Dopo molte ore, la porta della stanza dello squittinio si apre silenziosa su i cardini, poi si presenta improvviso come lingua di fuoco, sopra la soglia, un mazziere vestito di rosso con lo spadone dritto nelle mani; segno di morte.

Si riposero i magistrati nei seggi; i passi e i moti loro non suscitavano rumore alcuno; pareva una processione di spettri. Al cenno della mano che il gonfaloniere gli fece, il notaio dei Signori si alza e con voce tremante legge:

«Invocato il nome di Cristo Redentore, della Repubblica Fiorentina re. La Quarantia dichiara rei di tradimento contro la patria Luigi di Tomaso Soderini e frate Vittorio Franceschi, li condanna nel capo, ordina agli spettabili signori Otto di mandare ad esecuzione la presente sentenza. Data, ecc.»

Il gonfaloniere, profondamente commosso, si leva sorreggendosi con ambe le mani ai bracciuoli della sedia e indirizzatosi ai condannati, favella:

«Uomini colpevoli, la giustizia umana ha dovuto condannarvi; non perdete tutta speranza, volgetevi alla immagine di questo Cristo: egli tiene le braccia aperte per accogliervi al suo seno; il battesimo delle lacrime di penitenza basta ad acquistare il paradiso...» — Nè potè parlare più oltre, chè il singulto gli strinse la gola, e cadde a sedere di nuovo.

I cittadini componenti la Quarantia cominciarono a vuotare la sala, — alcuni con la ingiuria alla bocca, la minaccia negli occhi passando dappresso ai condannati inasprivano la sentenza col sarcasmo; altri, i favorevoli a loro, temendo essersi avventurati anche troppo, non ardivano sollevarli con parole di conforto; entrambi opprimeva un peso d'ineffabile angoscia.

Passa il nostro Dante. Egli ha dato il voto di morte, egli combattè il consiglio di più mite sentenza, e non pertanto adesso procede col sembiante compunto, la faccia tiene dimessa, sinistri pensieri lo ingombrano. Lorenzo Soderini, giunto a tale estremo, cercava con i suoi occhi velati e non rinveniva persona che lo assicurasse di pietà, — la pietà refrigerio dell'anima contristata: appena la figura di Dante gli strisciò traverso le pupille, ebbe quiete quel suo volto atterrito; — voleva chiamarlo e non ardiva toccarlo, e la lena gli mancava alla mano; pur senza accorgersene, la sua destra fece un atto, e la catena risonando aggiunse i lembi del lucco del Castiglione; questi trasalisce e si volta indietro e con voce profonda gli domanda:

«Che vuoi?»

«Una bocca che non mi maledica, un cuore che mi aiuti a morire.»

«Io!» proruppe Dante rifuggendo lontano con atto di abborrimento; se non che mutato di subito consiglio si accosta con impeto e, «Perchè?...» interroga, — e poi si rimane; quindi stringendo quanto poteva nella destra la sua barba che era tornata a crescergli foltissima, due o tre volte la squassa con violenza: «No, no», riprende, «la tua misura è colma e non ha mestieri di rampogna; io non devo aggiungere altra pena a quella che la legge ti ha dato. La colpa impunita fa bestemmiare l'Eterno, ma nello spazio che corre tra la condanna e la esecuzione della pena anche la colpa è sventurata e va soccorsa: — noi piangeremo insieme.»