«Via dalla mia presenza; — le vostre parole non hanno facoltà di vincermi, e tuttavolta mi turbano, come i vapori della terra che non offendono, eppure velano la faccia del sole. — Soldati, custoditelo con diligenza; — quest'uomo che in altri tempi dove ci fosse offerto schiavo noi rifiuteremmo, vuolsi serbare caro adesso, perchè lo potremmo cambiare con qualche nostro fratello di arme rimasto in mano al nemico.»

«Francesco! e il sangue?»

«La infamia, come la morte, scioglie ogni vincolo; in voi ravviso un traditore, non un congiunto... vi risparmio la vita, e forse faccio male... Levatemivi dinanzi... traetelo fuori della presenza del vostro capitano[273]


Fabrizio Maramaldo napoletano ebbe indole codarda e feroce; cupido di rinomanza quanto meno si sentiva a conseguirla capace; invidioso e superbo: costui militava nell'esercito imperiale e, fortuna fosse o favore, pervenne a tenere gradi supremi. Quando gli giunse la nuova della espugnazione di Volterra, trovandosi su quel di Siena, si vantò che gli sarebbe bastata la vista per menarsi dietro legato il venditore dei panni, chè tale ei chiamava il Ferruccio; lo avrebbero riveduto tra giorni; e mosse le compagnie, si portò sotto Volterra, dove con tutte le sue genti si pose alla porta di San Giusto. Appena fermato, manda un trombetto al Ferruccio intimandogli la resa, salve le vite: al tempo stesso con ispregio così del diritto delle genti come del Ferruccio gli confidava parecchie lettere dei fuorusciti scritte ai loro consorti, onde s'ingegnassero di levare a rumore Volterra, aiutando con le mene interne gli assalti di fuori. Venuto costui alla presenza del capitano della Repubblica malgrado gli avessero fermato addosso le lettere, non rimessa punto la napolitana burbanza, superbamente espose la superba ambasciata. Il Ferruccio non gli rispose parola; bensì presolo per mano lo riconduce verso la porta, e sul punto di accommiatarlo, presentandolo di alcuni fiorini, gli favella così:

«A cui ti manda dirai che le città si prendono con le bombarde, non con le parole; che tra poco noi gli faremo in persona più ampia risposta; — te poi messaggero avverto che a soldato, quale sei tu, disconviene portare proposte infami a soldato quale sono io; e peggio poi ordire tradimenti: per questa volta hai ricevuta benigna accoglienza e doni; — non ritornare; — quest'altra tu avresti il capestro: va via.»

E senza por tempo tramezzo, messi in ordinanza alcuni de' suoi, uscì fuori di Volterra ed appiccò una grossa scaramuccia con le genti di Fabrizio. Dove i soldati nemici non fossero stati meno tristi del capitano quel sùbito assalto dava al Ferruccio vinta la impresa; ma, usi alle guerre, di per loro stessi si rannodarono, strinsero le ordinanze, e conoscendo pericoloso il luogo dove gli aveva spinti Fabrizio, a canto la porta di San Giusto, si ritirarono nel borgo, dove parve bene al Ferruccio di lasciarli stare. Ora, nel mentre ei tornava baldanzoso in Volterra, ecco farglisi innanzi il trombetto da lui testè dimesso, col duplicato delle lettere addosso dei fuorusciti ai consorti loro, e di più un bando che promettea grossissima taglia a chiunque ammazzasse il Ferruccio: ancora recava la seconda intimazione al commessario di rendergli la città; insane cose e incredibili, se le non fossero, vere[274].

«Impiccatelo!» appena lo ebbe scorto, grida con voce concitata il Ferruccio.

«Signor capitano, rammentatevi che io sono un trombetto; — l'ambasciatore non porta pena.»

«Mia non è la colpa: ti aveva pure avvertito; — ricada il tuo sangue sul capo del Maramaldo. — Impiccatelo!»