«Cencio, dimmi, quali parole ti venne fatto raccogliere?»
«Il freddo mi ha preso tutto il corpo; tremo come la cicogna...»
«Vuoi tu ragguagliarmi di quanto hai ascoltalo tra il popolo?»
«Il popolo, signor Baglioni, all'ora che fa, pensa ad altro che a novellare; — egli gode ciò che non possiamo ottenere più noi, — la pace del sonno.»
«Io ti comprendo, Cencio; il dispetto ti rode; tu mi porti rancore e immagini arrovellarmi col tuo segreto: — tientelo, non so che farmene, — se l'acqua ti ha concio, peggio per te. Io ho bevuto intanto del buon vino, e mi riconfortò le viscere; poc'anzi hai confessato che senza di me non potresti andare; io invece procedo molto bene senza di te; — va', lasciami dormire.»
«Or via, udite Malatesta...»
«Non voglio ascoltar nulla. Vassallo, obbedisci al tuo signore e lascialo in riposo... i rimorsi mi fanno morbido il guanciale, — il pericolo mi serve di letto: — anima volgare, a te lascio la veglia con tutte le sue paure di questo mondo e dell'altro.»
«Non ha per ora più bisogno di me!» susurrava Cencio Guercio; «sconterai la superbia alla prima occasione.»
Venti giorni dopo il colloquio riferito qui sopra, la campana del palazzo di giustizia, chiamato volgarmente il Palagio, suonava a raccolta.