«Addio, dunque, Beatissimo Padre.»

«Anche un istante, dilettissimo figlio, anche un istante», soggiunse Clemente accostandosi a Carlo V; e toltasi dal collo una croce d'oro, ne alzò la lamina superiore, ed esponendo scoperte le reliquie quivi dentro incastonate, riprese così: «Quando gl'infedeli, che osano adesso insultando minacciare la vostra Vienna imperiale, avevano tutti tremanti sgombrato il sepolcro di Cristo, un principe di Gerusalemme, un Lusignano, presentò alla Santa Sede questo frammento preziosissimo del vero legno della croce dove moriva il nostro divino Redentore. Se i giuramenti che vi si fanno sopra non si mantengono, il cielo e la terra non accolgono più cosa sacra che basti a vincolare gli uomini tra loro. Carlo, giuriamo su questo legno bagnato del sangue di Gesù di conservare inalterabile la pace statuita tra noi.»

«Santità», riprese l'imperatore commosso, ed altrove volgendo la faccia allontanava con la destra la santa reliquia, «non vogliamo, di grazia, porre la colpa traverso una via ch'ella poi non c'impedirebbe percorrere quando la necessità ne stringesse o l'utile ne invitasse: e inoltre noi non saremo a condizione pari; imperciocchè voi teniate le chiavi di san Pietro e con esse la potestà di legare e di sciogliere, mentre io non troverei in veruna parte del mondo un altro papa Clemente che me sciogliesse dal trattato di Bologna, come voi scioglieste Francesco I di Francia dal trattato di Madrid[74]. Non giuriamo pertanto; facciamo meglio, industriamoci di mantenere perenne l'utile che adesso troviamo nella scambievole unione. In ogni caso io sono fermo di non giurare.»

Il pontefice turbato si tacque.

Carlo agita un campanello d'argento. Le porte della sala si aprono strepitose, e quinci si vedono in due ale lunghissime disposti in ginocchio da una parte gli ufficiali dell'imperatore, dall'altra del papa, e in fondo, di faccia, un prelato in piedi con la triplice croce, insegna della presenza del vicario di Cristo. Carlo medesimo si prostrò davanti a Clemente e in atto di riverenza divota supplicò:

«Beatissimo Padre, vogliate compartirci la vostra apostolica benedizione.»

E il papa, sollevata la destra, susurrò la benedizione. Quali pensieri gli si avvolgessero per la mente, Dio gli sa che li vide, ma anche noi possiamo dichiarare che certamente non furono di amore. Però dei circostanti taluno ne rimase intenerito fino alle lagrime; — tal altro ne sorrise come di scena rappresentata valentemente da attori famosi; — tutti poi si accordarono nel credere che cotesti due potenti avessero trovato utile bastevole per diventare amici.

E Carlo disparve; — le porte si chiusero, — Clemente si trovò solo nella stanza. — Allora, declinato il capo sul camino, meditò, — meditò per lunghissima ora: all'improvviso si muove e si pone davanti alla sedia che occupò l'imperatore durante il colloquio:

«Carlo d'Austria!» cominciò a dire alzando il dito e comprimendolo sopra l'angolo della tempia destra, «le libertà dei comuni di Spagna, i privilegi delle città dei Paesi Bassi, le prerogative degli Stati Germanici ti avviluppano dentro rete validissima. Tu ti sforzi con ogni ingegno per divorarli; bada, Maestà, il tarlo rodendo si scava la tomba. La tua potenza non uguaglia il tuo orgoglio, i vasti concetti della tua mente non posano sopra anima in proporzione vigorosa; se pieno di forza rassomigli al sole di estate, come quel sole ogni giorno il tuo spirito tramonta. Maestà, tu mi hai supplicato per ottenere dalle mie mani una corona; ah semplice che fosti! io sarei venuto in capo al mondo per offrirtela; — pròstrati, Maestà, umiliati, perchè mi tarda importi questa corona sul capo; — io la circonderò di punte invisibili e angosciose, le quali ti penetreranno nel cranio scompigliandoti il pensiero, turbandoti del continuo la coscienza. Io ti adatterò la corona sul capo come il collare al collo dello schiavo; che importa a me di cingertene il collo, la mano, il piede o la testa? Non per questo tu diventi meno servo alla chiesa romana! Affrettati a prostrarti, Maestà: io m'innalzerò tanto, quanto tu l'abbasserai; e allorchè, Maestà[75], avrai baciato la polvere de' miei calzari, ti travaglierai indarno per dominarmi sul capo. Rendimi grande con la tua viltà e in processo di tempo se vorrai abbattere l'idolo che tu stesso avrai fatto grande, o non vi riuscirai, o rimarrai infranto sotto la rovina di quello.»

«Chi siete? donde venite e dove andate?»