di chiamarmi padre... perchè... perchè voi non siete mia... figlia...»
La fanciulla, presaga di sventura, teneva l'animo apparecchiato alla rassegnazione, come colei che attende di sentire una condanna: ma le parole del vecchio superarono in dolore ogni sua aspettativa; prorompe in istrida angosciose e corre a gittargli smaniante le braccia al collo.
Lucatonio stette immobile alle carezze; le lacrime della bella sconsolata cadevano invano sopra di lui, come le stille della rugiada sopra i leoni di marmo posti nella loggia della piazza dei Signori; non l'accolse, non la respinse; si sentiva impietrito.
Passò forse mezza ora di tempo, a capo della quale Lucantonio, ma questa volta con voce tremula, che l'umanità tornava a soperchiare sul cuore del vecchio, riprende:
«E' mi era così dolce sentirmi chiamar padre...! e da te, Lena! — ed ora mi chiamerai Lucantonio senz'altro, — perchè non mi sei figlia.»
La passione gittò gli argini; scoppiò da' suoi occhi irrefrenato il pianto; strinse con impeto convulso tra le sue braccia Annalena, ed Annalena lui: pareva ambedue s'ingegnassero mantenere a forza di amore quanto avesse potuto perdere per natura il vincolo che da tanti anni gli univa.
«Ahimè!» riprese il vecchio ponendo una mano sopra la fronte alla fanciulla, «questo tuo capo innocente non seppe immaginare il male neppure all'insetto che ti pungeva, ed ora dovrà contenere il germe dell'odio ch'io vi semino dentro... Dio voglia che rimanga senza frutto! — D'ora in poi, quando camminerai tra i campi nel bel mese di maggio, i fiori non avranno più profumi per te, non più canto gli uccelli, non più sorriso la natura: — occuperà l'anima intera una tremenda contemplazione di misfatti; — i tuoi sogni verginali cesseranno, atroci fantasmi ti sveglieranno nella notte, e tu stenderai paurosa la mano sul guanciale, perchè nel sogno ti sarà apparso temperato di sangue: ascoltami, io ti racconto una storia funesta; tu la crederai appena, tanto ella è truce; — io la vidi con questi occhi, con questo cuore io la sentii, e forse non ti rendo con le parole la millesima parte del vero. — Tu nasci dei Tosinghi e sei di Prato; io nacqui in Casa di tuo padre; — a lui per fortuna sarei stato famiglio, ma l'amore ammendando i torti della fortuna ci volle fratelli, imperciocchè avendo egli ucciso nascendo la madre sua, noi bevemmo la vita dal medesimo seno, e le nostre braccia s'intrecciarono da pargoli sopra un medesimo collo. — Taccio le voglie e gli studi della infanzia: giungemmo agli anni della giovinezza; percorrendo il nostro cammino egli lasciò per la via il suo genitore, — io il padre e la madre; — a lui rimase la madre di suo padre, ma non per durare; a me nessuno; egli vinceva me negli studii, io vinceva lui nell'esercizio dell'armi: — entrambi però agli studii anteponevamo il diletto di vagare pei monti, d'inseguire le fiere, di lanciare il falcone per aria, e il mantenere cani e cavalli. — Un giorno, trafelati dopo lunga corsa, perduti di vista i famigli, rinvenimmo un luogo delizioso per l'ombra che vi facevano antichissimo pioppi, — l'erba folta invitava a ristorare il corpo stanco, — ci ponemmo a giacere; non alternammo parola; da tutto il corpo aspiravamo il misterioso diletto che muove dalla faccia lieta della natura: — all'improvviso ci percuote un canto, — un angelico canto che diceva versi di amore, — li quali noi riconoscemmo fattura di Dante; — ben mi ricordo che terminavano così:
E par che dalla sua labbia si muova
Uno spirto soave e pien d'amore