Parendo, com'era, grave fatto cotesto, la Signoria di Firenze provvide ai rimedii mandandovi Bartolo Tedaldi con due compagnie; partito intempestivo quando inefficace. Avendo prevalso le parti dei Medici, al Tedaldi parve somma ventura ricoverarsi co' soldati in cittadella. I Volterrani, liberati dalla sua presenza, convengono a patti con Taddeo Guiducci commissario del papa; poi mandano oratori a Clemente e ne ottengono laudi, benedizioni e promesse, di cui non fu mai penuria in corte di Roma.
Procedendo del tutto avversi alla Repubblica i Volterrani, ed a ciò confortandoli Alessandro Vitelli, costruiscono bastioni, innalzano cavalieri, turano le bocche delle strade che menano alla cittadella, e le case opposte riducono ad archibusiere per offendere chiunque si avvisasse sortirne per irrompere nella terra. Temendo poi fossero pochi i soldati stanziati colà per sostenere le parti del papa, condussero dugento fanti, poi altri cento, finalmente chiesero ai Sanesi artiglierie e munizioni. I Sanesi dettero cinque bariglioni di polvere, le artiglierie promisero, non mandarono: onde si volsero ai Genovesi; i quali, desiderando gratificare al pontefice, concessero due cannoni, due colubrine, un mezzo cannone e un sagro, con trecento venti palle di ferro: e perchè nessuno dei popoli italiani mancasse a spegnere il focolare della libertà d'Italia, Luigi da Bivigliano dei Medici, spedito in poste dal marchese del Vasto dopo la prima ributtata dalle mura di Volterra, dette ventiquattro bariglioni di polvere[263].
I chiusi in cittadella non si restavano; e comecchè avessero piccola artiglieria, giorno e notte indefessamente traevano contro la città: per altra parte cominciavano a patire difetto di vettovaglie; sicchè, mosse parole di accordo, convennero in una tregua di due mesi, a patto che l'uno non dovesse offendere l'altro, i Volterrani pagassero al Tedaldi commessario della cittadella scudi trecento, e giornalmente pel giusto prezzo gli dessero copia di vettovaglie necessarie al bisogno degli assediati. Siccome avviene, firmati appena i patti, l'una parte e l'altra attese a non mantenerli; per la qual cosa indi a breve riassunsero le offese molto più gagliarde di prima, ed alla fine, volendo ad ogni costo il pontefice porre fine alla impresa, ragunato sforzo di gente e di arme, deliberarono venire all'assalto.
Tale era la condizione della città quando Francesco Ferruccio, ordinandolo i Dieci, abbandonava Empoli per sovvenire alla fortuna pericolante della Repubblica in queste parti del suo dominio.
Ferruccio, affrettati i passi, giunse in Volterra il giorno stesso 26 aprile che si partì da Empoli, trascorsa appena la ventunesima ora: subitamente introduce i fanti per la porta del soccorso nella cittadella; fatti smontare i cavalleggeri e cavare le selle ai cavalli, per la medesima via gli mette dentro. Se i soldati lo accogliessero con dimostrazioni di allegrezza è agevole immaginarlo; egli, come uomo a cui il tempo tardi, imposto modo a coteste gioie, favellò brevi parole:
«Attendano i soldati a riposarsi, — di cibo si confortino e di bevanda; tra mezz'ora io gli richiamo alle armi.»
Uno dei cittadini di Volterra chiusi in cittadella accostando la bocca all'orecchio di certo soldato fiorentino, mormorò:
«Ecco un comando ch'è più facile a darsi che ad eseguirsi. Come faremo a confortarci di cibo e di bevanda che in cittadella avanzano appena sette barili di vino, e dei pani forse ne avremo cento?»
E il Fiorentino ghignando:
«Sta quieto; non sai tu che il nostro capitano si è fatto imprestare il miracolo di multiplicare il pane quante volte egli vuole?»