Piegarono il capo, non ammollirono i cuori, e giù per le scale si susurrarono agli orecchi essere il Ferruccio ariano, luterano, ateo e manicheo insieme, perocchè tra tutte le ire quella dei sacerdoti come la più cieca così è la più codarda e spietata.
E poi siccome, malgrado le esortazioni, nessuno dava gli oggetti richiesti, Ferruccio se li prese: e siccome i frati di Sant'Andrea avevano celato i loro e giurato non possederne, ne mandò tre in carcere, donde non poterono uscire se prima non ebbero pagato duecento cinquanta fiorini d'oro.
Il commessario pel papa, Taddeo Guiducci, essendo rimasto prigione, Ferruccio se lo fece comparire davanti, ed è fama che appena lo vedesse con questi accenti gli favellasse:
«Messer Taddeo, se io non temessi di rincrescere a Dio col farmi micidiale del mio sangue, vi troncherei in questo punto con la vita la facoltà di commettere altri misfatti.»
Era Taddeo Guiducci zio materno del Ferruccio; uomo di lieta vita, pingue del corpo, di guance piene, ridondanti, color pavonazzo, segnate di una rete di vene chermesi e azzurre, con gli occhi sfavillanti, le labbra perpetuamente aperte al motteggiare o al bevere. A quel fiero rabuffo rimase quasi fuor di sè; di lì a poco riprendendo fiato, si attentò a domandare:
«Francesco mio, dite voi da senno? Non vi rammentate che siete figliuolo della mia sorella.»
«Io lo rammento pur troppo! Per lei nascendo mi seguita un peccato contro cui acqua di battesimo non vale; ormai la vita sarà per me una battaglia tra il voto della mia anima e il tristo germe che mi contamina il sangue; per voi io mi trovo in istato di affaticarmi non per conquisto di onore, ma per fuggir vituperio.
«Figliuolo mio», riprese amorevolmente il Guiducci, «te fino da fanciullo sconvolsero sempre queste parole prive di senso. Or odimi bene: o il principato prevale, o la Repubblica; se il principato, primi ad oltraggiarti saranno coloro nei quali massimamente confidi; — se la Repubblica, il popolo mal vedemmo sopportare sempre il benefizio: ti pagherà coll'esiglio, e Dio voglia che non adoperi il capestro.»
«Voi non intendete la fama ch'io desidero; — nella gratitudine altrui non confido nè devo confidarvi, imperciocchè operando il bene compiaccio a me stesso. L'assentimento della mia coscienza propongo alla lode di mille generazioni: sommo de' miei voti egli è questo, che, la sventura cogliendomi, io possa levare al cielo la faccia e domandare animoso: — Perchè mi opprimi?»
«Sconsigliato! Dà retta a me. Ormai la fortuna abbandona la Repubblica, — unisciti ai più forti e comanda...»