Avrei voluto non rammentare nomi, ma non mi riesce tacere del Degerando. Immaginatevi, se vi dà il cuore, costui ridotto nella quiete di stanza riposta davanti un banco elegante, tepide le membra per un bel fuoco, il capo e i piedi coperti di pelli o di seta, senza pure sorridere, dettare le seguenti sentenze: «Il cavatore che, sepolto nelle viscere della terra, del continuo percuote il duro sasso, sembra piuttosto patire un gastigo che esercitare industria; il minatore vede la sua esistenza rianimarsi, una luce più pura di quella del giorno ch'ei contempla lo rischiarerà nel seno delle caverne sotterranee, riprenderà lietamente il grave arnese caduto dalle mani spossate e dirà a sè stesso: Ed io pure adempio alla santa legge imposta dalla natura! E per me pure la vita è preparazione a più alti destini[282]!»
O Degerando! non andate a tenere questo proposito al minatore; imperciochè s'egli riprenderà il martello caduto dalle mani spossate, sarà per darvelo sul capo: e farà bene. Povero minatore, intendi tu queste belle parole? Degradato alla condizione del bruto, e peggio del bruto, imperciocchè egli almeno goda l'aspetto del cielo e cibi sul prato l'alimento acconcio al suo corpo ed abbia sortito dalla natura una pelle che lo ripara dai rigori del freddo; e tu, infelice minatore, col cervello inselvatichito, con l'agonia della luce, del cibo, della bevanda, di tutte le necessità, ti placherai a siffatti conforti?
O Degerando! perchè non vi volgete piuttosto alle passioni dei potenti e non gli ammonite a rinunziare ai metalli che cava il minatore? Perchè non insegnate a costoro rispettare la immagine di Dio, rimovendone il piede dal collo avvilito? Quando celebrerete l'uomo uguale all'altr'uomo, — quando direte la umanità non essere nata onde una parte di lei sia più che numi, un'altra meno che bestie; allora sì che vi saluterò filosofo davvero. Che se le condizioni della pervertita nostra natura non consentono miglioramento, allora tacete. Non accrescete ai dolori di questa maledizione che si chiama vita il fastidio delle vostre voci. Nella schiavitù di Babilonia, le vergini di Giuda appesero l'arpa al salice — e piansero.
Negli ultimi tempi una simile filosofia, ch'io volentieri chiamerei narcotica, più che altrove intorpidì l'Alemagna. Colà il sospetto aveva posto un puntello sotto il mento degli uomini e costringeva le teste a starsi rivolte verso le nuvole, — temeva gli sguardi si chinassero alla terra. Goethe, ingannato, o ingannatore, a modo di mago aveva descritto un cerchio e contendeva agli spiriti affollati oltrevarcarlo. Allora quelle profonde menti tedesche, mancando gli argomenti pratici, consumarono la copia della interna energia in astrattezze infinite, in deduzioni di deduzioni, in serie interminabili di vertiginose fantasticherie. Ma Goethe, il quale gravitava con la propria gloria sopra il suo paese a guisa di vampiro, cessò: sciolto è l'incantesimo, il circolo rotto: il braccio della tirannide diventò paralitico, e l'ingegno tedesco già scende terribile gladiatore nell'arena del concreto. Ora volgono pochi anni, e la filosofia germanica assume forme convenienti ai bisogni; già muovono guerra agli edifizi feudali, imperciocchè quivi bene abbia il secolo crollati i castelli dei baroni, ma non ancora la ragione distrutto le leggi della barbarie. Scopo presente è la rovina; rifabbricheranno poi; ora non deve rimanere pietra sopra pietra. Secondi la fortuna i migliori! A savio cominciamento conséguiti fine propizio! Essi hanno inteso il precetto di Cristo: Guai a chi appone la toppa nuova al vestimento vecchio![283] — Le paurose riforme, i provvedimenti codardi alla immensità dei mali antichi paiono giunchi posti a riparo del mare in burrasca. Sceglievasi forse tra paralitici o tra infermi il sacrificatore che immolasse di un colpo la vittima davanti all'altare di Giove? Non è questo lavoro delle figlie di Neottolemo; qui si vogliono la forza e la clava di Ercole: non vi pare ella questa nostra società più ingombra delle stalle di Augia? Badiamo di non lasciarci andare ai sofismi; abborriamo imbiancare i sepolcri, bensì scopriamoli e diligentemente rimettiamoli dentro. Altri popoli ci hanno preceduto nel bene; pensiamo allo spazio da loro percorso e non immaginiamo potercelo risparmiare; chi dice altrimenti ci porge consigli d'ignavia e ci tronca la via alla redenzione. La civiltà non procede a mo' di saetta, di cui appena ti offende il baleno, ed una casa già cade in cenere. Le grandi verità lasciano una ruga sopra la faccia del mondo; il parto della ragione a prima giunta conturba la terra quanto la morte di Dio[284]. Innanzi di giungere al paradiso non percorse l'Alighieri tutti gli orrori dell'inferno?
La nuova generazione si guarderà dal prosternarsi all'idolo cui già disertano i meno ostinati fra gli adoratori; noi le lasciamo un retaggio di falli e di colpe; — ne faccia senno e cammini per la diritta strada a noi nati e vissuti nelle tenebre procureranno i tempi pietà, non che perdono: in loro l'abuso dell'intelletto frutterebbe infamia di traditori. Può l'uomo tradire la patria ugualmente col pravo che con lo stolto consiglio. A noi la provvidenza concesse e vita e ingegno e sostanze non come nostra proprietà, sibbene come arnesi per contribuire al maggior incremento della patria. In quella guisa medesima che il castaldo nella stagione della messe raccoglie a sera dai mietitori la falce che loro consegnava sull'alba e gl'interroga come l'abbiano adoperata e quante biade mietuto; così la patria sul finire della vostra vita vi domanderà conto dei doni che vi aveva compartito. Contro i tristi e gli ignavi ella avrà due pene, — due pene soltanto, ma ch'ella sola può dare e poi imporre ai secoli che le confermino: la vergogna, o l'oblio.
Lorenzo trasalì, curvò la persona, gli occhi strinse e le mani e non potè proferire parola. Cap. XXVI, pag. 605.
Già io lo affermava poc'anzi, la morale e la politica compongono una medesima cosa: non pertanto, avvertendo come la morale domestica possa talvolta discordare nell'applicazione delle sue teorie dalla morale pubblica, o contendere con essa, ne hanno fatto una scienza a parte; ciò poco importa. Ma qui principalmente i sofisti deviando dalle tracce severe della storia non curarono esaminare gli uomini nel modo in che esistono, sibbene in quello nel quale vorrebbero farli esistere. Composto un sistema, si posero alla cerca di qualche fatto che valesse a sostenerlo; e o sia non darsi genere di assurdità che gli uomini non abbiano commesso, o sia qualsivoglia fatto tormentandolo possa presentarsi sotto aspetto diverso dal suo naturale, o sia infine che adoperassero mala fede nel riferirlo, non mancarono di aggiungere alla regola l'esempio: ma l'assurdità non somministra fondamento a speculare, e la tortura dei fatti si assomiglia all'opera di cotesto avaro che comperava la cornice prima della pittura, e se non vi capiva, la tagliava; — rispetto a mala fede poi, i filosofi dovrieno lasciarla ai falsari. Così invertito il metodo di ricavare dai fatti la regola concreta, alle regole astratte applicarono il fatto, e a questo cumulo di superbia e di errore imposero il nome di filosofia della storia, imperciocchè di titoli pomposi non patiscano penuria. Se quei loro vaneggiamenti non uscissero dalle coperture del libro, basterebbe non leggerli, e tutto sarebbe detto: invece si avvolgono strepitose per le scuole, — le menti facili dei giovani sorprendono; e quando giungono i tempi grossi, i sofisti, chiamati dai settari a far prova dei loro sistemi, si gittano col corpo traverso la civiltà e ne impediscono il corso.
La Francia sconta troppo amaramente l'inganno dei suoi sofisti, perchè noi d'ora in poi non ci guardiamo ben da giurare in verba magistri. Colà un sofista s'ingegnava accordare la legittimità con la libertà, — politico Mezenzio[285], e immaginava un sistema nel quale fosse concessione quanto doveva resultare da contratto bilaterale tra i due poteri legislativo ed esecutivo, tra popolo e principe: invece di tenere la potestà esecutiva emanazione della legislativa, rovesciate le cose, dava al cielo l'origine di una condizione umana che Dio riprovò prima del suo nascimento per la bocca del profeta Samuello[286]. Un altro sofista in cotesto infelice paese non seppe stendere la mente oltre il suo sistema foggiato sopra le antiche forme della costituzione inglese: quei nobili inglesi ravvisandole adesso squallide e viete, si affaticano a modificarle; egli giunse tardi, — non importa, — il secolo non deve procedere di un punto oltre il segno al quale arrivava egli. Se costui fosse vissuto ai tempi in che David peccò, quattro sarieno stati i flagelli minacciati dal profeta Natan, — peste, fame, guerra e Guizot. Certo, se la Francia avesse potuto scegliere, io per me penso che avrebbe tolto qualunque altro flagello, tranne cotesto arido calvinista. Non parlo di cui non ebbe pure il merito d'immaginare l'ecclettismo[287]. I sofisti hanno logorato il tempo a disputare su la forma e sul peso degli anelli, ma non ebbero mai nè intenzione nè potenza di rimovere le catene dalle mani di un popolo che libere intendeva alzarle al cielo per ringraziarlo della ricuperata libertà. Nè a vero dire essi soli furono i malaugurati sofisti. Tal visse a cui non era amica la morte: come Cesare sul finire della vita si gittava il manto sugli occhi; — egli ritardò, chi sa per quanti anni, i destini del suo paese con quel suo ghiribizzo politico di trono circondato da istituzioni repubblicane. Sarebbe stato più agevole comporre in pace i truci fratelli i quali chiusi nel seno della madre contesero, in vita si spensero arsi sul rogo l'odio immortale manifestarono bipartendo la fiamma che gli consumava, anzichè accordare repubblica e re. Tanto giovi a quest'uomo lo splendido mattino della vita che lo salvi dal biasimo di averne in siffatta guisa ottenebrato il tramonto; come parimenti desidero che rimanga esempio perenne, onde in processo di tempo si guardino i padri dal giudicare la causa di una generazione con le arguzie e i motteggi, e abborrano i figli da confidare le sorti di un popolo a menti affralite dagli anni.