La maggiore iniquità che avessero a sopportarvi i Volterrani venne da Lorenzo dei Medici il vecchio. Siccome il racconto di questa avventura giova a svelare l'ingegno di un uomo che la fortuna sembra proteggere anche, dopo la morte così che perfino il titolo di onoranza a tutti i cittadini comune muta in attributo singolare della sua magnificenza[261], non mi sarà grave esporla con qualche larghezza.

Mentre mi dispongo a farlo, mi occorre alla mente un pensiero importuno, ed è questo. L'unico conforto che avanza al magnanimo oltraggiato da' suoi contemporanei consiste nel confidare il proprio nome al futuro e dal sepolcro, dove precipita col cuore rotto, appellare alla fama. E pure anche questa fama diventa ancella della fortuna e dura a celebrare, per inerzia e per costume, morto colui che adulò vivente. Lorenzo dei Medici salutano tuttavia i posteri col nome di Magnifico, lui dicono grande, lui generoso e sapiente. Scrittori stranieri impallidirono sopra antichi volumi per rinverdirgli la corona e nascondergli officiosi sotto le fronde dell'alloro la impronta di tiranno che un ferro popolano gli segnava sul collo. — Quanti furono coloro che encomiarono il Ferruccio? E non pertanto questi morì per la libertà della patria, — quegli, come vedemmo, moriva senza l'assoluzione del Savonarola promessa a patto di restituire la patria alla libertà.

Or dunque si narra come Bernuccio Capacci da Siena offerisse alla Signoria di Volterra di condurre in affitto per dieci anni i pascoli del Sasso e le miniere dello allume; la quale offerta, quantunque fosse da autorevoli cittadini vigorosamente contradetta, non pertanto venne dai priori e dai collegi approvata. Il popolo cominciò a riprendere come lesivo l'affitto. Il Capacci, per assicurare il negozio, ci chiama a parte Paolo Inghirami, uomo fiero e potente, e Lorenzo dei Medici. Aperte le miniere, tanta fu la copia dell'allume che, tra per invidia di alcuni contrarii allo Inghirami e la lesione che veramente sentiva il popolo, invocato il disposto delle antiche leggi, si ottenne cassarsi il partito e di nuovo proporsi il negozio davanti il magistrato. Varie ebbe vicende questa trattativa; e forse, cresciute a termine conveniente le offerte, usata modestia e blandizie, sarebbesi condotta la bisogna di quieto a buon termine, se l'Inghirami, trasportato dalla superba natura, fidandosi nella forza, non avesse preferito ai modi benigni i riottosi. I magistrati offesi, volendo far mostra di autorità, ordinano gli operai dalla miniera si cacciassero, gli edifizii si demolissero. Paolo, bollente di sdegno, si riduce a Firenze per avvisarne Lorenzo; e questi, ne' suoi privati interessi mescolando la patria, fa decretare si rimetta ad ogni costo l'Inghirami nel possesso della miniera; i giudici che ardiscono amministrare la giustizia a suo danno s'imprigionino: Rafaello Corbinello, capitano di Volterra, provveda onde abbia forza il decreto. Paolo torna in Volterra, percorrendo le strade con accompagnatura di Côrsi armati, in sembianza e più nei modi tiranno. Il popolo, che in moltissime cose si assomiglia al bove, lo assomiglia anche in questa, che, quando è quieto, un sol fanciullo lo mena, ma quando monta in furore, cento uomini lo fuggono. Al popolo dunque un giorno scappò la pazienza; — l'accompagnatura dei Côrsi disparve, distesa appena una delle sue mille mani; — Paolo e i suoi aderenti, costretti a salvarsi, riparano nel palazzo del capitano. L'autorità e la paura di pena remota mal giovano contro a furore presente: a malgrado le dimostranze, cadono spezzate le porte; il popolo irrompe; Romeo Barbetani, che primo si oppone, riduce in pezzi, — gli altri ristretti in cima della torre collo zolfo e col bitume soffoca, — poi ne strascina per le strade i cadaveri, miserabile trofeo di cittadina discordia.

Lorenzo dichiarò la maestà del fiorentino popolo offesa per cotesta strage, pernicioso l'esempio dove si lasciasse impunita. I priori gli ebbero fede o s'infinsero, chè ormai in lui di tiranno era tutto, tranne la corona, superflua eppure ambita insegna di potenza.

Un popolo si armava ai danni dell'altro per sostenere Lorenzo dei Medici nella impresa degli allumi: fu questa guerra avaramente incominciata, crudelmente combattuta. Lorenzo mosse contro Volterra Federico duca di Urbino con poderosissimo esercito; e poi impedì che la città si soccorresse, — gli amici di lei corruppe o spense; sicchè abbandonata, soprafatta dal numero e dal tradimento, cedè alla fortuna del nemico. Con quanta misericordia si comportasse verso i vinti Lorenzo, che la posterità si ostina a chiamare Magnifico, si dimostra da queste poche parole di uno scrittore volterrano: «Io non istarò a narrarvi la universale desolazione, gli incendii e gli spogliamenti di cui vanno piene le storie del tempo. Basti dirvi che la rovina di questa patria fu tale che pochi esempi sono accaduti simili a questo, per cui non è risorta mai più[262]»

Alcuni cittadini di Volterra, i meno, — perchè i generosi non furono mai troppi, anteponendo alla servitù l'esilio, ricoverarono in varie terre d'Italia. Poco dopo sopraggiunse nella rovinata città Lorenzo con pecunia per corrompere il popolo e per innalzare la fortezza; ogni privilegio le tolse, di libera la ridusse serva, e tali e tante vi commise enormità che presso a morte la memoria di quelle lo travagliava fino al punto di disperarlo del perdono di Dio.

Il popolo fiorentino, scacciati i Medici, attese a riparare le ingiurie del tiranno, restituì ai Volterrani il governo e l'entrate; ma, ormai troppo profondamente offesi, non poterono risorgere all'antico splendore.

Però quando Firenze, venuta meno ogni speranza d'accordo, deliberò sostenere gagliardamente la guerra contro le armi collegate dello imperatore e del papa, i Volterrani mandarono ambasciatori alla Signoria per offerirle tutte le forze loro in quanto valevano. Cresciuto il pericolo ed occupato in gran parte dal nemico il dominio, ottennero licenza dal capitano Nicolò dei Nobili di armarsi e di provvedere con ogni argomento tornasse loro più destro alla difesa della città. Ma l'affezione veniva meno con la fortuna: quotidianamente cresceva il numero di coloro che dissuadevano gli animi da mettersi in mezzo a fortune per lo meno incerte e difficili, e con la speranza dei beneficii del barcamenare gli lusingavano: e l'uomo, per sua natura, senza mestieri di sollecitazioni, vediamo essere ad abbandonare l'amico infelice pel nemico avventurato anche troppo inchinevole: infida, ma potentissima paciera, — la prosperità.

A Giovanni Covoni potestà di San Gemignano parve bene lasciare cotesta terra, non avendo forze sufficienti a mantenercisi; e poi lo consigliavano a quinci remuoversi le notizie che ad ogni ora gli venivano più certe, starsi i Volterrani in procinto di dar volta e ribellarsi al Comune. Presentatosi alla porta di San Giusto con le sue quattro compagnie, i Volterrani lo accolsero con sembianze liete, — ma, per quanto ei sapesse pregare e ammonire, nol vollero alloggiare in città; solo gli concessero stanza nei borghi. Per la qual cosa sdegnato il Covoni ordinò che alla mattina seguente su l'aprire delle porte entrassero i soldati senza rumore nella terra e prendessero i canti della piazza dei Priori; e, come disse, fecero, ma non senza rumore nè senza spargimento di sangue, avvegnachè volendo contrastare i Volterrani, due di loro, ch'erano fratelli, rimanessero uccisi.

Adesso il commissario abbandona per istoltezza quanto aveva in virtù della forza conseguito. Lasciandosi aggirare dalle insinuazioni dei maggiorenti tra i Volterrani e malgrado le proteste dei più savi, impone ai capitani Goro da Monte Benichi e Paolo Côrso ritornino alle stanze fuori di Volterra. Usciti appena dalle porte, chiudono i cittadini le imposte e si fanno ad assaltare le due compagnie rimaste: insufficienti a sostenere l'impeto, uscirono anch'esse, più che di passo, di Volterra, ed accozzatesi con le altre due, piene di mal talento presero la volta d'Empoli.