Non valsero scongiuri, non lo mossero i volti dei circostanti nè la gioventù del messaggero, nè lo spesso invocare ch'ei faceva i parenti e la madre; stette inesorabile, e fu impiccato.
Gli storici del tempo biasimano cotesta azione del Ferruccio, e Benedetto Varchi, comunque espositore pacato delle cose di cotesta guerra, e delle virtù di quel capitano innamorato, non dubita qualificarlo superba e crudele e forse finalmente cagione della morte del Ferruccio.
Io per me non dissimulo i brutti fatti; e se tale veramente dovesse reputarsi questo del capitano della Repubblica, non vorrei diminuirgli in nulla la reprovazione che merita: se non che reputo debito del mio ufficio fare presente a cui legge che, per consenso degli uomini intendenti del mestiero delle armi, hassi a reputare verace messaggero il trombetto mandato a intimare la resa della terra, allorchè questa assalita nelle regole si trovi ridotta in termine da opporre poca resistenza o nessuna; mentre per lo contrario, s'ei si presenti prima ancora che sia stata battuta, si considera provocatore, come quello che propone atto vituperosissimo, o spia: inoltre bisogna avvertire altro essere l'animo di quale disamina i casi umani per raccontarli, altro quello di colui che gli sopporta e gli vendica; e meglio ancora, — ardua impresa essersi tirata sopra le spalle il Ferruccio, quella cioè di salvare la patria pericolante con tale uno esercito al quale mancava ogni senso di moralità, ogni disciplina preordinata al vincere: effetti che possono in tempi quieti conseguirsi con l'ammaestramento e con gli esempi buoni; ma quando il tempo manca, nissuna cosa può meglio provvedervi come la manifestazione di volontà inesorata. Però prima di giudicare il nostro eroe, si ponga mente alla condizione di lui, e poi secondo la coscienza consideri ognuno se merita conferma la rampogna antica, o se piuttosto debba oggi assolversi pienamente. La quale opinione, degna di benigno riguardo a cose ordinarie, non cade più adesso che si ha come il trombetto recasse eccitamenti a ribellare la terra e ad uccidere il commissario; nel qual caso, se il Ferruccio non lo impiccò di prima côlta, hassi a reputare piuttosto trascurato che magnanimo. Per ultimo non rimarrò dallo addurre un'altra ragione, la quale comechè mi paia la meno degna dello riferire, avvegnadio la colpa altrui non valga ad escusare la propria, tuttavolta in guerra si mena buona anche oggidì e si chiama rappresaglia: e questa fu che il Maramaldo aveva impiccato barbaramente il giorno innanzi alcuni uomini del Ferruccio che gli erano capitati nelle mani[275]. Che se il Varchi avesse conosciuto questi fatti come sono chiari a noi, si sarebbe risparmiato di appuntare il preclaro uomo che a ragione salutiamo l'ultimo degl'italiani.
Fabrizio Maramaldo, inasprito per quel primo scontro e lo attribuendo a mille altre cause meno che alla vera, la imperizia propria, immaginò, e gli pareva un bel trovato, di condurre una fossa a onde fino sotto le mura di Volterra per praticarvi una cava. Invano gli dimostrarono i più savi sarebbe riuscita cotesta opera disagevole e inutile; disagevole, a cagione della natura del terreno pietroso; inutile, perchè immediatamente conosciuta dai nemici, i quali stando in parte assai alta, avrebbero, per così dire, annoverato i loro passi. Non gli ascoltava; volle ad ogni costo imprendere la cava. Il capitano fiorentino fingeva non accorgersi di codeste mene e lasciava fare; quando tempo gli parve, di notte con diligenza infinita piantò alquanti pezzi di artiglieria sopra un cavaliere, con la bocca volta verso lo spazio che correva tra la trincea ed il campo del nemico: ciò compito, divenuta la notte più nera, ordinò a Goro da Monte Benichi, soldato di molto valore, uscisse da Porta Fiorentina con la sua compagnia, e con le corde degli archibugi coperte, per non essere osservato, si conducesse alla cava e sturbasse la impresa. Andò il capitano Goro, e comecchè egli restasse sul primo incontro ferito di una picca nel petto, combatteva con tanta virtù che il nemico non seppe resistergli. Qui mentre si levava rumore grande di voci, di colpi di archibuso e di passi di fuggenti e d'incalzanti, Ferruccio col corpo steso sul terreno oregliava per sentire se alcuno si movesse al soccorso.
Maramaldo, udito il trambusto e prevedendo l'evento, si dava della mano per la fronte e su l'anca, bestemmiava Dio, se la prendeva contro le stelle, faceva cose insomma da muovere al riso chiunque gli stava d'intorno; rimesso alquanto da quel primo furore, ordinò si soccorresse la cava: sapere bene egli quello che diceva; se non gliela guastavano, doversi rendere Volterra; andassero, corressero, mostrassero all'imperatore che anche Fabrizio Maramaldo sa vincere. Nessuno mutava passo, conoscendo di andare a morte certa ed inutile. Fabrizio di pazza ira avvampava: irrompendo in parole forsennate, li tacciò di codardi. Allora quei vecchi soldati risposero: «Colonnello, voi ci spingete a morire come pecore, e ve lo faremo vedere a vostra vergogna»; e s'incamminarono verso la cava.
Gli udì Ferruccio ed esultò: non potendo contenere la interna allegrezza, replicò più volte: «Eccoli! Eccoli!» Allorchè conobbe essersi tanto inoltrati da percuoterli in pieno, sorgendo in tutta la maestà della sua persona, con terribile grido comandò: «Fuoco!»
Vico, Annalena e il padre di lei, affidati a poderosi cavalli, fuggivano traverso la moltitudine dei nemici;... Cap. XXIV, pag. 519.
E i cannoni balenarono; le palle prendendo obliquamente la colonna dei nemici vi seminarono la strage: ora, mentre, incerti di consiglio, ignorando da qual lato si partissero le offese, non sapendo, mancati gli ordini, se dovessero spingersi avanti o ritirarsi, le artiglierie lanciano di nuovo la morte tra loro, l'istinto della conservazione prevalse alla disciplina, e laceri, sanguinosi si ritirarono. Fabrizio Maramaldo chiuso nella sua tenda non lasciò vedersi da alcuno.